
Il progetto 'Opera in Carcere', foto di repertorio, 2025
«Voi avreste mai aggettivato la libertà?»
Dopo aver cantato sul palco del Regio (è successo davvero) un detenuto l’ha definita “bella”. Così: «Ho avuto una libertà bella».
Ci sono detenuti in semilibertà che rinunciano ai permessi solo per partecipare al coro – stavolta due per il Nabucco; ragazzi che una volta riacquistata la libertà parlano coi loro colleghi di opera, di cultura, e questo serve loro per riavvicinarsi alla società e vincere i pregiudizi degli altri. O che ancora in carcere parlano di opera e insegnano ai compagni libretti e tecniche di respirazione.
Per incontrarli, abbiamo superato l’enorme palizzata, percorso un vialetto alberato che non fa pensare di essere entrati in un carcere, poi superato i controlli. Riceviamo un cartellino numerato. Strano vedere un carcere per la prima volta: si presentano davanti a noi due blocchi di cemento giganteschi e inespressivi. Alcuni hanno delle sbarre davanti alle finestre con appesi dei vestiti. Abbandoniamo il telefono alle seconde mura, forse non ancora tutti i pregiudizi, ed entriamo in una sala. Sull’ingresso c’è scritto “teatro”: una stanza con le sedute del colore azzurro della polizia penitenziaria e il sipario in velluto rosso uguale a quello del Teatro Regio.
Fino a poco prima in macchina ascoltavamo Folsom Prison Blues. Nel 1969, nel carcere di San Quentin vicino a San Francisco, Johnny Cash scatenava gli applausi dei detenuti cantando la strofa “But I shot a man in Reno just to watch him die”, una delle più conosciute dal suo primo live in quel carcere dieci anni prima. Nell’istituto penitenziario di via Burla (sottile ironia), nel 2026 a Parma, c’è chi osa cantare il Nabucco: i detenuti che lo abitano. Anzi, gli artisti, come dice Gabriella Corsaro – direttrice musicale di Opera in Carcere, progetto del Teatro Regio – sono disposti su due file. Notiamo subito le loro espressioni: l’insicurezza, l’entusiasmo, l’imbarazzo; chi invece si mostra sicuro di sé. Sono loro il coro del carcere di via Burla. Cosa li ha portati lì? Adesso non ha importanza.
Lo spettacolo inizia, il coro canta brani molto difficili, fuori dalla nostra portata di sicuro. Le parti musicali sono intervallate da battute recitate: non viene ripresa tutta l’opera di Verdi, solo alcune pagine. Gabriella fa simpatici intermezzi: racconta la trama, scalda l’atmosfera, gioca con noi quando ci interroga per controllare se abbiamo capito dove ci troviamo – a Gerusalemme, con chi – con Zaccaria e Nabucco, e perché – perché il Re assiro vuole distruggere la città santa. Fa anche delle utili parafrasi molto apprezzate: «il rege d’Assiria su di noi già piombò!» viene tradotto con «ooooh, questi ci vogliono attaccare».
All’improvviso, sul palco si alza un uomo: calmo, distinto, di classe, uno che ha tutto il tenore…di essere un tenore (anche se poi abbiamo scoperto essere un basso). Si avvicina lentamente al coro, sta per cantare la prima nota: senza che ce ne rendiamo conto inizia una performance incredibile. È Tullio Falzoni, uno che ha iniziato all’arena di Verona e poi ha girato il mondo. Assieme a Milo Martani al piano, ha riempito la sala di emozione. Alcuni coristi avevano gli occhi lucidi. Verso la fine di un brano Tullio sbaglia una nota importante, e ci fa un gesto per dire che le corde vocali gli hanno giocato un brutto scherzo. È un bel momento.
La direttrice riesce a tenere tutto insieme perfettamente: le basta uno sguardo a Martani per sistemare il tempo se il coro ritarda una strofa, uno schiocco di dita per avvisare un corista che sta per cominciare la sua battuta, e quando c’è bisogno canta lei stessa.
Ma il meglio arriva con il pezzo forte, il coro dei cori, Va, pensiero. Quando lo ascoltiamo sembra di scoprire di essere veramente tutti uguali, di avere qualcosa in comune. Difficile non commuoversi. Fa un certo effetto vedere un coro di persone così diverse, di nazionalità così diverse, intonare queste note che ora suonano così universali, che erano da qualche parte nascoste ad aspettare dentro di noi. Eccola qua, la cultura alta ritrovata in un carcere, il «diritto alla bellezza» di cui parla la direttrice. Applausi, applausi, ancora applausi.
Dopo lo spettacolo non si può non provare una forte gioia nel guardare i sorrisi, vedere l’enorme soddisfazione dei cantanti e la sensazione di aver fatto qualcosa di speciale. Salutano, ringraziano, alcuni stringono una a una le mani degli spettatori. Molti vorrebbero godersi di più il momento ma sono richiamati a tornare nelle stanze.

(Da sinistra) Tullio Falzoni, Gabriella Corsaro e Milo Martani / crediti Giovanni Ferraguti
«Hanno perso la libertà ma non la dignità» ci dice Gabriella dopo lo spettacolo.
Gabriella è energica, ironica, con la luce negli occhi; una di quelle persone ottimiste che fanno mille cose e hanno tantissime idee. Ci racconta che si è avvicinata al mondo del carcere perché nella sua famiglia c’è stata una vittima innocente di mafia. Sentiva il bisogno di riappacificarsi con sé stessa; e come ci spiega, ci è riuscita .
Quando le chiediamo cosa significhi per i detenuti cantare davanti a un pubblico, ci risponde che significa soprattutto una cosa: «Essere visti». Essere visti come persone e venire rispettati come individui. Ci ricorda che nelle sovraffollate carceri italiane, in media i detenuti hanno un’ora di cultura l’anno. «Non hanno così tanto tempo come pensiamo, le loro giornate passano tra incontri con avvocati, burocrazia e magistrati». Il teatro fa dire loro «io sto dando senso al mio tempo; il mio tempo ha senso».
«Io sono convinta che la società sarebbe migliore se ci fossero cori ovunque» afferma la direttrice musicale del progetto Opera in Carcere, vincitore nel 2024 del prestigioso premio Abbiati dedicato all’opera e alla musica classica. «Il coro è un luogo di disciplina, di rispetto, e anche se due si azzuffano a mensa, poi magari sono al coro insieme, devono sedersi accanto e rispettarsi. È un contesto dove nessuno deve prevalere sull’altro: si arriva tutti insieme all’obiettivo».
Raggiungere dei risultati come questi non è facile. Il progetto rientra nel programma di Verdi Off dal 2022, quando viene fondato il coro dei detenuti della media sicurezza. È uno dei primi permanenti, di solito si tratta di percorsi con una fine già stabilita. Le figure coinvolte sono numerose e devono tutte condividere la stessa visione, come in questo caso: direttore e vicedirettore dell’istituto penitenziario, sovrintendente del teatro, provveditore dell’amministrazione penitenziaria, i funzionari giuridico pedagogici e i magistrati di sorveglianza.
Seduto in prima fila c’era proprio il magistrato Marco Bedini; Gabriella Corsaro ci ha spiegato che per permettere ai detenuti di uscire dall’istituto – come nel caso di Opera in Carcere: La nostra prima dell’anno scorso al Teatro Regio – Bedini ha utilizzato l’articolo 20ter dell’ordinamento penitenziario: lavori di pubblica utilità. La visione condivisa è proprio questa: la cultura ha un valore anche e soprattutto per chi è in carcere, una funzione riabilitativa ed educativa.
«Se il teatro non portasse la cultura ovunque, non la farebbe veramente» spiega Luciano Messi – sovrintendente del Teatro Regio– «Non è solo il teatro che è entrato in carcere, è anche il carcere che è entrato nel teatro. E così entra nella società.».




