
Screenshot
” Ciao scusa il disturbo, però vedo che non mi è ancora arrivato il bonifico dello stipendio.”
” Buongiorno, il bonifico dello stipendio mi arriverà entro questa settimana?”
Questi sono esempi di messaggi che per mesi mi sono ritrovata più spesso a dover scrivere al mio ex datore di lavoro. E non per chiedergli un aumento o un favore, ma semplicemente per poter ricevere da lui ciò che mi ero già guadagnata lavorando nella sua attività.
Se mi fermo a rifletterci, ricordo ancora bene la sensazione che provavo scrivendoli: l’emozione era quella di sentirmi quasi in colpa nella richiesta di qualcosa che in realtà rappresentava soltanto un mio diritto, con la costante sensazione di dover elemosinare qualcosa che sarebbe dovuto arrivarmi senza necessità di doverlo rivendicare ogni singolo mese.
“Ciao, volevo chiederti sempre dello stipendio perché non mi è ancora arrivato.”
” Buongiorno, ti scrivo al solito per sapere dello stipendio, mi arriva tra oggi e domani?”
Rileggendo questi messaggi, mi colpisce soprattutto una cosa del linguaggio e dell’approccio usato da me stessa: quasi sempre utilizzavo una formula di cortesia, “Scusa il disturbo…” o “Volevo chiederti…”. Come se fossi io a dovermi scusare per questo “inconveniente”. Come se fossi sempre in difetto, o come se richiedere il pagamento di un lavoro già svolto fosse un favore, e non un diritto.
E tutto questo è andato avanti per 6 mesi, ogni singolo mese.
Finché alla scadenza del mio stage, nonostante mi fosse stato offerto di rinnovare il mio contratto, decisi di fermarmi lì. Ne avevo avuto abbastanza di dover ricordare ogni mese al mio titolare che lo stipendio andava pagato, ma che soprattutto andava pagato in modo puntuale.
Per mesi mi sono sentita in imbarazzo nel vivere periodicamente la stessa scena: aprire la conversazione con il “capo” e fargli presente che, come sempre, non avevo ricevuto il mio stipendio nel giorno prestabilito. Solo dopo ho capito che quella sensazione di imbarazzo non sarebbe dovuta appartenere a me, ma solo a lui.
Per anni quei messaggi sono rimasti nella mia testa e nella mia chat di Whatsapp senza che ci facessi troppo caso. “Sarò stata sfortunata”, pensavo.
Solo in questi giorni, scorrendo alcuni video su TikTok, tra un balletto virale e l’ennesima ricetta su come fare il porridge perfetto da mangiare a colazione, mi sono imbattuta su alcune foto di conversazioni che contenevano messaggi molto simili a quelli che avevo scritto io ai tempi del mio stage. Continuando a fare scrolling, screen dopo screen, mi sono fermata a riflettere su quello che stavo leggendo. Da lì la mia curiosità nel comprendere il fenomeno, sicuramente data dal fatto di riconoscermi in alcune di quelle conversazioni.
Quello che continuavo a vedere da giorni su TikTok era ormai un trend, sempre più in tendenza, chiamato “I was looking for a job and then I found a job” (ispirato alla celebre canzone degli Smiths dal titolo Heaven Knows I’m Miserable Now), dove migliaia di giovani pubblicavano screen di conversazioni avvenute con i loro superiori, denunciando condizioni lavorative ai limiti della legalità.
Le conversazioni erano tutte diverse tra di loro: dalle richieste di prestazioni non previste dai contratti, a proposte di lavoro mal retribuite, stipendi e straordinari non riconosciuti, o ancora pretese di turni più lunghi rispetto a quelli previsti contrattualmente. Tutti questi estratti di conversazioni mettevano in luce tutte quelle dinamiche tossiche o quegli abusi di potere da parte dei datori di lavoro che per anni erano stati considerati “normali” dalle generazioni precedenti ma che la Gen Z non era evidentemente più disposta a tollerare.

Leggendo le conversazioni mi sono resa conto di quanto queste situazioni, in cui io stessa mi ero ritrovata, sono in realtà più comuni di quanto immaginassi.
La vera novità, però, non è stata sicuramente scoprire dell’esistenza di queste dinamiche, ma il fatto che oggi queste non vengano più accettate in silenzio.
Anni fa, nessuno si sarebbe mai immaginato di aprire un social e trovare le conversazioni private tra i dipendenti e i loro superiori, mentre oggi, invece, sempre più giovani scelgono di denunciarle pubblicamente, trasformando un’esperienza individuale in una denuncia collettiva.
Ed è forse questo l’aspetto più interessante del fenomeno: non c’è solo il racconto di un’esperienza lavorativa negativa, ma il segnale di un profondo cambiamento culturale del modo in cui la Gen Z si approccia al lavoro.
E anche se in un passato non lontano, molte di queste dinamiche venivano accettate come inevitabili, oggi invece i giovani lavoratori rifiutano con fermezza l’idea che precarietà, mancanza di rispetto e abusi di potere siano il prezzo da pagare per ottenere un lavoro, rigettando soprattutto quella tendenza, tipicamente italiana, di vivere il lavoro come una specie di “favore” concesso dalle aziende, invece che concepito come uno scambio equo tra prestazione e giusto compenso.
Questo trend nato su TikTok, in fondo, ce lo sta dimostrando ancora una volta: finché il lavoro continuerà ad essere percepito come un “favore” e non come un rapporto fondato su diritti e doveri, sarà difficile costruire un mercato del lavoro davvero sano ed equilibrato, date le aspettative diverse tra nuove e vecchie generazioni.
Il che non significa voler lavorare di meno, ma avere il coraggio di alzare la voce se qualcosa non va, senza il timore di dover subire un qualsiasi ricatto o ripercussione sul posto di lavoro.
E forse, ripensando alla me di qualche anno fa, a quei messaggi scritti al mio titolare, anche io avrei voluto avere il loro stesso coraggio.




