Un silenzio insopportabile riempie la sala. Dalle poltrone rosse del cinema nessuno applaude, nessuno parla, nessuno si alza. I titoli di coda scorrono e le luci piano piano si accendono, tutto però sembra essere sospeso in un’atmosfera surreale. Qualcuno ha il coraggio di alzarsi e piano piano la sala si svuota ma il silenzio rimane tanto pesante da essere impenetrabile: nessuna parola potrà colmare il vuoto di quello che abbiamo appena visto. Forse ho sognato e questo è uno dei miei incubi. Mi asciugo le lacrime che ancora mi scorrono sulle guance e vado a lavarmi i polsi: spero che il contatto con l’acqua fredda mi riporti alla realtà e lavi via questo disgusto che sento appiccicato alla pelle.

Così gli spettatori hanno accolto Naza il film documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor che spiega i sistemi di pianificazione per gli attacchi israeliani su Gaza. Quando mi è stato proposto di scrivere un articolo su questo film, ero molto incerta: il conflitto israelo-palestinese è una tematica così complessa e delicata che non mi sentivo all’altezza. Ma proprio la reazione del pubblico e la sensazione di essere intrappolata che mi ha attanagliata una volta finita la proiezione mi hanno fatto venire voglia di urlare la verità a tutti. Spero che quest’articolo possa in un qualche modo essere il mio urlo. Ma non solo il mio: dopo il film ho intervistato alcuni ragazzi che hanno condiviso con me non solo la stessa sensazione di impotenza ma anche l’urgenza di fare qualcosa, la necessità fisica di farci sentire. Eleonora, Anna, Elena e Lara, mentre chiacchieriamo, mi dicono: «Il problema è capire come rielaborare quello che abbiamo visto, cioè non fermarci qua, ma dire: “Ok, adesso abbiamo tutti provato la stessa cosa. Cosa facciamo? Da dove partiamo?”. Cioè, partire è banalissimo da una parte, difficilissimo dall’altra. Perché la tua quotidianità va avanti serenamente, ma poi dopo ci sono quei momenti, quegli attimi che riappaiono e tu dici: “Cavolo, ma io sono una merda”».

Capisco bene da dove nasca la paura di non fare abbastanza: è la stessa che attanaglia anche me. In momenti come questo, in cui sono arrabbiata e indignata, è facile che io dica che bisogna fare qualcosa, che dovremmo attivarci e ribellarci ma poi la pigrizia della routine, una volta tornata a casa, rende le giornate tutte uguali e le sciocchezze tutte importantissime. Mi rifugio in ciò che conosco: una serie che ho visto mille volte, le lezioni all’università, le pulizie di casa. Imparo a convivere con un sentimento che prima sembrava intollerabile. “Tanto oggi non tocca me, io una vita ce l’ho”: è un pensiero molto più vicino di quanto immaginiamo

L’indifferenza è ciò che ci permette di sopravvivere e questo Naza lo mette in luce con grande chiarezza. Andando al cinema mi aspettavo di vedere delle immagini atroci di una Gaza distrutta e della disperazione che ne consegue, ma non ho visto niente di tutto questo: le scene che si alternano alle ombre dei 24 ufficiali dell’intelligence israeliani intervistati sono quelle di una tranquilla serata a Tel Aviv. La telecamera si intrufola nelle grandi finestre dei grattacieli cittadini e ciò che ci appare sono scene di vita quotidiana, che scorre incurante delle atrocità che si svolgono a pochi chilometri di distanza. Sono gesti semplici, familiari come fare una torta, correre, guardare un film sul divano. Ma le parole dei soldati raccontano di spari, esplosioni, di intere famiglie sterminate di cui pochi frammenti compaiono solo alla fine del film.

Sebastian, studente di Parma mi dice: «Fanno vedere la realtà di Tel Aviv, che è a solo settanta chilometri, ed è una realtà integra, intatta, dove le persone vivono normalmente nelle loro case, tranquilli. L’unica preoccupazione che hanno è sentire ogni tanto l’allarme o il TG che dice delle notizie. Però dall’altra parte c’è distruzione totale».

Solo 70 km. Il dato mi colpisce: è circa la distanza fra Parma e Piacenza, un tratto di strada che percorro molto spesso arrivando da Torino. Quando, dopo un paio d’ore di guida, leggo “Piacenza” sui cartelli, tiro un sospiro di sollievo: so di essere quasi arrivata a casa.

Ma, per gli israeliani, Tel Aviv e Gaza sono ben più distanti di così: la vita dei loro “vicini di casa” è distrutta, mentre la loro prosegue quasi indisturbata. Le sagome scure degli ufficiali raccontano di una guerra che combattono dai loro uffici, tornando la sera alle cene in famiglia o alle birre con gli amici. La guerra è camuffata da una qualsiasi altra attività quotidiana, come se fosse un videogioco in cui le missioni si susseguono una dopo l’altra e assomigliano a nuovi livelli da sbloccare.

Questo è possibile grazie alle nuove tecnologie impiegate nel conflitto: il controllo delle reti telefoniche, i droni, i missili, gli algoritmi e l’AI. E’ proprio Naza, basandosi sulle inchieste giornalistiche pubblicate tra il 2023 e il 2025 da The Guardian, +972 Magazine e Local Call, a spiegarci come i dati dei telefoni dei palestinesi siano raccolti e poi rielaborati dall’intelligenza artificiale Lavender il cui algoritmo decide il comportamento di quali soggetti può essere ricondotto a quello di un membro di Hamas. Grazie all’intelligenza artificiale si decide chi vive e chi muore muore, una specie di versione digitale di Dio.

Mi attanaglia una strana inquietudine sentendo parlare di questo sistema. Penso a quanto sarebbe facile ricostruire la mia vita, le mie abitudini e peggio, quelle delle persone a me vicine a partire solo dall’uso del mio telefonino. E improvvisamente quell’oggettino tutto apps colorate e video divertenti che mi porto sempre dietro, con cui dormo e senza cui non esco di casa mi fa paura.

Anna, studentessa di giornalismo all’università di Parma, subito dopo la visione del film mi racconta: «Si vede come queste persone sono completamente dissociate dal ruolo che stanno avendo nel genocidio e di come il sistema ti mette in una condizione per cui tu vedi soltanto il tuo ruolo e quello che devi fare. (…) è assolutamente dilaniante. Allo stesso tempo, poi, la cosa che mi fa più paura è che tutto questo adesso viene deciso dall’intelligenza artificiale, dalle macchine, e che loro non sono là sul posto, non vedono le atrocità che stanno commettendo in diretta. Vedono tutto dagli schermi e infatti nel film continuano a dire: “Sembra un videogioco”».

Il tentativo di deumanizzare le vittime degli attacchi così che la guerra appaia tollerabile lo si può riconoscere anche nel linguaggio tecnico-militare usato dai dirigenti dell’intelligence: lo stesso titolo del film Naza indica i “danni collaterali”, che non sono nient’altro che le vittime civili provocate dagli attacchi. La popolazione innocente può e deve essere uccisa se questo rappresenta la possibilità, spesso tutt’altro che certa, di colpire uno dei membri di Hamas.

La modalità stessa con cui vengono pianificati gli attacchi a partire dal 7 ottobre mette in dubbio le intenzioni del governo israeliano che non sembrano più essere solo quelle di colpire i terroristi, bensì tutta la popolazione palestinese. Infatti, per attaccare coloro che sono stati indicati come sospetti dall’AI, sono state volutamente scelte le ore notturne, quelle in cui sì i soggetti sono più vulnerabili ma anche quelle in cui si trovano con le loro famiglie. E’ così che parenti, mogli, figli e vicini di casa diventano “naza”, cioè vittime sacrificabili in nome di un fine più “grande”.

Anzi loro stessi a volte sono usati come esche per gli attacchi. Con il sistema automatizzato Where’s Daddy? l’esercito israeliano ha accesso a spostamenti e geolocalizzazione ma anche messaggi, chiamate e, a volte, persino foto di tutti i telefoni della famiglia. Basta un messaggio a mamma che dica “papà è rientrato”, una telefonata a un figlio “rientra che papà è a casa ed è pronta la cena”, una foto tutti insieme a cena, perchè l’intero edificio sia bombardato e raso al suolo, spezzando la vita di intere famiglie o, a volte, di interi quartieri. Ad essere colpita è la casa, luogo inviolabile, sicuro, rifugio degli affetti. Case proprio come quelle in cui la vita scorre tranquilla a Tel Aviv.

Non credo esistano parole adatte per commentare tutto questo e ancor di più non credo di essere in grado di usarle. Ma spero che sarà in grado di farlo la Storia quando questa strage di innocenti, perché sulle circa 74mila persone uccise finora dubito fortemente tutte fossero terroristi, rappresenterà una delle pagine più tristi della vicenda umana, o forse sarebbe meglio dire disumana.

Ancora Anna commenta: «C’è una persona che dice: «Il mio compito non è dare giudizi morali». Ma da una parte mi chiedo: come fai a perdere così tanto la tua umanità e non renderti conto e non sentirti responsabile per quello che sta accadendo? Dall’altro mi chiedo: in una situazione del genere, io riuscirei a parlare?».

Non so se io riuscirei a parlare, se avrei il coraggio di ribellarmi e di lottare per quello in cui credo. Oggi però, dalla tranquillità della mia cameretta, ho scritto questo articolo per cercare di spezzare il silenzio almeno fra le persone che mi circondano. Spero che vi spinga ad andare a vederlo: nelle molte sale in cui la programmazione è stata prolungata o dal sito di The Guardian dove verrà pubblicato gratuitamente a fine novembre. Perché anche andare al cinema, a volte, può essere un piccolo gesto di resistenza quotidiana.

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