
Partendo dalle indagini per corruzione contro Benjamin Netanyahu alle difficoltà di distribuzione internazionale, il film di Alexis Bloom arriva nelle sale italiane con una proiezione collettiva e un dibattito in diretta.
The Bibi Files ricostruisce le indagini per corruzione che hanno coinvolto Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano, attraverso filmati degli interrogatori della polizia.
Le immagini che non dovevano circolare
Il progetto nasce da una fuga di materiale riservato: oltre mille ore di registrazioni degli interrogatori condotti tra il 2016 e il 2018, durante le indagini che hanno portato all’incriminazione per corruzione di Netanyahu. I filmati mostrano il premier, la moglie Sara, il figlio Yair e altre figure vicine alla famiglia mentre rispondono alle domande degli investigatori.
Le accuse riguardano presunti favori, regali di lusso e rapporti con imprenditori, politici, media e giornalisti, oltre a possibili scambi di vantaggi con il mondo dell’informazione. Sono tutte insinuazioni che Netanyahu ha sempre respinto, e che il documentario ricostruisce attraverso le registrazioni, le testimonianze e i materiali d’archivio.
La diffusione del film ha incontrato parecchi ostacoli in Israele: le norme sulla privacy che regolano questo tipo di procedimenti ne impediscono la proiezione legale nel Paese. Netanyahu ha inoltre tentato di fermarne la presentazione internazionale. Nonostante le difficoltà, The Bibi Files è arrivato al Toronto International Film Festival nel 2024, attirando l’attenzione della stampa internazionale. In Israele, nel frattempo, il documentario è circolato solo attraverso copie pirata e VPN, in quanto materiale vietato.
Anche la distribuzione internazionale è stata molto complessa. Secondo la regista, diverse piattaforme di servizi streaming e produzioni cinematografiche non hanno voluto acquisire il film, preferendo l’acquisto di altre pellicole altri “meno controverse”. L’opera è stata però comunque resa disponibile all’estero, anche in streaming, e ha raggiunto le sale europee.
Dall’Europa alle sale italiane
In Italia il documentario è arrivato grazie alla società di produzione Mescalito Film e la testata giornalistica Pueblo Unido. Il 30 settembre 2026, una serata-evento ha collegato simultaneamente decine di cinema, con circa 130 sale coinvolte. La proiezione principale si è svolta al Cinema Quattro Fontane di Roma, seguita da un incontro in diretta con la regista Alexis Bloom, la giornalista d’inchiesta Giulia Innocenzi e Maddalena Oliva, codirettrice de Il Fatto Quotidiano.
L’iniziativa ha permesso al pubblico di città italiane diverse di vedere il film e successivamente di confrontarsi con chi ha lavorato alla sua realizzazione e distribuzione: è stata un’occasione importante per un’opera che difficilmente può essere separata dal contesto politico in cui nasce e dalle difficoltà incontrate per raggiungere gli spettatori.
Un’inchiesta necessaria, ma non sempre equilibrata: opinioni
Mi aspettavo un film più romanzato, con un ritmo più incalzante e stimolante, mentre invece in sala mi sono trovata un vero e proprio documentario. Forse una produzione costruita con tensioni, musiche e meno footage di dialoghi e interrogatori integrali avrebbero reso più intrattenente questo film, soprattutto avrebbe dato giustizia alle importanti immagini diffuse. Le testimonianze sono più che centrali per questo genere di film, ma forse si è calata troppo la mano su queste.
La prima parte, dedicata alle accuse di corruzione e ai rapporti tra Netanyahu, gli imprenditori e i media, è necessaria per comprendere il sistema di potere. Tuttavia, la sua durata finisce per appesantire il racconto. Lo stesso vale per alcuni filmati degli interrogatori: sono documenti preziosi, perché permettono di osservare direttamente il comportamento degli interrogati, ma la loro lunghezza diventa a volte eccessiva. Un montaggio meno discorsivo avrebbe reso l’inchiesta più incisiva, senza sacrificarne il valore.
Il limite più evidente, però, riguarda il rapporto con Gaza. La raccolta di informazioni parte molto prima del 7 ottobre 2023, e questo aiuta a spiegare perché del genocidio se ne parli solo negli ultimi minuti. Eppure, considerata la direzione che la narrazione prende, avrei voluto che le conseguenze della devastazione e la condizione della popolazione palestinese fossero presenti con maggiore continuità, soprattutto perché sappiamo tutti che gli scontri non sono iniziati nel 2023.
The Bibi Files resta un’opera rilevante per l’accesso a immagini che altrimenti sarebbero difficilmente disponibili al grande pubblico e per le questioni che pone sul rapporto tra potere, giustizia e informazione. Il valore del materiale, però, non basta sempre a sostenere il ritmo del racconto. Un documentario importante, dunque, anche se non del tutto convincente nella gestione dei suoi tempi e nella capacità di tenere insieme le diverse dimensioni della vicenda.




