Sembrava impossibile fare peggio. Eppure, ci siamo riusciti. La sconfitta incassata lo scorso 31 marzo a Zenica contro la Bosnia non è solo una partita persa: è la certificazione di un fallimento sistemico. Un 5-2 maturato ai calci di rigore nella drammatica finale playoff, che ci ha sbattuto fuori dal Mondiale 2026 in Stati Uniti, Canada e Messico, stracciando il nostro biglietto per il gruppo B, dove avremmo sfidato Canada, Svizzera e Qatar. L’illusione del vantaggio di Kean, la fatale ingenuità di Bastoni che ci ha lasciati in dieci, la strenua resistenza prolungata dai miracoli di un super Donnarumma e infine spezzata dal pareggio di Tabakovic. Tutto inutile. Gli errori dal dischetto di Esposito e Cristante sono stati solo il colpo di grazia: l’ultimo atto di una tragedia sportiva che affonda le sue radici molto più in profondità.

Il vuoto generazionale

L’ultima volta che l’Italia ha calcato il prato di un campionato del mondo era il 24 giugno 2014. Quel giorno a Natal in Brasile, un colpo di testa di Godín permise all’Uruguay di battere l’Italia 1-0 rispedendoci a casa già nella fase a gironi. Da quel momento, per l’esattezza da 4.299 giorni, l’Italia è sparita dalla massima competizione calcistica globale. Dodici anni sono un’era geologica. Un ragazzo nato nel 2004 oggi ha 22 anni. Non ha mai visto l’Italia giocare una partita alla fase finale dei Mondiali. C’è un’intera generazione di universitari, la stessa che oggi popola le aule dell’Università di Parma, che non possiede un ricordo vivo di un’Italia capace di giocarsi una Coppa del Mondo, o anche solo di conquistarne l’accesso. Per i ventenni di oggi la narrazione della Nazionale ai Mondiali non è fatta di notti magiche o cieli azzurri sopra Berlino. È un’eredità sbiadita, consumata e frammentata in feed veloci e clip virali, dove la cronaca del fallimento ha ormai sostituito l’epica del trionfo. L’unica eccezione resta la notte di Wembley del 2021, con l’Europeo vinto contro l’Inghilterra ai rigori.

La staffetta della disfatta: cronaca di un suicidio calcistico

Play off Mondiale Italia – Svezia del 13-11-2017 / crediti FIGC

A rendere ancora più amaro questo decennio è la costanza del risultato, nonostante guide tecniche completamente diverse. La barca azzurra è affondata sempre nello stesso modo: schiantandosi contro lo scoglio dei playoff, in un crescendo di umiliazioni che non hanno insegnato nulla al nostro sistema. Non si tratta più di episodi, ma di una cronica incapacità di affrontare le sfide decisive senza farsi schiacciare dalla mediocrità.

Tutto è iniziato nel novembre del 2017, nel doppio confronto contro la Svezia valido per l’accesso a Russia 2018. Dopo aver perso l’andata per 1-0 alla Friends Arena di Solna, piegati da una rete fortunosa di Jakob Johansson, l’Italia di Gian Piero Ventura si presentò al ritorno a San Siro senza uno straccio di idea tattica. Quel maledetto 0-0 milanese, in uno stadio ammutolito, certificò la prima vera apocalisse azzurra. Le lacrime di Gigi Buffon in diretta televisiva fecero da sipario a una gestione tecnica disastrosa, culminata con l’inevitabile esonero di Ventura e le dimissioni dell’allora presidente federale Carlo Tavecchio.

Sembrava il punto più basso della nostra storia calcistica recente, il momento ideale per azzerare e ricostruire tutto. Invece, meno di cinque anni dopo, la storia si è ripetuta in modo ancora più beffardo e crudele. Nel marzo del 2022 la Nazionale scese in campo allo Stadio Renzo Barbera di Palermo per la semifinale playoff verso il Mondiale in Qatar. Eravamo freschi campioni d’Europa e convinti, forse con un pizzico di arroganza, che il titolo potesse mascherare i limiti di un gruppo improvvisamente svuotato. Per novanta minuti l’Italia di Roberto Mancini sbatté contro il muro della modesta Macedonia del Nord, sprecando l’inverosimile. Poi la condanna: al 92’, un tiro da fuori area di Aleksandar Trajkovski fissò lo storico e umiliante 0-1. Un fallimento clamoroso che paradossalmente non provocò nemmeno un vero terremoto dirigenziale. Mancini rimase inizialmente al suo posto, per poi abbandonare la nave molti mesi dopo, lasciando dietro di sé solo macerie. Una lezione sistematicamente ignorata, che ha preparato il terreno per l’ennesima tragedia: quella di Zenica.

La sindrome dell’esame e le responsabilità politiche

Play off Mondiale Bosnia-Italia del 31-03-2026 / crediti FIGC

Una qualificazione arrivata ai rigori avrebbe probabilmente nascosto la polvere sotto il tappeto. Sarebbe bastato un colpo di fortuna dal dischetto per celebrare un successo immeritato, proprio come lo studente che si presenta a un esame sperando di superarlo senza aver mai aperto i libri. Ma questo sport non fa sconti. L’Italia è diventata un paese solista anche dal punto di vista calcistico: il concetto di squadra è ormai del tutto smarrito.

Sul banco degli imputati la fila è lunga, a partire dall’ormai ex presidente della FIGC, Gabriele Gravina. Nella notte di Zenica aveva parlato di giocatori “eroici”, rimandando ogni valutazione al Consiglio federale. Ma il pressing politico e mediatico, culminato con l’intervento a gamba tesa del ministro dello Sport Andrea Abodi, ha finito per far crollare il castello. Con un comunicato ufficiale della FIGC, Gravina ha rassegnato le dimissioni e convocato l’Assemblea Straordinaria Elettiva per il prossimo 22 giugno a Roma per eleggere il nuovo Presidente, dichiarandosi rammaricato per le polemiche scaturite dalle sue dichiarazioni contro gli sport dilettantistici nel post-partita. Un passo indietro inevitabile. L’unico possibile per iniziare, almeno, a sgomberare le macerie.

Le dimissioni di Gattuso: l’ultimo capro espiatorio di un sistema al collasso

Gennaro Gattuso, ex CT della Nazionale / crediti FIGC

In questo clima di caccia alle streghe, la risposta sul futuro della panchina è arrivata direttamente dall’allenatore calabrese. Il 3 aprile ha lasciato ufficialmente la guida della Nazionale attraverso una risoluzione consensuale con la Federazione, rifiutando anche la proposta federale di restare in carica fino alle amichevoli di giugno contro Lussemburgo e Grecia. Un addio improvviso che ha costretto la Federazione a una soluzione ponte. Sarà Silvio Baldini, attuale CT dell’Under 21, a guidare eccezionalmente la Nazionale maggiore nei due impegni di inizio estate.

Per conoscere il nome del nuovo allenatore bisognerà invece attendere le elezioni federali del 22 giugno: spetterà al nuovo presidente e alla futura governance della FIGC scegliere l’uomo chiamato a guidare la vera rifondazione. In Italia esiste una regola non scritta, cinica e spietata: quando il castello crolla, l’allenatore è il primo e spesso l’unico a pagare.

Da quando si era seduto sulla panchina azzurra nove mesi fa, raccogliendo l’eredità di Luciano Spalletti, il bilancio racconta di una fatica cronica: 14 partite ufficiali, 6 vittorie spesso stiracchiate, 5 pareggi e 3 sconfitte pesanti. Numeri tutt’altro che esaltanti.

Nel fare un passo indietro, Gattuso ha affidato il suo congedo ai canali ufficiali della Federazione: «Con il dolore nel cuore, non avendo raggiunto l’obiettivo che ci eravamo prefissati, ritengo conclusa la mia esperienza sulla panchina della Nazionale. La maglia Azzurra è il bene più prezioso che esiste nel calcio, per questo è giusto agevolare sin da subito le future valutazioni tecniche». L’ormai ex Ct ha voluto poi ringraziare il presidente uscente Gravina, Gianluigi Buffon e soprattutto i tifosi per il sostegno ricevuto, chiudendo l’avventura «sempre con l’azzurro nel cuore».

Il campanello d’allarme ignorato: il flop in Champions League

L’eliminazione della Nazionale, d’altronde, non è un fulmine a ciel sereno. È lo specchio fedele di un movimento in piena crisi di identità, una crisi che emerge con la stessa evidenza anche a livello di club.

Basta guardare l’ecatombe delle squadre italiane in Europa in questa stagione. Napoli, Inter e Juventus sono state eliminate dalla Champions in modo prematuro e sconcertante. Inter e Juventus sono cadute rispettivamente contro Galatasaray e Bodø/Glimt, avversarie sulla carta inferiori, che nel turno successivo sono poi state eliminate da Liverpool e Sporting. Il Napoli ha fatto persino peggio, chiudendo al trentesimo posto la fase a gironi. L’Atalanta si è fermata agli ottavi contro il Bayern, travolta da un pesantissimo 10-2 complessivo tra andata e ritorno.

Appena varchiamo i confini nazionali, ci scontriamo con un calcio europeo che viaggia a una velocità completamente diversa. In Europa dominano il gioco, l’intensità, il pressing. La nostra Serie A invece assomiglia sempre più a un campionato compassato, esasperatamente tattico, dove i ritmi lenti finiscono per nascondere limiti fisici e tecnici sempre più evidenti. La realtà è brutale: oggi le squadre italiane corrono meno e spesso corrono peggio degli avversari.

L’allergia al talento: il paradosso dei ventenni

La Nazionale Under 21 guidata da Silvio Baldini / crediti FIGC

Questa arretratezza si accompagna a una vera e propria allergia ai giovani: il nostro calcio ha paura di lanciare i giovani talenti. Nei top club europei invece l’età non è un limite ma una risorsa su cui investire senza timori. Al Barcellona, fenomeni come Lamine Yamal e Pau Cubarsí incantano l’Europa da titolari inamovibili pur essendo nati nel 2007; al Paris Saint-Germain i ritmi del centrocampo sono dettati dal classe 2006 Warren Zaïre-Emery, mentre giocatori come Michael Olise e Jude Bellingham dominano la scena in Germania e Spagna già da anni.

Il paradosso diventa ancora più crudele se guardiamo oltre confine: oggi, in Germania, il diciottenne italiano Luca Reggiani incanta il pubblico scendendo in campo da titolare in Champions League e in Bundesliga con la maglia del Borussia Dortmund. Sempre tra i gialloneri si sta imponendo anche il ventenne Filippo Mané, che ha esordito dal primo minuto nell’agosto 2025 nel match di Coppa di Germania contro il Rot-Weiss Essen. La morale è spietata: in Europa, a diciotto anni, se hai talento giochi. E spesso domini.

In Italia invece, un ventenne è ancora considerato un “ragazzino acerbo” da mandare a “farsi le ossa” nelle serie minori. Il talento in realtà c’è, ma viene sistematicamente disperso. I numeri sono impietosi: dell’Under 19 campione d’Europa nel 2023 oggi soltanto quattro ragazzi giocano in Serie A. La stessa sorte è toccata all’Under 20 vicecampione del mondo. E persino nell’attuale Under 21 guidata da Silvio Baldini, trascinata dai gol di Luis Sinisterra Koleosho, Cher Ndour e Luca Lipani e arricchita da prospetti come Francesco Camarda, Niccolò Pisilli, Michael Kayode e Pietro Comuzzo, la statistica resta raggelante: di tutto il gruppo, appena tre calciatori sono titolari nel massimo campionato italiano. Il problema, quindi, non è la mancanza di “materia prima”, ma cosa succede a questi ragazzi dopo.

E chi ha talento, se non fugge all’estero, finisce spesso per appassire. È il caso emblematico di Simone Pafundi: ha esordito in Nazionale maggiore a soli 16 anni, ma per trovare continuità è stato costretto a trasferirsi in Svizzera, al Losanna, per poi rientrare e ritrovarsi “parcheggiato” in Serie B alla Sampdoria, pur essendo di proprietà dell’Udinese.

È il riflesso sportivo di una piaga sociale che noi universitari conosciamo fin troppo bene: la fuga dei cervelli. Così come migliaia di neolaureati lasciano l’Italia in cerca di meritocrazia, stipendi migliori, anche molti dei nostri migliori calciatori finiscono per consacrarsi altrove. Non è un caso se due dei pilastri su cui dovremo ricostruire la Nazionale, Riccardo Calafiori e Sandro Tonali, militino oggi in Inghilterra all’Arsenal e al Newcastle. Si sprecano così gli anni più decisivi per lo sviluppo internazionale di un calciatore, alimentando un circolo vizioso che impoverisce sempre di più il nostro campionato.

In questa tabula rasa, non ci sono più alibi. Servono l’obbligo delle squadre Next Gen per tutti i club di Serie A e una rivoluzione totale nei settori giovanili. Ma soprattutto, c’è una serie di giocatori a cui affidare fin da subito la ricostruzione in campo. Le chiavi della leadership andranno consegnate a talenti come Donnarumma, Calafiori, Tonali, Palestra, Pio Esposito, Kean.

Quest’estate saremo costretti a guardare il primo Mondiale della storia a 48 squadre dal divano e una volta spente le luci sulla Coppa del Mondo, l’autunno ci sbatterà in faccia la nostra nuova, amara dimensione: il prossimo 25 settembre 2026, infatti, ripartirà la Nations League in un girone di ferro. Subito il Belgio, poi Turchia e Francia. Saremo costretti a giocare per difendere l’orgoglio, cercando faticosamente di rimettere insieme i pezzi.

Non si tratta più di sfortuna, di un pallone che sbatte sul palo o di un rigore calciato male. L’assenza dai Mondiali per dodici anni impone una riflessione brutale sul calcio italiano, sui nostri settori giovanili e su un sistema che non riesce più a produce talento in grado di reggere il peso della pressione internazionale. Il calcio italiano è da rifondare, e la generazione che oggi osserva questa ennesima disfatta merita di tornare a sognare.

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