Sostenibilità economica, innovazione tecnologica, infrastrutture. Sono questi i tre grandi temi che hanno attraversato la prima giornata del Festival della Serie A, trasformando Parma nel centro del dibattito sul futuro del calcio italiano. Tra presidenti di lega, dirigenti, istituzioni ed esperti del settore è emersa l’immagine di un sistema che continua a godere di una straordinaria forza popolare ma che deve affrontare sfide decisive per restare competitivo.

«Il calcio è malato?»: la sostenibilità al centro del confronto

Ad aprire il dibattito sulle riforme è stata una domanda provocatoria lanciata dal giornalista di Mediaset Alberto Brandi nel primo panel di giornata intitolato “Il Calcio di oggi, il Calcio di domani”: «Il calcio è malato?».

Una lettura che il presidente della Lega Serie A Ezio Simonelli ha ridimensionato pur riconoscendo alcune criticità strutturali: «Almeno per la Serie A questa malattia non la vediamo così grave. Il pubblico continua a riconoscere alla Serie A italiana una grande attenzione».

Simonelli ha però evidenziato la necessità di intervenire sul piano della sostenibilità: «C’è un divario con le altre nazioni e c’è un problema economico-finanziario. Dobbiamo investire sui giovani e sulla formazione, anche scolastica, perché il futuro passa da lì».

Il presidente della Lega B Paolo Bedin ha invece posto l’accento sulla mancanza di una visione di lungo periodo. «Nessuna azienda al mondo ragiona con una prospettiva di 10 o 12 mesi, solo il calcio lo fa per l’ossessione del risultato immediato. Le leghe tutelano gli interessi dei club e dei milioni di tifosi. Dobbiamo comunicare meglio il lavoro che svolgiamo sui territori, perché il calcio ha un valore identitario che va oltre il semplice fatto tecnico».

Sulla stessa linea il presidente della Lega Pro Matteo Marani, che ha individuato nella cultura sportiva italiana uno dei principali ostacoli alla crescita del sistema: «Il problema principale nostro è culturale. Quando c’è un insuccesso cerchiamo sempre un colpevole. La Serie C ha un senso solo se fa crescere i giovani e se prende giocatori dai vivai. Se non fa questo, la sua missione decade. Se una società di B o di C non riesce a sostenersi, è una sconfitta di tutto il sistema».

A chiudere il panel è stato il presidente dell’Assocalciatori, Umberto Calcagno, che ha riportato l’attenzione sul lavoro formativo nei settori giovanili: «Oggi abbiamo una presenza di giovani stranieri che è aumentata drasticamente, ma la vera domanda è come stiamo insegnando calcio. Tutto ciò che non si impara a livello tecnico dai 5 ai 12 anni non lo si recupera più».

L’Intelligenza Artificiale cambia il gioco

Dal futuro economico a quello tecnologico. Nel panel “The Intelligent Game” il tema centrale è stato l’impatto dell’Intelligenza Artificiale sull’analisi delle prestazioni, sulla preparazione delle squadre e sul rapporto con i tifosi.

Adriano Bacconi, tra i pionieri della match analysis in Italia ha offerto una riflessione sul rapporto tra dati e calcio: «Gli undici calciatori sono la materia. L’allenatore dà forma a questa materia attraverso codici e linguaggi condivisi. Il blocco basso per esempio è un codice che identifica una precisa organizzazione spaziale della squadra. Credere nell’innovazione significa avere il coraggio di accettare anche l’errore. Un allenamento è un laboratorio, proprio come una partita è un continuo processo di apprendimento».

L’utilizzo sempre più massiccio dei dati apre però questioni che vanno oltre il campo. Il sottosegretario all’Informazione e all’Editoria Alberto Barachini ha sottolineato il ruolo delle istituzioni nel governare questa trasformazione: «L’innovazione nasce per migliorare la nostra vita. Il compito delle istituzioni è accompagnarla con consapevolezza, costruendo i necessari guardrail affinché produca benefici senza compromettere diritti e libertà».

Un concetto completato dall’intervento di Francesco Pastorella, che ha richiamato l’attenzione sul valore della componente umana nel calcio contemporaneo: «Il patrimonio di un club non sono i dati. Il patrimonio di un club sono i tifosi».

Stadi ed EURO 2032: il tempo stringe

Il momento più acceso della giornata è arrivato con il confronto sulle infrastrutture e sulla preparazione dell’Italia a EURO 2032. Ad aprire il dibattito è stato il presidente di Banca Ifis Ernesto Fürstenberg Fassio, che ha illustrato il potenziale economico degli impianti moderni: «Oggi gli stadi di calcio non sono più semplici luoghi ospitanti una competizione, ma piattaforme civiche multifunzionali integrate nel tessuto urbano. Si stima che oltre 5,3 milioni di italiani in più sarebbero disposti a frequentare gli stadi, generando un impatto economico diretto pari a circa 1,3 miliardi di euro».

Numeri che si scontrano con le difficoltà burocratiche raccontate dal presidente del Cagliari, Tommaso Giulini, nella costruzione del nuovo stadio del Cagliari che verrà chiamato Gigi Riva: «In questi dieci anni ci siamo imbattuti in vari enti, nello specifico la commissione provinciale di vigilanza che ha al suo interno 14 enti che ci hanno fatto cambiare 14 volte il progetto. Un’odissea durata dieci anni».

Da qui il confronto con la Francia: «Nel 2010 lo Stato francese ha deciso di completare gli stadi, rinnovarli o costruirli da zero con risorse pubbliche. Così si sono presentati nel 2016 con dieci stadi pronti».

A rassicurare il settore è intervenuto il commissario straordinario per gli stadi, Massimo Sessa: «Non sono il padreterno. Posso utilizzare strumenti che consentono deroghe a determinate norme, ma il compito principale è mettere attorno a un tavolo tutti i soggetti coinvolti e accompagnarli nel percorso di pianificazione. Sono fiducioso: ce la faremo».

Parole che non hanno convinto il presidente della Lazio Claudio Lotito, protagonista dell’intervento più netto della giornata: «Non condivido quanto detto dal commissario Sessa. C’è stata una centuplicazione dei centri di potere e nella burocrazia una parte significativa delle persone non si assume responsabilità».

Per il numero uno biancoceleste il nodo non è finanziario: «Il problema non sono i soldi, ma la lunghezza delle procedure. La Lazio non chiede deroghe, ma regole certe e interlocutori certi».

Lotito ha poi allargato il ragionamento al valore urbano e sociale delle nuove infrastrutture: «Quando parliamo di stadi non parliamo soltanto di sport, ma anche di infrastrutture. Il Flaminio rappresenta il recupero di un’opera iconica di Roma. Uno stadio deve essere un polo di aggregazione per il territorio».

Le parole dei protagonisti restituiscono l’immagine di un calcio italiano consapevole delle proprie fragilità ma deciso a cercare soluzioni. Il Festival della Serie A ha quindi messo in evidenza una certezza: il tempo delle analisi è quasi finito, quello delle decisioni è già cominciato.

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