
Per uno come me, nato nel 2000, la grande musica d’autore italiana del passato rischia talvolta di apparire come un pianeta lontano: una galassia che appartiene più ai racconti delle generazioni precedenti che alle playlist della mia quotidianità. Mi sono ritrovato in un Piazzale San Francesco letteralmente gremito, nel cuore di Parma.
L’atmosfera era elettrica, carica di quell’attesa che accompagna le occasioni speciali. Era il gran finale del Festival della Lentezza, l’ultimo appuntamento di un’edizione ricchissima di eventi e laboratori. Sul programma, in caratteri essenziali ma inequivocabili, una sola scritta: “NADA IN CONCERTO”.
Per me era la prima volta davanti a Nada Malanima. Non sapevo bene cosa aspettarmi da un’artista che, prima ancora di essere una cantante, è ormai un pezzo di storia della musica italiana. Mi sono bastate poche canzoni per capire che stavo assistendo a qualcosa di raro. Il giorno dopo ho trovato una definizione perfetta in un post su Instagram: il “potere della sottrazione per dare spazio e tempo alle sfumature più profonde della musica”.
Quando le luci si sono abbassate, sul palco non è apparsa nessuna super band, né ci sono state scenografie faraoniche. C’era solo lei, affiancata unicamente dalla chitarra di Andrea Mucciarelli. Un set minimale ma di una potenza disarmante.
Il concerto ha ripreso fedelmente l’impostazione e l’anima del Nada Trio, un progetto storico nato nel 1994, ben sei anni prima che io nascessi, dalla mente di Fausto Mesolella e Ferruccio Spinetti degli Avion Travel, e poi cristallizzato di nuovo in studio nell’inverno del 2017 con l’album La Posa.
Sentire il suo repertorio e quei pezzi storici riarrangiati in questa chiave così spoglia è stato ipnotico. La scelta di eliminare ogni fronzolo, di rinunciare agli arrangiamenti pop per lasciare la voce completamente nuda e vulnerabile, ha amplificato la forza della parola e della canzone d’autore. È stato un viaggio musicale intenso, il modo più puro ed elegante per salutare questa edizione del festival.
Devo fare una confessione: ci sono stati momenti, prima che il concerto iniziasse, in cui pensavo di non farcela. Arrivavo a domenica sera letteralmente distrutto. Questo Festival della Lentezza è stato un evento “di Serie A“, ricchissimo di stimoli, incontri, e la stanchezza fisica accumulata nei giorni precedenti si faceva sentire tutta, ma la magia di quel live intimo ha compiuto un piccolo miracolo. Quell’energia magnetica che arrivava dal palco mi ha tenuto incollato lì. Ogni volta che pensavo “ok, ascolto un’ultima canzone e poi vado a dormire”, partiva un nuovo arpeggio di Mucciarelli, arrivava una nuova sfumatura nella voce di Nada e ogni intenzione di andarmene svaniva.
E così, contro ogni mia previsione fisica, sono rimasto fino alla fine. Ho ascoltato tutto, fino all’ultimo bis, fino all’ultimo applauso scrosciante di una piazza incantata. Aver resistito alla spossatezza per scoprire la forza e l’eleganza di Nada dal vivo è stata la scelta migliore che potessi fare: il finale perfetto per un fine settimana indimenticabile.




