C’è un filo rosso che ha attraversato l’ultima giornata del Festival della Serie A di Parma: la capacità del calcio di raccontare sé stesso attraverso le proprie ferite, la memoria e anche l’evoluzione. Dalla ricostruzione di una delle pagine societarie più controverse del calcio italiano alla celebrazione delle rivalità che hanno costruito l’identità di intere città, fino alle riflessioni di alcuni tra i più autorevoli dirigenti del panorama nazionale, il programma ha offerto una fotografia completa di ciò che il calcio è stato, e di quello che potrebbe diventare.

La giornata si è aperta al Ridotto del Teatro Regio con la presentazione di Uno, nessuno, Manenti, è proseguita con la visita tra i cimeli storici della mostra dedicata ai derby italiani e si è conclusa con il panel I Signori del Calciomercato. Tre appuntamenti apparentemente lontani tra loro, ma accomunati da una stessa domanda: cosa resta davvero del calcio oltre i risultati?

Uno, nessuno, Manenti: il racconto di una crisi che ha segnato un’epoca

Nella mattinata si è tenuto il primo panel della giornata conclusiva del Festival della Serie A con la presentazione in anteprima del docufilm Uno, nessuno, Manenti, un’opera prodotta da Except e disponibile sulla piattaforma DAZN, che ripercorre le tappe del fallimento del Parma FC.

L’incontro moderato dal Direttore Editoriale e Social della Lega Serie A Lorenzo Dallari ha visto la partecipazione dei creatori dell’opera: l’autore Michele Dalai (Senior Vice President Content DAZN), il co-autore Franco Vanni (giornalista de La Repubblica) e il CEO della casa di produzione Except, Maurizio Vassallo.

Quest’ultimo ha subito chiarito l’intento del lavoro, definendolo «non un documentario accusatorio, di ricerca, ma di osservazione del personaggio, di come si è mosso».

Il docufilm riavvolge il nastro di oltre dieci anni, analizzando la figura di Giampietro Manenti e la sua controversa presidenza, culminata con la ripartenza del club ducale dalla Serie D. Attraverso immagini d’archivio e interviste attuali, la pellicola ricostruisce i fatti inserendoli nel contesto delle fragilità strutturali che caratterizzavano il sistema calcio di quel periodo.

Nel presentare il lavoro Michele Dalai ha sottolineato la dualità della narrazione: «Ci sono tanti modi di raccontare le storie. A volte tragico e comico combaciano alla perfezione e si cammina in equilibrio tra le conseguenze tremende che imprese come quella di Manenti provocano e il fascino ipnotico di una corsa a perdifiato verso il baratro».

Dalai ha inoltre evidenziato l’approccio adottato durante la produzione: «Come una specie di Tiger King di pianura, Manenti ci ha raccontato tutto e il contrario di tutto e noi abbiamo ascoltato, siamo risaliti alle fonti, abbiamo messo in fila i fatti per quelli che erano».

L’indagine giornalistica si snoda anche attorno a un interrogativo centrale: il ruolo di Manenti, sospeso tra quello di principale responsabile e quello di perfetto capro espiatorio, subentrato a una gestione societaria, quella di Tommaso Ghirardi, già profondamente compromessa. All’interno del documentario è lo stesso ex presidente a commentare la propria posizione: «Non mi sento né la vittima, né di essere sacrificato. Alla fine della storia qualcuno deve prendersi la colpa».

Spazio centrale viene dedicato alla storica e surreale conferenza stampa di insediamento al Tardini, introdotta nel documentario da una frase dell’allora advisor dell’operazione Fiorenzo Alborghetti: «C’è un matto che va a prendere una società che è a rischio di fallimento e ci fallisce?».

Proprio riguardo a quell’incontro con i giornalisti divenuto virale, Manenti nel documentario ha offerto la sua versione dei fatti, difendendo le logiche dell’acquisizione: «Durante quella conferenza stampa fu travisata tutta quella che doveva essere la scaletta concordata. Era un attacco alla persona. Nel momento in cui un giornalista mi disse che avevo acquistato il Parma a un euro, dico che, in economia, se una società perde soldi da cinque anni non vale neanche un euro. Quindi di cosa stiamo parlando?».

Il documentario arricchisce la cronaca con aneddoti che restituiscono il clima surreale di quei mesi. Lo storico dirigente del Parma Calcio Stefano Perrone descrive la presentazione alla stampa come «particolare… quasi surreale», ricordando la vistosa masticazione di un chewing-gum da parte di Manenti come un gesto fatto appositamente «per sfidare un po’ quei personaggi presenti in sala stampa».

L’assurdità percepita in quel preciso momento storico del calcio italiano emerge chiaramente anche nelle interazioni con la stampa dell’epoca, riassunte nell’emblematica battuta rivolta all’imprenditore da un cronista durante una delle sue discusse passeggiate per la città: «Sa che se andava in Premier League a fare questa operazione l’arrestavano subito?».

Il peso della stoffa: un viaggio nell’anima dei Derby italiani

Foto di Andrew Pompili

Uscito dal panel con in testa il retrogusto grottesco e malinconico di quella strana parentesi del nostro calcio – avevo una finestra di tempo libero prima del gran finale affidato a I signori del calciomercato. Cercavo un rifugio, ho trovato una macchina del tempo.

In Piazza Battisti, la Lega dei Collezionisti ha messo in piedi molto più di una semplice mostra. Entrare in quei 150 metri quadri dedicati alla storia dei derby nel nostro Paese è stato come camminare dentro la memoria collettiva del nostro Paese. Oltre cento maglie, decine di gagliardetti, palloni di cuoio consumati a raccontare non solo lo sport, ma l’antropologia di una nazione divisa dai campanili e unita dalla stessa passione.

Il percorso era una mappa emotiva: c’era la nebbia e la nobiltà del derby Milan-Inter, la ferocia proletaria e borghese di Juve-Torino, il caos primordiale e coloratissimo di Roma-Lazio e  poi la provincia che si fa metropoli per novanta minuti, con i tacchetti che affondano nella via Emilia per Parma-Modena o nel fango del nord-est per Verona-Vicenza.

Durante la visita alla mostra due incontri mi hanno letteralmente impressionato: il primo è stato un abbaglio di pura classe: la maglia di Gianni Rivera. Trovarsi di fronte alla casacca del Golden Boy significa sfiorare l’essenza stessa del calcio in bianco e nero che si affacciava alla modernità. Quella maglia non è soltanto un indumento: incarna l’eleganza senza tempo del Derby della Madonnina e porta con sé il carisma di un’epoca in cui il numero dieci non era semplicemente una posizione in campo, ma uno status, un modo di stare al mondo e di attraversare a testa alta la bolgia di San Siro. Guardarla da vicino fa quasi sentire il rumore dei vecchi scarpini nel tunnel degli spogliatoi, ricordandoci perché certi giocatori smettono di essere atleti per diventare icone di stile e appartenenza.

Se la maglia di Rivera avesse rappresentato l’eleganza di un’epoca, un altro cimelio avrebbe attirato inevitabilmente l’attenzione dei visitatori: la maglia del Grande Torino legata alla tragedia di Superga.

Di fronte a quel simbolo, il tema della rivalità sportiva passa inevitabilmente in secondo piano. La memoria della squadra scomparsa nel disastro aereo del 1949 continua infatti a occupare un posto speciale nella storia del calcio italiano, andando oltre appartenenze e colori sociali. Più che un semplice cimelio, quella maglia rappresenta il ricordo di una delle pagine più significative e dolorose dello sport nazionale.

I Signori del Calciomercato

Uscendo dal padiglione, il contrasto con l’appuntamento successivo appariva quasi inevitabile. Dai cimeli che raccontano il passato ai dirigenti chiamati a costruire il futuro, il Festival della Serie A proponeva infatti un cambio di prospettiva netto, ma coerente. Se le maglie e i ricordi custodivano l’eredità del calcio italiano, il panel conclusivo della giornata avrebbe spostato l’attenzione sulle strategie, le intuizioni e le decisioni che ne determineranno il domani.

Moderato dalla giornalista di Sport Mediaset Monica Bertini e dal direttore della Gazzetta di Parma Claudio Rinaldi, l’incontro si è svolto nella Sala Scudetto del Teatro Regio e ha messo a confronto due generazioni e due diverse interpretazioni della dirigenza sportiva italiana: il decano Ariedo Braida e il direttore sportivo dell’Inter Piero Ausilio.

Il dibattito si è aperto con una riflessione sull’evoluzione del ruolo del direttore sportivo. Ausilio ha voluto rendere omaggio a Braida, indicandolo come il proprio modello di riferimento: «Mi piaceva il suo modo di interpretare il ruolo: andava in giro a scoprire i talenti, andava a trattarli, andava a conoscerli. Oggi si parla di algoritmi e numeri, ma io sono cresciuto con questo modello».

Una visione condivisa dallo stesso Braida, che ha rivendicato il valore dell’intuizione e della sensibilità personale: «Oggi la tecnologia prevale sul sentimento, ma la tecnologia non ti fa felice. Ci vuole talento per intuire se uno ha le qualità per essere un calciatore adatto alla tua realtà. O ce l’hai, o non ce l’hai».

Braida ha poi sottolineato come il lavoro del dirigente sia diventato sempre più complesso: «La cosa più complicata oggi, dal mio punto di vista, è la gestione del gruppo, perché ogni calciatore oggi è un’impresa. Ci sono agenti, ci sono avvocati, girano molti denari e bisogna saper lavorare in un ambito stretto a tutti i livelli».

Gli ha fatto eco Ausilio, smontando il luogo comune di un mercato concentrato soltanto nei mesi estivi: «Il calciomercato è tutto l’anno. A settembre finisce il periodo delle formalizzazioni, ma ne inizia un altro di relazioni, contatti, visioni di scout che sono in giro… Ci sono poi le dinamiche quotidiane di una squadra, dai problemi di chi gioca meno a chi va tranquillizzato in un momento di esaltazione».

Il dirigente nerazzurro ha poi aggiunto: «Il nostro mestiere è tutti i giorni giudicato mediaticamente. L’equilibrio ci permette di valutare in modo distaccato e meno emotivo».

Nel corso dell’incontro non sono mancati i ringraziamenti alle figure che hanno segnato i rispettivi percorsi professionali. Ausilio ha ricordato l’importanza di Massimo Moratti: «A 38 anni… Massimo Moratti è stato il primo. Mi hanno permesso di iniziare questo percorso».

Braida ha invece rivolto un pensiero a Silvio Berlusconi: «L’ho conosciuto che era molto giovane e mi ha dato tanto. È stato un presidente che ha cambiato il calcio italiano. E per questo dobbiamo dirgli solo grazie».

Tra i momenti più apprezzati dal pubblico, il racconto di alcune trattative diventate ormai leggendarie. Braida ha ricordato il celebre episodio del contratto nascosto nei pantaloni durante una trasferta a Lisbona quando il Milan comprò Frank Rijkaard nel 1988: «Andiamo a Lisbona… prendo il contratto lo infilo in mezzo ai pantaloni, lo nascondo perché temevo me lo prendessero. Me lo sono portato a casa e ho detto: “Presidente, il contratto è salvo. Stia tranquillo”».

Ausilio ha invece raccontato l’intuizione che portò all’acquisto di Lautaro Martínez e ha ricordato una trattativa sfumata come quella per Bremer: «La Juventus è stata più brava, noi eravamo convinti… abbiamo incassato la sconfitta, ma poi siamo andati sul nostro obiettivo e abbiamo preso lo stesso Thuram».

Non è mancato un tributo alla città ospitante. Braida ha ricordato con orgoglio la sua esperienza da calciatore in gialloblù: «Ho fatto anche un gol nel derby Parma-Reggiana che abbiamo vinto 1 a 0».

Ausilio ha invece sottolineato il rapporto di collaborazione costruito negli anni con il Parma, ricordando i percorsi di crescita di giovani talenti come Alessandro Bastoni e Federico Dimarco, che hanno giocato a Parma prima di vestire la maglia dell’Inter.

In chiusura è arrivata una riflessione sul futuro del movimento calcistico nazionale. «Il calcio italiano ha bisogno di nuove idee, dobbiamo tornare a investire nei talenti e avere coraggio», ha ammonito Braida, lanciando poi un messaggio alle nuove generazioni: «La più grande qualità di un individuo è l’umiltà. Adesso ci sono prepotenza e arroganza e questo non va bene. Tutti abbiamo da imparare, ogni giorno che passa sappiamo di essere sempre più ignoranti». Sulla stessa linea Ausilio, che ha richiamato l’urgenza di programmazione, riforme e investimenti nelle strutture per favorire la crescita dei giovani.

Al termine del panel, conclusosi tra gli applausi del pubblico, il momento delle premiazioni ha lasciato spazio ai saluti istituzionali. Sul palco sono intervenuti Lorenzo Dallari, Luigi De Siervo (Amministratore Delegato della Lega Serie A e il sindaco di Parma Michele Guerra, che hanno ringraziato organizzatori, ospiti e partecipanti, dando appuntamento all’edizione del prossimo anno.

Tag