
Quando la conversazione cade sulle parole del presidente del Senato La Russa – che qualche settimana fa ha definito le traversate della Global Sumud Flotilla «manifestazioni strumentali e propagandistiche a scarso rischio e a molto ritorno mediatico» – Pietro sorride. Certo è che la frase della seconda carica dello Stato è invecchiata proprio male, all’indomani della pubblicazione di quei video che mostrano il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir esibirsi in ripugnante show tra gli attivisti intercettati e arrestati. Mi colpisce di Pietro anche il modo in cui si rivolge a quegli uomini e a quelle donne, chiamandoli “compagni”: un termine che è caduto un po’ in disuso, ma che in questo contesto assume una pregnanza del tutto peculiare. Trascorrere diverso tempo in uno spazio ristretto come una barca forse porta inevitabilmente a unire, ma a farlo ancor di più è la condivisione di un obiettivo. E quello della Flotilla è di primaria rilevanza: prestare soccorso al popolo palestinese, oppresso da un governo cinico, criminale.
Come ti sei avvicinato alla rete della Global Sumud Flotilla?
«È da più o meno cinque anni che collaboro con delle ONG nel Mediterraneo, in attività di search and rescue, quindi ero già stato in mare parecchie volte. L’anno scorso, una delle mie missioni coincideva con la prima traversata della Global Sumud Flotilla; ero su una barca a vela e ho chiesto all’organizzazione per la quale stavo lavorando se avrebbero partecipato, ma mi hanno risposto di no. Mi era rimasta un po’ la curiosità di capire il movimento, e la voglia di dare il mio contributo. Perciò quando ho saputo che questo inverno si stava organizzando un’altra spedizione, ho scritto: erano alla ricerca di qualcuno che sapesse già andare in barca a vela e, benché non sia un velista, potevo comunque dare una mano; quindi mi hanno preso, e da lì è cominciato tutto».
Come si organizza, anche dal punto di vista logistico, un’impresa del genere?
«Inizia tantissimi mesi prima della partenza: alle spalle c’è un coordinamento che comprende sei o sette organizzazioni che nel tempo hanno cercato di pianificare delle flottiglie verso Gaza. L’anno scorso hanno deciso di unire gli sforzi, una scelta che aveva senso anche per una questione logistica. Siamo arrivati ad Augusta circa quattro settimane prima della partenza: in quell’arco di tempo si cominciano a fare i training e ad aiutare i team tecnici a mettere a posto le barche. Ci è stata messa a disposizione una parte del porto privato. Poi ci hanno raggiunto più di venti barche provenienti da Barcellona e, dopo un paio di giorni, siamo partiti alla volta di Gaza».
E qual è stato l’esito del vostro viaggio?
«È finito molto presto per me, perché quattro giorni dopo la partenza, in maniera del tutto imprevista, siamo stati intercettati dalla Marina israeliana. Non ce lo aspettavamo perché a bordo c’erano persone che sarebbero poi dovute sbarcare in Grecia o in Turchia. Si trattava di un percorso a tappe, Barcellona-Augusta-Grecia-Turchia e così via; a ogni sosta ci saremmo presi del tempo per riassestarci, per riorganizzarci, per capire se procedere o meno, insomma per mettere a punto tutti i risk assessment del caso. L’intercettazione ci ha completamente colti impreparati. Sono state abbordate ventidue imbarcazioni su cinquanta, e io ero su una di quelle fermate. Ci hanno portati su questa nave-prigione, di cui probabilmente avete visto le foto perché è la stessa impiegata con i miei compagni la settimana scorsa; molte barche sono riuscite a proseguire per Creta. Siamo stati rilasciati sempre sull’isola a distanza di due giorni, e abbiamo avuto modo di ricomporci senza problemi dopo non aver potuto comunicare per diverso tempo. Abbiamo fatto riunioni su riunioni, ci siamo riorganizzati e siamo addirittura riusciti a recuperare una delle navi intercettate, che era stata salvata da un pescatore greco, che poi ce l’ha ridata. Ero sul punto di risalire su un’altra imbarcazione, ma poi ho avuto un momento di debolezza: quella settimana è stata molto pesante, c’erano molti dubbi sull’opportunità di ripartire o meno, abbiamo avuto dei guasti tecnici, e ci si è messo anche il meteo. Allora ho pensato: torno. E sono tornato, nonostante poi me ne sia pentito. Quell’intercettazione è stata come una palla che colpisce dei birilli, abbiamo dovuto ricominciare da zero».
C’è stato un momento in cui hai avuto paura per la tua incolumità?
«Ho avuto modo di parlare con i compagni recentemente fermati e, rispetto al loro, il trattamento che ci hanno riservato è stato meno disumano. Un momento di paura è stato quando ci hanno trasferiti sulla nave, perché non era mai accaduto prima: di solito gli attivisti vengono condotti direttamente a Israele. Nessun training, neanche quello per il comportamento da tenere in prigione, ci aveva preparati a questo scenario. Eravamo in mezzo al mare, non sapevamo dove ci avrebbero portati; la nave cambiava spesso rotta, e noi tentavamo di comprenderne le manovre. Questo senso di incertezza è stata la cosa peggiore. A livello fisico – a parte mettermi in ginocchio, legarmi le mani, obbligarmi a tenere la testa china, insultarmi e umiliarmi – non sono stato malmenato, ho subito qualche strattonamento, qualche sberla. Un altro momento di panico è stato quando ci hanno comunicato che saremmo stati spostati su un’altra barca, senza ulteriori spiegazioni: quando però abbiamo visto che si trattava di un’imbarcazione greca, abbiamo tirato un sospiro di sollievo».
In Italia sembra esserci una sorta di polarizzazione per quanto concerne la Flotilla. Qualche settimana fa il presidente del Senato Ignazio La Russa ha definito le traversate «manifestazioni propagandistiche»; poi ci sono stati i video di Ben-Gvir, e in un certo senso il governo sembra aver cambiato paradigma, con le parole di condanna della presidente del Consiglio e del presidente della Repubblica. Come interpreti tutti questi discorsi intorno alla vostra rete?
«Sapevamo già che la Flotilla avrebbe avuto un senso anche dal punto di vista mediatico, nonostante l’attenzione, quando siamo partiti, fosse ai minimi termini, tant’è che abbiamo cominciato a interrogarci circa l’opportunità di proseguire o meno. Poi c’è stata l’intercettazione, e il dibattito sembrava essersi rianimato, almeno per un paio di giorni, ma continuava a tacere sulla Palestina. È incredibile da dire, ma Ben-Gvir ci ha dato un assist formidabile, perché ha riacceso i riflettori su quanto accade a Gaza. Tuttavia, è triste considerare che servono i video del ministro israeliano per far intervenire i politici, almeno a parole. Il sistema in Israele è quello che abbiamo visto, quello che abbiamo sempre raccontato, malgrado nessuno ci ascoltasse. Ciò che i miei compagni hanno subito per ventiquattr’ore, in Palestina è la prassi da anni, senza neanche poter uscire dalle carceri. E questo le istituzioni lo sanno, perché un conto sono i cittadini che decidono di disinteressarsene, un altro sono le forze politiche che lo ignorano: è una totale ipocrisia prendere una posizione solo perché i media lo richiedono».
Tu sei un fotografo: qual è il valore documentale del tuo mestiere in una situazione come quella che ci hai descritto?
«Quando mi sono proposto per imbarcarmi sulla Flotilla, ho detto che ero un fotografo e che mi sarebbe piaciuto scattare qualche foto, ovviamente da volontario, come tutti. Sono però stato inserito nella crew, cioè in quel gruppo di persone che collaborano con il capitano e il primo ufficiale. Non ho potuto quindi dedicare molto tempo alla mia professione, ho fatto qualche scatto solo nei giorni di calma piatta. Ad Augusta avrei voluto documentare il lavoro degli attivisti, ma c’erano dei paletti, per esempio non potevamo immortalare il nome delle imbarcazioni, o il luogo in cui eravamo, nonostante, grazie ai droni, si sapeva perfettamente dove fossimo, tanto che l’intercettazione è stata ben mirata. È stata una questione di incolumità. Tra l’altro, al momento dell’abbordaggio, ho dovuto lasciare la mia apparecchiatura sulla nave: era una possibilità che avevo preventivato, benché avessi l’intenzione, una volta arrivato in Grecia o in Turchia, di spedirla in Italia. Per fortuna, i membri della nave di Open Arms, che ci hanno sostenuto per tutta la durata del viaggio, sono riusciti a recuperarla. Avrei pertanto voluto scattare qualche foto in più: chissà, magari la prossima volta».




