I film migliori sono sempre quelli per cui entri in sala con zero aspettative. È esattamente quello che ho fatto con Resident Evil. Nessuna conoscenza del videogioco e nessuna previsione particolare, se non quella di uscire dalla sala con qualche spavento in più. Sono andata a vedere il film semplicemente per vedere un horror e, avendo già visto Weapons e Barbarian dello stesso regista, sapevo che Cregger difficilmente mi avrebbe deluso.
Già dall’inizio Resident Evil non perde troppo tempo a spiegare la propria storia, e in realtà questo finisce per essere uno dei suoi punti di forza. Da una parte, chi conosce già la saga non deve ascoltare spiegazioni di qualcosa che sa già, dall’altra, il film dimostra ai non fan di poter funzionare anche da solo, senza dipendere completamente dal videogioco.

La storia segue Bryan, un corriere che si ritrova coinvolto in un’epidemia terrificante mentre cerca di portare a termine l’ultima consegna della giornata. Da quel momento comincia una notte piena di sventure, tra situazioni inquietanti e creature infette, mentre il ragazzo, sempre più disperato, cerca semplicemente di sopravvivere a una situazione che sembra peggiorare praticamente ogni cinque minuti.
Il film segue in pieno le regole dell’horror, giocando con alcuni dei suoi cliché più classici come corridoi bui, porte che sarebbe decisamente meglio non aprire, rumori dalla dubbia provenienza e quella sensazione costante che qualcosa di terribile stia per succedere. I jumpscare non mancano e, sorprendentemente, molti funzionano davvero bene. La tensione, però, non nasce soltanto da questi momenti, sono soprattutto i silenzi, le pause e l’attesa a creare quella sensazione di disagio.

Cregger, però, non costruisce il film soltanto sulla paura. Il tono cambia continuamente e l’horror convive con momenti divertenti, senza che uno dei due elementi finisca per soffocare completamente l’altro. Il risultato è un mix di tensione, gore e comicità che si avvicina molto al survival horror. Ed è forse proprio questo uno dei meriti del film per chi, come me, arriva in sala senza conoscere la saga: non è necessario riconoscere i riferimenti per divertirsi.
Sicuramente chi conosce Resident Evil troverà molti richiami che io non ho colto. In effetti in molti momenti il film sembra quasi come un gameplay, gli ambienti appaiono quasi come nuovi livelli da attraversare, gli ostacoli aumentano progressivamente e il protagonista si ritrova a dover affrontare una situazione sempre più complicata. Anche alcune riprese contribuiscono a questa sensazione, soprattutto quelle in prima persona, con la pistola in primo piano, che sembrano quasi trasportare direttamente lo spettatore dentro il gioco.

Gli effetti speciali sono uno degli elementi più riusciti: Resident Evil non risparmia il lato più disgustoso dell’horror, ma lo trasforma in qualcosa che è difficile smettere di guardare. Infatti, è proprio quando cerchi di distogliere lo sguardo, che rimani inchiodato allo schermo e ti ritrovi a chiederti come diavolo abbiano fatto a realizzarle così bene.

A reggere il film c’è anche Austin Abrams nei panni di Bryan, attorno a cui ruota gran parte della vicenda. La sua interpretazione funziona perché riesce a rendere il personaggio ingenuo e, a volte, anche piuttosto stupido, senza farlo mai apparire fastidioso. Al contrario, nei momenti più seri e toccanti fa emergere una certa vulnerabilità, creando empatia nello spettatore. A questo punto, dopo Weapons e Resident Evil, possiamo quasi ufficialmente parlare di Austin Abrams come horror boy del 2026.

Alla fine, il bello di Resident Evil è riuscire a parlare tanto ai fan della saga, quanto a chi, come me, si avvicina per la prima volta a questo universo. Mentre alcuni si muovono così tra richiami, atmosfere e dettagli da cercare, i nuovi arrivati possono semplicemente godersi un horror che sa come intrattenere.

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