
Risale al 2019 il mio primo contatto con l’opus di Bernardo Bertolucci, con la visione del film Prima della rivoluzione. Ero appena arrivato a Parma per frequentare l’università, e un pomeriggio d’autunno, su Mubi – o su una delle varie piattaforme streaming, non ricordo più con precisione – mi cadde l’occhio sull’anteprima di questo lungometraggio. La trama non poteva che solleticare l’immaginazione di un diciannovenne, e così decisi di guardarlo, e me ne innamorai fin dall’inizio. Qualche tempo dopo, in un’afosa sera d’estate, il palinsesto di La7 proponeva, in seconda serata, Berlinguer ti voglio bene, girato da Giuseppe Bertolucci, il fratello di Bernardo: anche in questo caso, fu amore a prima vista. Di Attilio, invece, padre dei due registi, ammetto con un pizzico di vergogna di aver letto poco, giusto qualche poesia qui e là, ma mi riprometto di approfondire, giurin giurello. E quale strumento più efficace, per navigare nell’universo bertolucciano – sia del padre che dei figli – se non la lettura del volume Bertolucci A-Z, curato da Michele Guerra per la casa editrice Electa.
Il libro è strutturato come una vera e propria enciclopedia, in cui i lemmi, in ordine alfabetico, delineano gradatamente quel tourbillon culturale – nell’ordine: parmigiano, nazionale e internazionale – rappresentato da questo peculiare nucleo familiare. Che proprio nella provincia della nostra città (avrò acquisito il diritto di chiamarla “mia” città?) affonda le radici, in un intreccio sincretico con la sua storia, le sue tradizioni.
«Le voci di questo libro», spiega Guerra nelle “Istruzioni per l’uso” preliminari, «sono pensate come ottantacinque piccole stanze, ognuna delle quali ha una ragione di ingresso, che sta nel titolo del lemma, e che assume come obiettivo quello di immetterci in questa strana casa dei Bertolucci e di farceli ritrovare tutti e tre». Un’abitazione, una casa, come il podere nella frazione di Baccanelli, o a Casarola, nell’Appennino.
Ogni voce dell’opera è redatta da un autore o un’autrice d’eccezione: da Walter Veltroni, che al lemma “PCI” descrive il rapporto di Bernardo con il principale partito d’opposizione della storia repubblicana, a Sara Martin, che delinea la tormentata vicenda di Maria Schneider nella sezione a lei dedicata; da Paolo Lagazzi, che dedica la voce “Infanzia” alla poetica di Attilio, a Fabrizio Gifuni, che in “Monologo” esplora il suo rapporto con il teatro di Giuseppe; da Jeremy Thomas, che in “Cina” rivela i retroscena della regia de L’ultimo imperatore, a Marco Tullio Giordana, che tratta del legame della famiglia Bertolucci con Pier Paolo Pasolini.
In verità, avrei apprezzato con più scioltezza i temi della collettanea se avessi avuto degli strumenti di conoscenza più affinati: talune parti, per chi non è aduso a una certa terminologia, a un certo sapere specifico, potrebbero risultare di difficile comprensione. Curiosamente, però, non se ne viene scoraggiati, ma anzi si è spinti a una caparbia analisi. C’è da dire che nulla vieta una lettura sconnessa, disordinata delle varie voci: come spiega il curatore, infatti, «le voci ovviamente non vanno lette per forza in ordine alfabetico, ci si può muovere liberamente affidandosi al montaggio che si preferisce, come faceva Attilio quando gli facevano leggere le poesie di Gozzano in televisione».
Bertolucci A-Z è un sincero omaggio a una famiglia di intellettuali di primo piano, a delle personalità poliedriche, variegate, i cui interessi, passioni e idiosincrasie si innestano in quell’officina di sapere che è Parma alla metà del Novecento: dall’Emilia al mondo.




