
«Le case che abitiamo non so de pietra, ma non so manco de paglia. So di tutta quella monnezza che avemo accumulato negli anni. Di legno fracido, di lamiere, de avanzi. Tutto un accrocco che se regge con lo sputo e con lo Xanax. Coi debiti irripagabili e con promesse fatte e ricevute che nessuno mantiene mai. E dentro ce stiamo noi, accartocciati e soli a pregà che il lupo non venga a soffià proprio alla nostra porta stanotte».
Così Zerocalcare racconta una generazione disillusa, a cui la vita non è stata in grado di dare certezze. Una generazione che naviga nel mondo senza una bussola.
Dopo il successo di Strappare lungo i bordi e Questo mondo non mi renderà cattivo, Zerocalcare, pseudonimo di Michele Rech, torna con la nuova serie: Due Spicci, uscita il 27 maggio, che ha già conquistato l’animo dei fan e l’apprezzamento della critica.
Le otto puntate della miniserie ci tengono incollati allo schermo: i 30/50 minuti di ogni episodio sembrano volare, sostenuti da un cliffhanger che Zero piazza alla fine di ogni puntata. La storia si svela poco alla volta con parole, silenzi e dettagli che forse avremmo potuto cogliere fin dall’inizio, ma che riescono a sorprenderci quando rivelano il loro vero significato.
È una storia drammatica, attraversata da temi profondi e complessi, che Zerocalcare riesce a raccontare con una cruda spontaneità e apparente semplicità. Non li banalizza, ma li rende vicini, trasformandoli in qualcosa di comprensibile e tangibile.
Due Spicci è una fiaba senza eroi, popolata da persone vere, fragili e contraddittorie, che lottano ogni giorno contro demoni più grandi di loro. Come protagonista ritroviamo Zero, che si fa specchio delle nostre fragilità e dei nostri difetti con una spietatezza quasi fastidiosa, capace di non lasciare spazio al perbenismo. Ad accompagnarlo c’è il suo fidato Armadillo, voce ironica e cruda della sua coscienza, unico personaggio non doppiato da Zero ma da Valerio Mastandrea. Proprio l’Armadillo, grazie alla sua cruda simpatia, rende più sopportabili le difficili tematiche trattate dalla serie. Accanto a loro ci sono gli amici di sempre, Sara, Secco e Cinghiale, che però “di sempre” non hanno più quasi nulla: nel corso delle stagioni sono cambiati, le loro vite hanno preso direzioni impreviste, e proprio questa trasformazione ci sconvolge e affascina insieme.
La serie unisce le storie di una periferia romana, quella chiamata fantasiosamente Torstaceppa, con le vicende personali del protagonista. La denuncia sociale della situazione delle periferie, abbandonate e lasciate in mano alla malavita, si affianca alla critica verso uno Stato incapace di intervenire. Questa realtà non è soltanto lo sfondo delle vicende personali dei protagonisti, ma diventa parte integrante delle loro vite, modellandone scelte e possibilità.
Nella serie compaiono anche nuovi personaggi: Smeralda, Paturnia e Contini. Sono figure complesse, ricche di contraddizioni, allo stesso tempo buone e cattive, vittime e carnefici. A volte sembrano capaci solo di subire il proprio destino; altre volte lottano contro di esso con tutte le loro forze. Cresciuti in ambienti difficili, sembrano ancorati a una versione di sé da cui possono liberarsi solo attraverso violenti colpi di scena. Saranno costretti a reinventarsi e a mettere in dubbio ciò che sono, continuando quell’infinito inseguimento di sé stessi che attraversa tutta la serie.
Il finale dolceamaro ci lascia proprio lì: dentro le nostre case di paglia, fragili, instabili, costruite con paure, debiti e promesse mancate. Due Spicci ci fa capire però che crescere non significa vivere in case di pietra ma accettare la fragilità delle nostre case e, quando crollano, trovare il coraggio di ricostruirle.




