
Massimo Zamboni intervistato da Luca Martinelli
In un episodio della dodicesima stagione di The Big Bang Theory, per una serie di concause, Leonard si ritrova a giocare a Dungeons & Dragons a casa di Wil Wheaton con William Shatner, Joe Manganiello, Kareem Abdul-Jabbar e Kevin Smith, e dice che quella è la sera più bella della sua vita. Ora, io le regole di D&D non le ho mai comprese, ma, dopo aver intervistato Massimo Zamboni, capisco un po’ meglio le parole di Hofstadter. Se mi avessero rivelato che un giorno avrei scambiato quattro chiacchiere faccia a faccia con il chitarrista degli CCCP, avrei pensato che mi stessero prendendo per i fondelli. E invece, eccomi seduto a pochi centimetri da un artista che ho sempre stimato, un musicista virtuoso e, per giunta, un valente scrittore.
Proprio intorno al suo ultimo libro, Pregate per ea, si è sviluppata la nostra conversazione. Forse chiamare “conversazione” le tre domande in croce che ho avuto la forza di rantolare – giuro, l’ansia mi stava uccidendo – è un’esagerazione: eppure, in una manciata di frasi, Zamboni è riuscito a evocare un universo di esperienze, di connessioni, di metanarrazioni. E averlo fatto in pochi minuti è davvero impressionante.

L’ultimo libro di Massimo Zamboni, pubblicato da Einaudi
Pregate per ea è un’elegia dedicata alla morte di una donna, Domenica Gebennini, uccisa dal cognato per futili motivi; teatro delle vicende è la Val d’Asta, nell’Appennino emiliano, terra degli antenati dello scrittore. Quella di Monteorsaro è una comunità di montanari isolata, governata dalle leggi dell’onore e della natura, in lotta con uno Stato post-unitario che ai nuovi sudditi del monarca sabaudo chiede braccia per ingrossare le fila del Regio Esercito, sottraendole al lavoro dei campi e alla cura del bestiame. Ma è anche la sempiterna lotta tra montagna e pianura, che si guardano in cagnesco, che diffidano l’una dell’altra. A un certo punto della narrazione, infatti, il colpevole, in fuga, si costituisce alle autorità, in una caserma di Parma; ciò mi dà lo spunto per chiedere a Zamboni del suo rapporto personale con la città emiliana: «Io non ho problemi di campanilismo, di quelle cose che succedono tra i tifosi di Parma e Reggio Emilia: non ce la posso fare! Guardando alla cartina, mi sono sempre rivolto verso destra, cioè a Modena, a Bologna, alla Romagna, e non so perché. Anche in fatto di musica, per esempio con gli CCCP si è sempre suonato poco da queste parti. Evidentemente è cambiato qualcosa, già quest’ anno ho ricevuto quattro-cinque inviti dalla provincia di Parma, e ciò mi fa pensare che ci sia un’aria diversa. L’ho sempre vista un po’arroccata – certo, città bellissima ovviamente – però in qualche modo forse Bologna ti obbliga a guardar di lei, e quindi transiti verso Modena e giù di lì».
Quello di Zamboni è un certosino lavoro di ricerca, spulcia tra le carte giudiziarie, negli archivi, per restituire la viva voce dei protagonisti. Su cosa si basa un simile impegno di approfondimento? «La prima ricerca è di tipo geografico: andare sul posto, capirlo, osservarlo, parlare con gli abitanti. La cosa più strana è che questa storia, risalente a un secolo e mezzo fa, è ancora molto presente nei racconti della gente del luogo. È una vicenda che deve aver colpito molto, se dai loro trisnonni e bisnonni è giunta fino a oggi. Poi ci sono i documenti: i giornali dell’epoca – difficilissimo, ovviamente – ma anche quelli dell’Archivio di Stato, dove con molta fatica puoi consultare i faldoni del processo. Tutto quello che riguarda Parma e Reggio Emilia, l’ho dedotto da episodi che non riguardano strettamente quanto racconto nel libro. In ultimo gli archivi parrocchiali, che conservano traccia degli stati di famiglia, dei matrimoni e delle cresime, sono fonti importantissime».
Pregando in cuor mio che non sia una domanda sciocca, chiedo alla fine a Zamboni se ravvede elementi di continuità tra la sua attività di scrittore e quella di musicista: «Io passo con molta schizofrenia dall’una all’altra, e ognuna è ostacolo per l’altra. Adesso sto preparando un disco, ma sto anche scrivendo un libro: il primo è in fase più avanzata, mentre con il volume sono, da tempi immemorabili, alla pagina numero uno. Chissà, a un certo punto potrà accadere che il libro prenda avvio, e le canzoni rimangano lì in attesa. C’è sempre questo doppio binario, un po’ faticoso, però ormai è questa la mia storia».




