Pietro Del Soldà (a sinistra) intervistato da Fabrizio Cesario

Pietro Del Soldà era per me soprattutto una voce, quella che a “Tutta la città ne parla” affronta i temi caldi della giornata; poi all’improvviso è diventato un essere umano in carne ed ossa che in quel momento parlava solo a me, con attenzione, interesse, gentilezza. Ha perfino parlato della paura di abbandonarsi, che è una delle cose che mi terrorizzano di più.

Iniziamo! tra i giovani c’è questa idea diffusa, anche scherzosamente, che prima di iscriversi alle app di dating, bisognerebbe almeno fare terapia. Ci vedi un tentativo di capirsi del tutto individualmente prescindendo dall’incontro con gli altri? Cosa ne pensi di questa idea?

«Allora! (ride) Da un lato ben venga la rimozione dello stigma sulla terapia. Da sempre un problema, lo è ancora per le generazioni di chi è già un po’ più vecchio di me e lo è in ambienti sociali a tutte le età; quindi, siccome c’è un grande senso di disagio diffuso prodotto da smarrimento, dall’incertezza sul futuro, precarietà e tutte le cose che sappiamo, il fatto che non sia più uno stigma almeno per una parte della popolazione è un bene.
Per esempio mia mamma è una persona colta, insegnante, ma anche per lei e la sua generazione la terapia è una cosa che viene subito medicalizzata, di cui parlare sottovoce, di cui vergognarsi un po’: è stata questa la sua storia nella società, per cui il fatto che adesso venga addirittura pensata come qualcosa di necessario per tutti è ottimo».

Ma è fattibile secondo te?

«Bisogna vedere come tutto questo avviene nella realtà: a volte c’è gente sul mercato che si offre per pochi soldi – arrivano unobravo e servizi del genere; quindi devi capire cosa fai, con chi vai e con quale consapevolezza, stando anche attenti a distinguere bene il disagio esistenziale dalla malattia mentale: sono due cose molto diverse, e questo rientra anche tra i compiti del professionista. Poi su questo tempo potrebbe rispondere meglio uno psicanalista».

Quindi in realtà questa cosa è positiva?

«Da un lato è positiva, da un lato mi fa un po’ sorridere per la tendenza a medicalizzare, a “managerializzare”, come a dire: “ok, faccio prima la terapia e poi entro in azione”; sembra un piano strategico di un’azienda, come se uno fosse il manager di sé stesso».

Sì, infatti è molto diffusa l’idea che noi dobbiamo essere manager di noi stessi.

«Sì, da un lato va bene avere attenzione a quello che si fa, ma non applicando schemi così rigidi; anche perché poi non è che la terapia ti apra chissà quali porte: devi essere tu che cerchi te stesso, e il te stesso lo trovi prima nella relazione con gli altri. In questo senso, sempre usando il mio Platone, concludo il libro con quell’immagine dello specchiamento reciproco; che non significa che per capire chi sei tu abbia bisogno solo di amici e non anche aiuti veri, terapeutici; però è quella la sostanza della vita. Non è che tu vai a fare una preparazione atletica. E’ un po’ questa l’idea sottintesa, soprattutto messa come me la metti tu nella domanda: prima ti alleni e poi fai le gare. Questa è una cazzata, ma gigantesca… gigantesca».

Perché?

«Perché te stesso lo conosci buttandoti nelle relazioni, facendoti male, vedendo come reagisce il tuo corpo, la tua mente, la tua emotività nel rapporto, agli abbandoni o alle paure, alle gioie. Non esiste una palestra; certo, esiste l’educazione sentimentale che è un discorso diverso, che però a mio parere non va affatto tecnicizzata».

In che senso?

«Per alcuni temi, come quelli sessuali, serve l’esperto; però poi dopo l’educazione sentimentale, quella vera, la costruisci: deve infarcire di sé tutte le discipline, soprattutto quelle umanistiche, la letteratura, la storia; è lì che tu costruisci te stesso».

Anche la storia?

«Ma certo! Anche perché la storia è quella di una società patriarcale, di dominazioni, quindi va raccontata nel modo giusto, no? È chiaro che è più difficile parlando di matematica probabilmente. Però quando parli di letteratura questo non vuol dire che debba per forza esserci il romanzo femminista; tu entri in rapporto con le tue emozioni studiando, leggendo, pensando. E quella è la palestra dell’anima. Poi ben venga anche un percorso terapeutico che magari ti porta a fare delle domande a te stesso che altrimenti non avresti fatto; ma non ha senso costruire noi stessi come se dovessimo andare alle Olimpiadi. Poi sarebbe sempre meglio, credo, più figo, incontrare dal vivo le persone. Quello delle app di dating è un incontro già finalizzato; poi per carità: non bisogna neanche fare i passatisti, forse qui parla il fatto che ho 50 anni».

In realtà fa ridere sentire un filosofo che dice “è più figo incontrarsi persona”.

«È più ricco, più bello, è un incontro in cui non sai già dove devi andare, è più divertente. Se ti incontri con qualcuno su un’app di incontri, dal primo scambio, sai già a che cosa serve, a dove è orientato quello scambio, perché devi capire se c’è una relazione possibile. Incontri una persona in un contesto non prefissato, una festa, a scuola: è ancora tutto aperto, no? Sennò c’è quell’approccio manageriale anche sulla vita, sui desideri, sulla vita sentimentale. E’ chiaro che è molto più efficiente, – ne parlo anche nel libro -: non ti fa perdere tempo, non vai mille volte a feste il sabato sera in cui poi non si conclude niente perché non incontri nessuno».

Ci sei passato anche tu?

«Altroché, altroché! La vita è fatta di questo, sempre, a tutte le età. Quindi vabbè, se è uno strumento per facilitare l’incontro, ok, ma se diventa l’unico luogo in cui farlo e addirittura con una terapia che lo deve predisporre, beh, inaridisce tantissimo la possibilità dell’incontro, anche perché l’amore è una cosa che scoppia quando una persona la incontri; non prima come desiderio e poi devi trovare un oggetto che riempia il tuo desiderio».

È quello che cerco di dire ai miei amici.

«Io sono convinto di questo, nel senso che sì, ok: hai voglia di incontrare qualcuno. Però poi quello che accadrà, le modalità, è una roba che deve essere lasciata all’imprevedibile, non seguire un codice. Perché sennò non è più un’esperienza tua, è una specie di prodotto preconfezionato, come spesso capita per gli scambi di messaggi in cui ci sono dei format linguistici che vengono rispettati. Già questo ti spersonalizza un po’: il texting non è una comunicazione aperta».

Perché secondo te?

«Ci sono delle formule, delle cose che si possono e non si possono dire, la possibilità di essere fraintesi: non puoi integrare la parola con il tuo sguardo, con il tuo riso, con l’espressione del tuo volto che la contestualizza. È tutto molto oggettivato, non tuo. È una comunicazione che, essendo priva di corpo, finché non ci si incontra davvero, è incanalata secondo un binario astratto, che ha collocato a terra qualcun altro. O comunque deve rispettare delle regole molto chiare; è difficile arrivare a un amore vero».

Un amore vero… (e lo dico con la voglia di innamorarmi)

«Sì, per quello dico invece che l’amore è libertà, perché deve essere anche libero da questo. È libertà dal dominio, dal patriarcato, dal desiderio di possesso, dal controllo, ma anche dalle regole che lo schematizzano, magari nate con le migliori intenzioni, cioè per difendersi dal controllo del possesso. E l’idea è muoversi senza cadere da una parte né dall’altra, come su un crinale, i tuoi due precipizi che sono ai tuoi lati, a destra e a sinistra, il possesso o la sex positivity all’estremo; e tu nel mezzo, secondo un percorso che è tuo. Perché poi l’altra cosa importante è che eros sia l’espressione della mia unicità, non una cosa uguale a quella degli altri».

Quindi è come se ci muovessimo con una prudenza efficiente?

«Sì, c’è questo dominio tecnico anche dei sentimenti e dei desideri, che è un po’ favorito dal mezzo stesso, che però diventa complicato: nel senso che magari può dare delle soddisfazioni, ma non è quella potenza dirompente e sorprendente che deve avere l’amore. L’amore ti deve tirare fuori».

Ma in fondo, perché hai scritto un libro sull’amore?

«L’ho fatto nella convinzione che questo sia il grande tema inaggirabile di un’epoca: riguarda sia il rapporto personale di ciascuno di noi con la propria felicità, sia il rapporto con gli altri. Perfino la dimensione politica o pubblica in realtà è fortemente condizionata dal rapporto con questa strana cosa che chiamiamo “amore”, che non è ben chiaro cosa sia. Nei secoli è stata declinata in tanti modi diversi: le sono state date tante parole diverse a partire dalla parola greca eros, quella che ho più testa, oppure c’è quell’amore più diffuso, meno carnale, dell’agape cristiana, che comunque rimane una forma di amore. Questa è la ragione fondamentale per cui da sempre, anche nei miei libri precedenti dedicati alla filosofia, ho avuto un occhio di riguardo sul tema delle relazioni, soprattutto su argomenti come l’amicizia, l’incontro, l’avventura e il dialogo».

E come ti ha influenzato la tua formazione da filosofo?

«Devo dire che la mia formazione da studioso e da amante di Platone mi ha portato a capire fin dal principio che eros, come dice Platone, è il nome di ogni desiderio di felicità, e questo vuol dire che non ha senso aspirare alla felicità se non si vive eroticamente. È un suo assunto fondamentale: e quindi, come ho fatto spesso nei miei libri, ho cercato di mettere insieme queste idee filosofiche fondamentali con l’attualità».

Questi temi si sono presentati anche nel tuo lavoro di conduttore radiofonico?

«Sì: tutti i giorni faccio un mestiere giornalistico che mi porta ad immergermi in questioni quotidiane, non solo politiche ma anche sociali, spesso anche di natura personale e relazionale. Tante volte, per esempio, ho fatto trasmissioni dedicate al tema della violenza di genere, che purtroppo è ricorrente, o anche su argomenti legati al disagio giovanile: si presenta sempre come filo conduttore il nostro rapporto con l’amore. Quindi ho pensato all’idea filosofica fondamentale dell’amore come tensione alla felicità, per cui se voglio sentirmi pienamente al mondo, presente a me stesso, devo amare. E di conseguenza, se non mi lascio andare all’amore, qualunque cosa io faccia nella vita non vale niente? È un po’ questo il concetto platonico».

È possibile vivere senza amare?

«Chi vive senza amare e senza essere amato può anche ottenere grandi conquiste nella sua vita, come è scritto per esempio nel Simposio, però quello che fa non vale niente; le persone che ottengono grandi successi nella vita senza amore, si illudono; gli uomini credono di fare grandi cose, in realtà non combinano niente. Esiste questa parola greca, poiesis, che significa portare da nulla ad essere le cose, e che risuona nel nostro termine “poesia”. Ha un senso sovraesteso all’agire: se sei creativo, se sei felice, porti delle cose dal nulla all’essere, e non significa per forza opere di ingegno. Questo è l’assunto filosofico di fondo, e mi sono chiesto: quest’idea come si applica al nostro quotidiano, ai desideri, alle difficoltà relazionali che vivono le persone?»

Perché proprio “Amore e Libertà”?

«Perché è indubbio che viviamo un tempo di grande libertà del desiderio rispetto alle generazioni precedenti, ma anche, o forse proprio per questo, o nonostante questo, la libertà che abbiamo ci porta ad avere dei problemi con il nostro rapporto col desiderio. Noi abbiamo questo notevole, anche se non totale, grado di libertà nella scelta del livello della sessualità, nell’incontrare le persone, nel lasciarsi andare, nell’assecondare i sentimenti. Anzi, i sentimenti sono al centro del nostro immaginario: sono in televisione, nell’arte, nei film, nella letteratura; però abbiamo grosse difficoltà a gestire questa cosa. Per molti motivi, poiché viviamo in una società altamente individualizzata, atomizzata, siamo molto slegati da tutti gli altri, e questo rende abbastanza complicato capire come stare nei rapporti».

L’ultimo libro di Pietro Del Soldà, pubblicato da Feltrinelli

E questo individualismo diffuso a cosa porta?

«Spesso induce a vivere la vita in modo molto egoistico, narcisistico, competitivo, in un confronto continuo con gli altri; non solo a lavoro o a scuola, ma anche nell’aspetto fisico, in ciò che si pensa, sui social. Tutto questo tende a spingere ciascuno a chiudersi in un piccolo guscio, per cui il rapporto con l’altro e lasciarsi andare nella relazione amorosa diventano un problema, qualcosa che fa paura. E allora cosa succede? Succede che, secondo me, facendo un po’ uno schema, in questa nostra società, in questa parte di mondo in cui abbiamo il privilegio di una certa libertà di desiderio, noi tendiamo a declinare l’amore, in qualche modo anche a comprimerlo, dentro due possibili comportamenti antitetici, che però sono entrambi abbastanza nocivi».

Quali sono questi comportamenti opposti?

«Il primo è quello di vivere l’amore come possesso, come una fusione, magari coltivando all’inizio un’idea molto romantica: “due cuori una capanna”, “lasciamoci il mondo alle spalle”; considera che ciò viene anche dal fatto che la società sia molto frustrante, produca molta incertezza, paura, precarietà, e come dice una sociologa che cito spesso, talvolta viene quasi da pensare “non ci resta che l’amore”, “è l’unica soluzione per stare bene”. E allora investiamo tutto, forse troppo, in una relazione con il mito di poter diventare una cosa sola. Apro una parentesi: in un passaggio del Simposio di Platone, dove si parla proprio dell’amore come fusione tra due che diventano uno, c’è il mito di Aristofane, che io interpreto in questa chiave.

Lui dice proprio: “l’amore deve passare dai due all’uno”; è una cosa bella, sono due metà che si ricompongono. Però c’è un rischio, no? Perché l’idea dell’amore come un cancellare le differenze tra due persone che si amano è piena di insidie, è un rischio».

In che modo è un rischio?

«Spesso questo succede all’inizio di un rapporto. Si ha la sensazione di essere una cosa sola. Poi sostanzialmente, il tempo passa, e le differenze riemergono. E quando emergono, talvolta si reagisce con sgomento, sorpresa, paura! Paura di essere messi in discussione, di non conoscere gli eccessi segreti della mente, del desiderio dell’altro e spesso dell’altra, perché questa reazione è spesso maschile».

E allora quale può essere la reazione?

«A questa paura di perdere terreno a volte si reagisce con uno slancio decisamente possessivo. “Non siamo più una cosa sola?”, allora reagisco tendendo a metterti sotto controllo, a farti rientrare nel mio dominio, nella mia gelosia. C’è un’idea di possesso, che non è roba da vecchi: la cosa che mi ha colpito molto è che in tante indagini che sono state fatte sul comportamento sentimentale e sessuale di persone molto giovani, di 15, 14 anni, in particolare dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin, è venuto fuori che una percentuale significativa, circa un terzo nel caso delle persone intervistate da Save the Children, accetti questo tipo di possesso, di controllo. “Non ti vestire così succinta quando esci con le tue amiche”, “fammi vedere”, “dammi la tua password per tutti gli account che hai”, “elimina quel tizio”; questa cosa è interpretata spesso dalla parte femminile non come una violenza, ma come un segno d’amore, della propria desiderabilità…C’è anche molto narcisismo da entrambe le parti. È chiaro che qui c’è della violenza, e soprattutto è chiaro che in realtà l’incontro non nasca così, che non ci si metta davvero in relazione in questo modo; è più un tentativo di estendere il confine del proprio io fino a inglobare la soggettività dell’altro, più che a gettarsi davvero aprendosi alle ferite e alla vulnerabilità. Questa è una tendenza possessiva alla chiusura».

E l’estremo opposto invece?

«Ecco, dall’altra parte, come reazione a questa tendenza, che è evidente nella società, in tutte le generazioni, e che spesso è denunciata, esiste soprattutto in una fascia di popolazione giovanile la cui reazione è opposta. Per evitare questa deriva possessiva, fusionale, che poi può diventare violenta, di controllo, si mette un limite. L’amore come fusione diventa una bestemmia: lo si rifiuta con parole d’ordine giustissime come il consenso, il rispetto dell’integrità dell’altro, dell’identità personale di ciascuno; però il rischio è che l’integrità, l’individualità, diventino più importante della relazione. Io cito, a proposito del mito di Aristofane, che sembra incarnare l’idea del possesso e della fusione, questo aneddoto di una sociologa americana, Lisa Phillips: dopo aver raccontato il mito delle due metà che si ricompongono rifondendosi ai suoi studenti dell’Università di New York, ha ottenuto da loro una reazione avversa: quella di un rifiuto totale. Non solo dell’idea di monogamia, ma anche di quella secondo cui per essere felici si debba dipendere; perché quello che fa più paura e che viene respinto in maniera netta, è l’idea stessa della dipendenza».

In che modo ci rapportiamo all’idea di dipendenza?

«C’è uno psicanalista che cito spesso, Matteo Lancini, secondo cui la dipendenza è diventata la nuova tossicità; già solo l’idea che si possa dipendere da qualcun altro per la realizzazione di sé, per essere felici, è vista come un male da combattere con tutti i mezzi. Si tende a erigere una specie di no-fly zone, come in una guerra interiore, che nessun rapporto deve violare. Possiamo anche stare insieme in un rapporto sessuale, sentimentale, ma non devi entrare troppo dentro; quello che conta di più per me è l’affermazione del mio io e delle mie prerogative senza entrare mai in conflitto. Allora qual è il problema? Che si perde anche qui, come nel caso precedente, che in qualche modo è uguale e contrario, la possibilità di entrare davvero in relazione, una relazione feconda e generativa».

A cosa può portare il rifiuto dell’idea di dipendenza?

«È chiaro che la deriva è quella di un percorso singolo che magari preveda non delle relationship ma delle, come si dice, situationship. Magari anche più d’una, che quando finiscono non facciano troppo male e non arrechino nessuna lesione, nessuna ferita narcisistica, che è ciò che viene più temuto. Ovviamente in questo caso allora si capisce che è Narciso, l’immagine di sé, ciò che più conta. Tra l’uno e l’altro estremo si tratta di capire se c’è spazio per altro, perché così vivendolo, così declinando, l’amore sostanzialmente è un pericolo. Dice Lancini che la maggior parte degli adolescenti non si getti nelle relazioni proprio per evitare il dolore che ne ricaverebbero dalla loro fine».

Tu cosa ne pensi?

«Sono d’accordo con lui; questa cosa si spiega se viene messa al centro più che la relazione l’identità, che in realtà non dovrebbero mai essere scisse, logicamente non sono scindibili. Invece questo accade anteponendo all’ipotesi di realizzarsi insieme quella di realizzarsi da soli, avendo con gli altri un rapporto magari anche bello, simpatico, divertente, ma che viene sempre un po’ dopo la costruzione della propria verità personale. Sembra una cosa astratta ma in realtà è un casino, perché ti impedisce di uscire da una specie di bolla. In qualche modo i due atteggiamenti che ho descritto fanno capo a tipi umani completamente diversi».

Quali sono? E come cambia il loro rapporto col possesso?

«Da un lato si può immaginare il maschio possessivo, violento, e dall’altro un ragazzo molto premuroso della Gen Z. Ovviamente è un po’ una provocazione la mia; è chiaro che ha più ragione il ragazzo della Gen Z, però in entrambi i casi la parola chiave è possesso. Nel primo caso si tratta del possesso dell’altro o dell’altra, nel secondo del possesso di sé. C’è sempre il possesso di mezzo, e eros è una potenza che ti espropria, che agisce perché ti butta fuori, ti scardina dal dominio che tu hai su te stesso e sugli altri. E’ fecondo nella vita, ti consente di generare, partorire. C’è quest’altra bellissima definizione nel Simposio, che è “partorire nel bello”; non significa per forza fare figli, ma generare insieme a partire dalla bellezza, cosa che ti chiede uno spossessamento. Sempre Platone nel Simposio, grazie a Diotima, la sacerdotessa che prende la parola e insegna le cose d’amore a Socrate, spiega molto bene che è un’illusione quella di possedere sé stessi. La vita ti sfugge costantemente di mano; addirittura lei dice «non siamo mai gli stessi da un giorno all’altro». Moriamo, cambiamo in continuazione, siamo un flusso, un processo: quindi illudersi di possedere, di portare la propria bandiera sull’altra o sull’altro, ma anche su sé stessi come in una specie di fortino inviolabile è un errore».

Un errore?

«Sì, un errore che lascia fuori la potenza di Eros e quindi la felicità. Questa è la risposta alla tua domanda iniziale; ho pensato che Platone potesse aiutarci a stare dentro questa roba molto attuale, molto contemporanea».

E come cambia tutto questo con le app di incontri?

«Le app di dating da quando sono il principale luogo di incontro esacerbano questa tendenza; facilitano il contatto però fino a un certo punto, anche perché c’è sempre la possibilità di fuggire; dal ghosting vero e proprio, alla tendenza (che io ho scoperto un po’ per caso lavorando a questo libro), a non incontrarsi mai. Conosci qualcuno, ti limiti a un infinito scambio di messaggi o di immagini, poi non ti incontri mai. Ma che caz… che cos’ è sta roba? Ed è una diretta derivazione di quello di cui parlavamo prima».

Mi ha colpito molto un passaggio del libro che vede agli opposti il maschio proveniente da un retaggio patriarcale, e dall’altro lato, la sex positivity portata all’ estremo. Eccolo qua: “La sex positivity nasconde in realtà una profonda e comprensibile sessuofobia. Ci parla di una fase storica in cui dietro a proclami di libertà sessuale si nasconde una paranoia e un sospetto profondo e radicato in conflitto.” Perché hai scelto questa frase?

«È una citazione, vero?»

Sì, della Cuter!  (pronuncio il nome con l’accento americano di Fiorello che fa le imitazioni)

«Cuter, è italiana!»

Ah!

«Ho citato questa frase, che mi è sembrata molto interessante e molto forte, di una scrittrice che ha scritto un libro sul consenso molto chiaro, netto, radicale se vuoi, nel trovare i problemi nel comportamento dei giovani, più o meno della tua generazione. Se da un lato è comprensibile, perché si capisce da dove venga quest’atteggiamento di prudenza, sono convinto che il rischio di perdersi per strada qualcosa di fondamentale nel comportamento più diffidente verso ogni forma di dipendenza ci sia. Noi siamo dipendenti, non esiste l’indipendenza del singolo. In questo senso il mito di Aristofane è molto complesso, io ne do una lettura ma ce ne potrebbero essere anche altre: è molto bello perché ci dice quanto siamo vulnerabili, e la vulnerabilità, l’apertura, l’avere ferite aperte e a malapena ricucite sulla schiena, è esattamente quello che noi siamo, noi siamo dipendenti dagli altri, ma viva Dio! La dipendenza, il fatto che per essere felice io dipenda dalla presenza di qualcuno che amo, che mi ama, non è un limite. Anzi, è la cosa più feconda che c’è».

E perché?

«Perché l’amore non si confina nella sfera della sessualità più fisica né nella necessità riproduttiva, ma è qualcosa che riguarda l’umano, è magnifico: è proprio questa cosa dello stare dentro, dello scoprire che non si è atomi isolati nel mondo, ma che siamo parte di qualcosa di più grande, di un amore che ci unisce non solo al partner o alla partner, ma anche agli amici, ai figli, ai genitori. Quel concetto aristotelico di filia che è una parola più ampia rispetto ad eros, che ci dimostra come lì è in gioco la nostra possibilità di essere».

Perché abbiamo così paura di abbandonarci allora?

«Abbiamo alle spalle, anzi ce l’abbiamo ancora davanti agli occhi, il rischio che abbandonandosi si diventi invece dipendenti in maniera tossica e che poi ci sia chi esercita potere, violenza e dominio; quindi si capisce il motivo, è giustificabilissima questa paura. Forse è un passaggio storico necessario addirittura. Però bisogna mantenere una spia accesa, fare attenzione, perché se la deriva è questa – non è che uno debba essere monogamo, chi se ne frega, può vivere quello che vuole -; ma se la deriva è quella di non volersi mai mettere veramente in gioco una relazione, ponendo delle regole…Io cito anche un paio di passaggi dei romanzi di Sally Rooney, un po’ grotteschi e che fanno sorridere; durante un atto sessuale, due giovani dicono «fermiamoci prima e stabiliamo le regole»; queste cose che sono anche un po’ ironiche e alleggeriscono la questione, però indicano il fatto che è altrettanto rischioso ingabbiare la sfera della casualità, del sentimento, dentro dei codici rispettosi di una nostra individualità».

Tu sei un filosofo, hai studiato filosofia; ma quando ti sei innamorato, tu hai provato la conferma di quello che dicevano i filosofi? Hai pensato “caspita hanno ragione?” O ti è sembrato di capirli in maniera diversa?

«Mi sono innamorato prima di saperlo, ero piccolo».

È vero, non ci avevo pensato!

«La prima volta avevo 16 anni, 15 anni. Ce l’ho ben presente, ti sganghera completamente, ti espropria. Ti lascio con questa frase: Eros, inteso come creatura divina, dice Socrate nel Simposio, è oikos. Oikos vuol dire casa in greco, da qui oikos-mia, economia. Quindi eros è senza casa letteralmente, è un poveraccio, è un viandante, ma è anche proprio anti-economico, ha una potenza dispersiva: è creativo ma dispersivo, butta fuori, è una potenza che ti schianta, e se non ti schianta non stai provando amore. Però l’ho trovata dopo la conferma; prima l’ho capito sulla mia pelle, per lo più soffrendo tra l’altro (ride) Perché l’altro problema è che si tende a sterilizzare l’amore per non starci male; e invece bisogna accettare il fatto che ci sia la sofferenza, perché dice Diotima, in quella frase con cui io apro l’introduzione: “ogni desiderio di felicità ha il nome di Eros potentissimo e ingannatore”. “Ordisce Tranelli”, ti fa sbagliare, non c’è niente da fare. Ma va bene così. Non c’è l’alternativa».

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