Lo psichiatra Mario Tobino (intepretato da Lino Guanciale) tra le donne dell'istituto psichiatrico di Maggiano

Il paradosso della libertà

Ci sono storie che non offrono conforto, ma una forma di verità. Non quella che puoi misurare o dimostrare, ma quella che, prima di andare a letto, finisce per bussarti allorecchio.

Le libere donne, disponibile su RaiPlay, lho seguita così, tra curiosità e fascinazione, ma anche con una certa resistenza, senza riuscire mai davvero a staccarmene. Così è finita per rimanermi addosso. E in quelle frizioni qualcosa ha continuato a muoversi. Forse è proprio lì che la serie trova la sua forza: non in quello che risolve, ma in quello che lascia aperto in chi la guarda.

È il 1942. Lo psichiatra Mario Tobino (Lino Guanciale), di ritorno dal fronte libico, arriva allospedale psichiatrico di Maggiano, vicino Lucca. Sin dalle prime scene la serie muta la funzione del personaggio: non più mero osservatore della divisione femminile del manicomio, come si evince dal libro da lui scritto, bensì protagonista tra le protagoniste, soggetto e non solo narratore. Nel raccontare la storia delle libere donne, finisce così per raccontare anche la propria.

Attraverso la sua voce cominciamo a conoscerne i valori: per restare vivo, si aggrappa alla speranza che qualsiasi essere umano, anche se pazzo, possa essere libero. Ma è nel confronto con la realtà che emerge una consapevolezza più amara. Libero, osserva, “è una parola che di questi tempi suona vuota.

Nella fiction il concetto di libertà diventa veicolo e occasione per narrare le iniquità che attraversano i diversi contesti, dallambito manicomiale fino al regime nazifascista che infestava quegli anni. E così la follia interna allistituto appare quasi innocua allo spettatore, se confrontata con i soprusi dei normaliin libertà.

A dare corpo a queste fratture sono diverse figure, che incarnano le varie possibilità morali sullo schermo. Accanto a Tobino, il dottor Anselmi (Fabrizio Biggio) firma una quota in rappresentanza antifascista, dando respiro, con la sua ironia, alla narrazione. Ma non di solo umorismo vive la controparte, bensì di tenacia e resilienza, di cui si fa nobilmente portavoce Paola Levi (Gaia Messerklinger), ebrea e partigiana, nonché grande amore di Mario. È il seme buono che continua a crescere nonostante la zizzania, tra chi si tiene al riparo, chi resta in una zona grigia e chi abbraccia senza esitazioni la violenza, come linfermiere Beppe (Riccardo Goretti): quellerba cattiva che sembra non morire mai.

A volte non vi è altro modo per sopravvivere alla realtà, cruda com’è, che fuggirle nella malattia mentale. Alcune donne, come Margherita Lenzi (Grace Kicaj), tentano di evadere consapevolmente, altre invece vi precipitano inavvertitamente nel tentativo di ritrovare il senso smarrito.

Sono queste le libere donne della fiction: Galli, Gabi, Morena, Faina, Lilli, Marta e Margherita. Personaggi dissimili, eppure accordati da un solidale senso di estraneità.

Tra loro una principessa che attende il suo principe per danzare, una circense che non perde occasione di performare, una bocca silente che porta il peso di saper parlare e una bocca lesta che fa la spia per poter fumare. In loro il paradosso della tanto ambita libertà, che smette di appartenere allistituzione a cui vengono ricondotte per spostarsi altrove: nelle loro menti, ormai divincolate da ogni inibizione.

Oltre il melò: una fiction che chiede attenzione

Da sinistra: Irene Muscarà, Dodi Conti, Marta Bulgherini, Filippo Caterino, Grace Kicaj, Lino Guanciale, Pia Lanciotti, Gea Dall’Orto, Ianua Coeli Linhart /crediti: Rai

La serie prende forma sullo sfondo di una Toscana pittoresca, dove i cipressi diventano mappa verso la libertà, il mare. Attraverso luso del colore malinconico e delle composizioni suggestive non perde mai la verità, anzi la consacra romanticamente. La sceneggiatura ridispone i frammenti sparsi e liberamente riadattati da Le libere donne di Magliano, accordando una linearità che guida lo spettatore.

Per farlo, fa emergere degli elementi di finzione, necessari a dare struttura alla trama. È il caso del personaggio di Margherita Lenzi, e in particolar modo della relazione amorosa che instaura con Tobino. Attraverso questa scorciatoia emotiva, la fiction cerca di avvicinare chi guarda alla psicologia dei personaggi, nonché alla consapevolezza, sempre più vicina, della labile linea di margine che distingue la normalità dalla follia.

Ora è concesso allo spettatore di sbirciare allinterno delle stanze, dei corridoi, delle celle disolamento: è lì che la vulnerabilità senza filtri si concretizza, tra corpi nudi di attrici generose, prestati a una verità più loquace, fantasie astruse e strategie di sopravvivenza.

La regia di Michele Soavi tesse le fila di una miniserie qualitativamente autorevole, sostenuta da una recitazione che non tradisce mai la verità dei personaggi, che combina lasprezza delle ingiustizie a una delicatezza visuale a tratti onirica.

Così il dramma intreccia elementi biografici e storici con una dimensione più intima, costruendo un racconto che si discosta dalle dinamiche più consuete della fiction di prima serata. Un allusivo rimando al celeberrimo Qualcuno che volò sul nido del cuculo è solo un esempio di come il prodotto si serva di un immaginario cinematografico di rilievo per elevare se stesso.

Ne emerge una miniserie che, pur muovendosi allinterno del palinsesto Rai, evita (alcune) vie più immediate, scegliendo una forma talvolta scomoda, ma capace proprio per questo di chiedere allo spettatore un nuovo modo di osservare.

Il punto cieco della storia: cosa resta tra equilibrio e contraddizioni

C’è un momento però in cui la fiction smette di essere soltanto racconto e mi si inchioda davanti, facendo attrito. Mentre il baricentro della narrazione si sposta progressivamente su Margherita e sul risvolto romantico mi sono chiesta se un racconto corale avrebbe reso la serie più fragile o, al contrario, più riuscita.

Non ho saputo ignorare la sensazione che qualcosa mi fosse stato sottratto: il resto delle donne e la loro tridimensionalità. Eppure lo sguardo finiva dovera più facile lasciarsi coinvolgere. È in quella contraddizione che mi sono trovata più esposta: nel non sapere più se stessi guardando la serie o se stessi reagendo a ciò che la serie stava facendo a me, attraverso i personaggi di Mario e Margherita.

Tobino smette di restare a distanza, entra nelle cose e le sposta. Lì però qualcosa vacilla: nel tentativo di avere cura, oltrepassa un limite etico.

Continuo a tornarci sopra, a vivere una tensione costante tra lassecondare le sue scelte e il criticarle. In quellinstabilità precaria la storia scivola e io in lei. Sono Margherita, sono la Galli, ora vorrei che Tobino le salvasse tutte, salvasse anche me. Il secondo dopo mirrigidisco, pretendo emancipazione da parte di quelle donne che vogliono che un uomo le liberi. Pretendo lo stesso da me.

Allora torno allo schermo, perché torni a parlare di loro, e le guardo: la mente è il loro paracadute. Non hanno bisogno di essere salvate: perché lì sono già fuori da un mondo che le definisce, le misura, le corregge. E quando il confine tra normalità e follia diventa effimero, non preoccupa più il colore fuori dai margini, ma chi ha tracciato confini troppo stretti. In un mondo vessato, corrotto e violento, in cui sembra sempre vincere il più forte, è libero chi non sta al gioco.

Tag