• foto di Giovanni Andrioli

«Il mio ultimo volume nasce da un ricordo personale: una zia acquisita, segretaria al Ministero della Propaganda di Goebbels, parlava in casa, con una certa frequenza, di Eva Braun; al Berghof – la residenza privata di Adolf Hitler – erano solite scambiarsi dei convenevoli. Eravamo nel bel mezzo del secondo conflitto mondiale, io ero solo una bambina, e me la immaginavo come una principessa, con la servitù e un mucchio di vestiti, che in effetti aveva!», ci racconta Helga Scheider.

Hitler, Goebbels, Braun: è surreale che questi cognomi, che abbiamo imparato a conoscere sui manuali di storia, facciano parte di una testimonianza di famiglia. Ma chi ha dimestichezza con le opere di Schneider sa bene che ci riferiamo a una scrittrice dall’infanzia atipica: da piccola, infatti, Helga è scesa nel bunker del dittatore nazista, lo ha visto con i propri occhi, ha potuto osservarne i movimenti, serbandone un ricordo tutt’altro che lusinghiero. Pallido, emaciato, tremolante. Altro che impavido condottiero della stirpe germanica. A voler tacere della madre, guardiana del campo di Auschwitz-Birkenau, che fino agli ultimi giorni di vita non mostrerà alcun pentimento per le angherie perpetrate ai danni di uomini e donne inermi.

La più recente fatica letteraria dell’autrice ruota intorno alla relazione tra il tiranno tedesco e la giovane borghese. Di certo, non un idillio amoroso. Schneider riferisce di un’autentica asimmetria di potere tra i due, che condurrà Braun a periodiche crisi depressive, sino a tentare per due volte il suicidio. L’aberrante perversione di Hitler si concretizzava in una sequela di molestie, soperchierie e abusi nei confronti dell’amante, spesso lasciata sola per settimane, mentre il Führer di Germania se la spassava con attrici e vedette all’ultimo grido. Ma allora, da cosa era attratta Eva? «Per quanto possa sembrare strano, Hitler possedeva qualcosa di magnetico, che irretiva le donne. Inoltre, la Braun è sempre stata ambiziosa: sapeva di essere destinata a qualcosa di grande, che la vita le riservava un futuro diverso da quello del resto della propria famiglia. L’epilogo lo conosciamo tutti: nei cunicoli di quel gelido bunker, deciderà di ammazzarsi con l’uomo al quale aveva sacrificato la propria gioventù e che l’aveva sposata solo poco istanti prima di morire».

Vittima di una forma di gaslighting, di manipolazione? Certo, ma non per questo esente da responsabilità: «Braun rimane, comunque, colpevole: ha deciso, in scienza e coscienza, di vivere accanto ai peggiori criminali del nazismo, ne ha sfruttato il potere e le ricchezze», sostiene la scrittrice.

La presentazione del volume è occasione, per la Schneider, di ritornare ai momenti più difficili del proprio passato: «Adolf Hitler mi ha rubato l’infanzia, così come ha rubato quella di milioni di altri bambini. Le guerre sono qualcosa di terribile, per questo, oggi, faccio fatica anche a guardare il telegiornale». Come riuscire a metabolizzare simili orrori? «Con la scrittura: mi metto al computer per otto ore al giorno, e sublimo in quelle righe tutto ciò che sento», confessa l’autrice.

«Eva Braun ha avuto un destino molto singolare, e io, come scrittrice, sono attratta dai destini singolari. Il ricordo delle conversazioni con mia zia, che la incensava come una delle donne più belle ed eleganti della Germania dell’epoca, si è sedimentato in me, e poi è riemerso con forza, con prepotenza, pretendendo di essere sviluppato. Ho tentato di scavare nella sua psiche, e il compito mi ha molto appassionata. Credo che, tutto sommato, valga la pena di leggere questa storia».

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