
Per milioni di cittadini votare è diventato un lusso, questa è la realtà degli studenti e dei lavoratori fuorisede. Il 22 e il 23 marzo gli italiani saranno chiamati alle urne per un referendum costituzionale sulla riforma della magistratura. La proposta, già approvata dal Parlamento, prevede la separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, che oggi fanno parte dello stesso percorso professionale e dello stesso organo di autogoverno. Con la riforma nascerebbero invece due carriere e due organi distinti. Votando “sì” la riforma entrerebbe in vigore, votando “no” tutto resterebbe com’è. Questo appuntamento così importante dovrebbe riguardare l’intera popolazione, ma purtroppo non è così.
L’Italia resta l’unico grande paese europeo a non aver ancora garantito il diritto di voto ai fuorisede, ovvero a chi studia o lavora lontano dal proprio comune di residenza. Tuttavia, tornare a casa per moltissimi significa affrontare un viaggio costoso e lungo, nonché mettere in pausa la propria vita, che non sempre lo permette, insomma, un grande sacrificio. È così che il diritto di voto smette di essere universale e diventa selettivo. Quando si parla di bassa affluenza ai referendum, si tende solitamente a incolpare i cittadini di menefreghismo. Eppure, in questo caso, molti non voteranno, non per disinteresse, ma a causa di un sistema che rende il voto più facile per alcuni e quasi impossibile per altri.
Il problema di fondo è che in Italia non esiste una legge definitiva sul voto fuorisede, sono state fatte soltanto sperimentazioni nel 2024 e nel 2025, rese possibili da norme ad hoc. Nella nostra penisola sono circa cinque milioni le persone che vivono stabilmente in un comune diverso da quello di residenza, una parte consistente della popolazione che rischia di essere esclusa da un momento importante per la storia della nazione. Se voler esercitare il proprio diritto di voto significa dover fare un notevole sacrificio economico e logistico, interrogarsi su quanto effettivamente sia inclusivo e democratico il nostro sistema elettorale viene spontaneo. Soprattutto perché è risaputo che le nuove generazioni, che rappresentano il futuro del paese, sono molto propense a spostarsi in cerca di opportunità migliori.
Questo referendum riguarda una importante riforma della giustizia e della Costituzione e proprio per questo sarebbe fondamentale che tutti i cittadini avessero la stessa possibilità di esprimere la loro opinione. In risposta all’indifferenza del parlamento verso questa problematica la popolazione si è mobilitata. Il 4 luglio 2025 è stata lanciata una raccolta firme per una proposta di legge intitolata Voglio votare fuorisede, che ha raggiunto l’obiettivo di 50mila sottoscrizioni a ottobre.
La proposta è stata depositata in Senato a dicembre e la commissione Affari costituzionali ha avviato l’esame il 7 gennaio 2026, perciò i tempi non hanno permesso di renderla operativa in tempo per il referendum. L’unico stratagemma che i fuorisede, per ora, possono usare per votare a distanza è iscriversi come rappresentanti di lista: persone incaricate dai soggetti che partecipano a un’elezione o a un referendum di presenziare all’interno dei seggi durante le votazioni e lo scrutinio per garantirne la regolarità. In questo modo si può votare nel seggio in cui si è stati nominati, nonostante elettori di un altro comune. Tuttavia dover trovare tali scorciatoie burocratiche per poter esercitare il diritto di voto sembra surreale in un paese che si definisce democratico. Dunque, una nazione che impone tali limitazioni ai suoi cittadini nell’esercizio di un diritto fondamentale può dirsi davvero pienamente democratico?




