
«E poi c’è Veronica Raimo, che è venuta sul dal niente». Giorni prima di incontrare la scrittrice di persona, una simpatica libraia mi dà un’infarinatura generale su chi devo intervistare. Diversi premi vinti, tra cui lo Strega Giovani, uno straordinario successo ottenuto con il romanzo Non scrivere di me e una prosa accattivante, divertente, tagliente, a volte tenera. Giorni dopo ci troveremo in territorio fidentino, lei e io, seduti su una panchina all’aperto: lei con il suo drummino, una birretta offerta dal festival LSD e il suo fare un po’ romano, io con l’impaccio di trovare delle parole con cui iniziare.
Che effetto ti fa vedere la gente venuta qua per sentirti parlare? Magari vorrebbero essere qui al posto mio.
«Eeeh… no vabbè dai, è bello, figurati. Anzi, ho sempre il terrore che non verrà nessuno… ti chiedi: “Ma perché vengono?”».
Davvero?
«Sì, io sempre. Fa caldissimo e penso: “Cavolo io non uscirei di casa adesso per andare a una presentazione”, quindi ho sempre… ma neanche il terrore, a volte ho proprio la sincera convinzione, che mi sembra pure oggettività, che non ci sarà nessuno e che è normale che non ci sarà nessuno: perché appunto sono le sei di pomeriggio, con sto caldo, di sabato».
A Fidenza.
«Esatto, e poi vedo la gente e provo sempre incredulità. Ammazza, è bello, figurati».
Visto che sto imparando a fare interviste: ci sono domande che sconsigli di fare agli scrittori?
«Tante volte succede che devi andare a presentare il libro in una città x, metti Fidenza, magari c’è il corrispondente del… non so qual è il giornale di Fidenza».
La Gazzetta di Fidenza!
(Diciamo contemporaneamente e ridiamo). «E c’è un giornalista che magari si occupa di diecimila cose che possono essere sport, politica, eccetera eccetera e a cui accollano anche di fare la presentazione, e ovviamente non ha letto il libro, e quindi ti fa delle domande del tipo: “Di che parla il libro, come è stato scritto”; cose così, super generiche. All’inizio rispondevo, e adesso no … non mi va di prendermela con lui o con lei, perché capisco faccia parte del loro lavoro, però a quel punto dico “guarda, non prenderla sul personale, per semplificarci la vita a tutti e due visto che è pieno di interviste, leggiti delle cose che ti interessano, per me va bene tutto”».
Ma l’hai mai detto davvero dei giornalisti?
«Sì sì, adesso lo faccio».
E loro come reagiscono?
«Non reagiscono benissimo però poi capiscono che in effetti, tutto sommato, semplifica il lavoro, e accettano. La prima volta che l’ho fatto, era chiaro che una tizia non avesse letto il libro».
Da cosa l’hai capito?
«Be’ dal fatto che continuava a fare domande di questo tipo. E io le ho risposto: «Guardi, mi dispiace, vedo che non ha letto il libro»; io dovevo fare un’altra cosa ed ero riuscita a ritagliarmi quel tempo, dovevo andare, e lei l’ha presa un po’ male. Mi fa «Ok», e mi ha spiegato che aveva moltissime cose da fare, quindi io l’ho capita benissimo… però lei c’era rimasta male. Dopo di che ho letto un suo post in cui diceva…»
Veronica Raimo è una stronza?
«Sì, in cui lei raccontava questo aneddoto. Diceva: “Ho comprato il suo libro con tutti i pregiudizi del mondo”, perché si è sentita trattata di merda e alla fine le era piaciuto contro sé stessa. E quindi spiegava: “Alla fine sono stata contenta di leggere un libro che non avrei mai letto se non fosse per stato per l’incazzatura”. Le era piaciuto e per me è stato molto bello».
Mi viene in mente, per dimostrarti che ho letto il tuo libro, la tua protagonista che legge i libri di Lorenzo e a volte è arrabbiatissima altre invece si commuove, a seconda del suo stato d’animo.
«Bene. Bravo (ride). Un’altra domanda abbastanza odiosa è: “Cosa c’è di autobiografico?”, perché quella pure è una roba che puoi chiedere a qualsiasi autore. Insomma, queste domande un po’ generiche».
Io avrei detto quasi invadenti, o secondo te il problema è più la vaghezza?
«Tutte e due le cose. C’è anche l’invadenza, il pensare che appunto debba sempre esserci qualcosa di intimo, di personale. E tu vuoi andare lì a sfrucugliare».
Hai sempre scritto di temi così intimi?
«Alla fine sì, è quello che mi interessa di più. Ed è anche quello che so fare. Non saprei scrivere un romanzo ambientato in un’epoca storica lontana dalla mia. Uno si ispira a partire dai propri limiti. Poi per me il sentimento della noia è una questione importante, per cui se dovessi fare una ricerca per ambientare un libro nell’800, penso che mi annoierei».
Stavo leggendo uno scambio di lettere uscito per Il Foglio tra te e tuo fratello Christian, anche lui scrittore, e ho visto che a un certo punto gli hai risposto che non sai da dove nasca un romanzo; questa stava per essere esattamente la mia prima domanda, meno male che ho trovato quest’articolo poco fa. Però ti chiedo invece: cosa ti è costato scrivere questo romanzo, che cosa hai sentito di raccontare di te? Come hai vissuto la stesura di questo libro?
«Sono stata parecchio tempo senza scrivere perché Niente di vero è uscito nel 2022, quindi vuol dire che avevo consegnato il manoscritto già da tempo, e poi è uscita la raccolta di racconti che però erano fondamentalmente tutti editi tranne uno. Per tanto non ho scritto perché quel libro è andato molto bene, ha avuto molto successo, però al tempo stesso proprio perché era andato molto bene rischiava di essere una trappola. Insomma, non volevo scrivere qualcosa che assomigliasse a Niente di vero. Sicuramente volevo uscire dall’auto-fiction e tornare a inventare una storia e dei personaggi. Quando la storia e, soprattutto, la voce sono arrivate è stato forse il libro più veloce che ho scritto.
Volevo raccontare la storia di una ragazza più giovane di me, che in qualche modo avesse dei tratti simili ai miei, che però avesse anche una possibilità diversa rispetto a quella che era stata la mia; una ragazza che a un certo punto decide in maniera quasi deliberata di dedicarsi al fallimento. Mi interessava questo tema in un momento in cui ancora più di prima sentiamo tantissima pressione sociale; lei rivendica il diritto a mandare tutto in malora, poi quale sia la motivazione ovviamente è un’altra questione. Però ecco, rispetto a tante narrazioni, soprattutto a narrazioni delle donne che ora sono sempre delle parabole di riscatto o di emancipazione, volevo invece raccontare la storia di una donna che fallisce».
Quando scrivi usi la prima persona: mi chiedo se ti viene da scrivere quello che effettivamente diresti tu nelle situazioni in cui si trovano i personaggi, o se invece parti dal loro punto di vista; perché sembra veramente che sia proprio tu come scrittrice a parlare.
«Sono sempre voci che hanno delle affinità con me: anche quando sono entrata nella testa di personaggi maschili come nel mio primo romanzo, Il dolore secondo Matteo, ho scritto in prima persona di un maschio misogino, razzista, ed è ovvio che non mi rispecchiassi in lui. Allo lo stesso tempo aveva qualcosa nel tono di voce, un certo sarcasmo in cui potevo riconoscermi e quindi effettivamente nei miei protagonisti c’è sempre parte della mia voce. Cerco di essere mimetica il più possibile. Per esempio, visto che questa protagonista ha una decina di anni in meno me, ho cercato di rendere la lingua un po’ più giovane rispetto a quella che potrebbe essere la mia, ho cercato di fare un lavoro per dare credibilità al personaggio».
Vorrei farti la stessa domanda che stavo per chiedere per sbaglio a Marco Damilano. Lui stava parlando di geopolitica, e mentre tra me e me pensavo alla prossima domanda, mi sono detto: “Adesso gli chiedo se la letteratura deve essere atroce”.
Come direbbe Lorenzo, il fidanzato scrittore della protagonista, la letteratura deve essere atroce?
«No, per me quella è un po’ una presa in giro di certi vezzi degli scrittori che devono sempre dare una portata quasi epica al loro lavoro letterario. A me fa sempre ridere quando si accosta una parola a caso alla letteratura; è come dire l’amore è… non so.
Si può dire “dev’essere atroce” ma si potrebbe anche dire “dev’essere salvifica” o “dev’essere crudele”… non lo so che cosa debba essere la letteratura, è un po’ difficile definire come “qualcosa” la letteratura; è un po’ una parodia di chi pontifica su cosa dovrebbe essere».
Vedo infatti che nei tuoi racconti e nel tuo libro ci tieni a prendere in giro falsi idealismi o chi ha un sacco di soldi e pontifica su come bisognerebbe godersi la vita; penso a Vincent che fa i massaggi tra i trulli nel tuo racconto La vita è breve, eccetera… vedo un tipo di ironia rivolto proprio a questa categoria.
«Sì, tutte le forme di assolutismo, di asservitismo, mi fanno un po’ sorridere; al tempo stesso non è che non prenda le cose sul serio. Mi piace il concetto che diceva Schlegel dell’ironia romantica, per cui devi stare serissimo sul palco e al tempo stesso dubitare della serietà dello spettacolo. Ho sempre un po’ un approccio del genere rispetto a quello che faccio: prendo sul serio lo scrivere, il mio lavoro, ma al tempo stesso penso “Boh, ma magari è tutto ridicolo quello che sto facendo”. C’è sempre questo dualismo al limite del conflitto tra le due cose».
In che senso ti chiedi se è ridicolo quello che fai?
«Una pensa “vabbè, ma a cosa serve?”, o anche quando si sente “la letteratura mi ha salvato” mi chiedo “sì, ma in che senso, che vuol dire veramente?”. Per me essere seri vuol dire essere in qualche modo non sciatti, studiare, però dare un senso di salvezza o di epica a quello che si fa è una roba a cui non credo tanto, non riesco a starci; non penso ci sia niente di realmente salvifico nella letteratura o nell’arte. È ovvio che ci dia tanto; sempre per essere “romantici”, credo che la musica sia l’arte più sublime da un certo punto di vista, ed è chiaro che quel tipo di connessione, di emozione che ti può suscitare la musica forse nient’altro ci può riuscire; perciò credo che sia una cosa seria. Allo stesso tempo penso che all’interno della nostra piccolezza sia comunque ridicolo, non sia niente; mi sembra che serva sempre mettere un po’ in prospettiva quello che si fa e anche continuare a dubitare. Secondo me continuare a dubitare e avere un atteggiamento che mette in discussione quello che fai è l’unico modo per cui puoi continuare a fare ricerca e a studiare, che per me è fondamentale».

Non scrivere di me, Einaudi
Per esempio, per questo libro che ricerche hai fatto?
«Semplicemente leggere altre cose, libri, testimonianze di donne, continuare a essere curiosi, vedere film, è fare ricerca. Non è ovviamente solo la vita che entra dentro la scrittura, ci sono tante che cose che ti arrivano mediate. Trovo un po’ una falsa domanda “le serie tv sono diventate i nuovi romanzi?”, o se non so cos’altro sia diventato il nuovo romanzo; “Internet sostituirà la letteratura?” o roba del genere, quando tutte queste cose vengono inglobate. Noi, con i nostri corpi, siamo parte della tecnologia che abbiamo inventato e produciamo quello che il nostro tempo ha prodotto. Oggi non si scriverebbe giustamente un romanzo dell’800; fondamentalmente a noi interessa tutto quello che appartiene al presente e il modo in cui lo contamina, non quello che si scrive e quello che si produce artisticamente».
Senti che i tuoi libri sono adeguati ai tempi che stiamo vivendo?
«Lo spero. È questo il tipo di ricerca che mi interessa di più».
E quando ti chiedi se il tuo lavoro ha un senso, quando dici “ma non è che forse è tutto ridicolo?”, cosa ti rispondi?
«Dipende dai giorni! Ci sono giorni che proprio non trovo il senso in nulla, poi magari possono succedere delle piccole cose, un messaggio di un amico, di una persona che stimi, o rileggi una frase e pensi “però che bella questa frase”… che ne so, anche momenti di becero narcisismo, e ti sembra che tutto sommato forse ha senso, ecco. Però… però è molto difficile, per me è molto difficile trovare il senso. Forse è anche un atteggiamento rispetto alla vita, sono sempre… non direi pessimista, ma è un’interrogazione costante la mia, una specie di rivolta costante. Mi sento molto camusiana in questo senso; Camus è uno scrittore che ho amato tantissimo per il suo modo di raccontare l’uomo, la rivolta, oppure il mito di Sisifo, che spinge questo masso in cima alla montagna per poi vederselo ricadere addosso. Per me questo è un po’ lo sforzo umano, puntare a un traguardo che non arriva mai. L’importante è credere alla buona fede di Sisifo: continuerà ad andare avanti anche se non arriverà da nessuna parte e quel sasso, quel masso, continuerà a rotolargli addosso».
E il tuo sasso sono le parole che scrivi, i romanzi?
«No, è tutto. Qualsiasi cosa. Mia madre mi dice sempre “devi essere costruttiva”, io penso “ma che vor di‘?” ; non voglio essere distruttiva però…»
Anche adesso te lo dice?
«Sì sì, continua a mandarmi sempre messaggi: “Mi raccomando, costruttiva”».
Ah, quindi lo fa per incoraggiarti!
«Sì, probabilmente sì, non te lo so dire che vuol dire “essere costruttiva” e, forse per lei essere costruttiva vuol dire mettere su famiglia, non ne ho idea; però ci tiene molto a dirlo e io proprio non so cosa voglia dire».
Sai che il tuo stile un po’ mi ha ricordato la stand-up comedy,? Perché la tua scrittura è fatta da tanti pensieri, uno dopo l’altro, molto ironici; è come se ogni 2-3 frasi o addirittura ogni frase ci fosse una battuta o un commento divertente, come in un monologo molto serrato. Come fai essere sempre così? Riscrivi molto i tuoi pensieri, o scrivi le frasi esattamente come le pensi?
«Procedo in maniera completamente lineare, quindi, se non sono soddisfatta, non riesco a svoltare da quello che so facendo: non è che ho una prima stesura e poi ci torno su subito dopo. Devo essere molto convinta e non so quello che arriverà, magari posso avere delle scene in mente, però in realtà avviene tutto veramente nel processo creativo.
Quando mi metto a scrivere intanto devo aver voglia, perché se non ne ho voglia manco mi ci metto; quando mi sembra che ne ho voglia e che ho delle cose in mente comincio, e finché non sono soddisfatta non mi allontano; poi riprendo la scrittura da dove l’ho lasciata, ma non conosco la fine dei miei romanzi o quello che succederà. Due o tre snodi posso averceli in testa, ma di solito avviene tutto nel processo: è proprio un modo molto diverso da quello di tanti scrittori e scrittrici che invece fanno tante stesure, poi tornano, poi spostano i pezzi. Non ci riesco, è una specie di ossessione, e lo stesso vale anche con la traduzione: molti traduttori e traduttrici fanno una prima stesura lasciando un sacco di buchi su cui poi ritornano. Io finché non ho risolto una frase non vado avanti. Mi continuerebbe a tormentare tutto il giorno, non ce la faccio a lasciare le cose troppo in sospeso».
E se parliamo di soddisfazione, vuol dire che la convinzione in quello che hai scritto deve essere granitica?
«Granitica non lo so purtroppo (ride), però sì, la soddisfazione ci deve essere, devo avere la sensazione di aver scritto proprio quello che volevo. A volte ho l’impressione che servano delle scene di raccordo, e quindi mi metto a scrivere queste scene di raccordo anche se tendenzialmente è una cosa che mi annoia a morte, perché mi sembra di farlo soltanto perché è utile alla narrazione. Dopo che mi sono annoiata tantissimo a scrivere questa roba, prendo il fatto come una spia. Non credo che uno si debba annoiare – però altri potrebbero dire cose diverse – e quindi a un certo o punto penso proprio: “Ok, forse questa scena non ci vuole, chi leggerà si farà da solo la sua scena di raccordo mentale”. Se ci sono cose che scrivo mentre mi annoio, tendenzialmente le tolgo dal testo e forse anche per questo la mia scrittura è molto frammentaria e fatta per singoli passaggi, non per forza ci sono tutti i fili annodati per benino».
E al contrario le scene di cui se più soddisfatta sono quelle che ti sei divertita più a scrivere?
«Sì, alla fine sì. Non so se tratti di divertimento, però sento che le cose stanno girando come dovrebbero. Lo senti, c’è qualcosa di… fisico. È un piacere fisico. Nella musica forse è ancora più evidente, quando senti che hai trovato una melodia, un accordo, una roba che funziona, e per me è la stessa cosa. Un colore per chi dipinge. A un certo punto lo sai che era proprio la cosa che volevi, e quella roba sì, ti dà un grande senso di appagamento».
Ti posso chiedere perché i tuoi personaggi mentono? Vedo che ritorna tra i racconti o nel libro che hai appena scritto
«Chiedilo a loro! Non lo so! (ride). Ho un rapporto molto problematico con la verità. Mi sembra che la verità sia un po’ suscettibile al passaggio del tempo, è difficile mantenere la stessa verità nel corso del tempo; in qualche modo forse non le vedo neanche come delle bugie, ma come delle verità che valgono in maniera “contingente” per quel preciso momento».
Mi sembra di capire che mentre scrivevi non sapevi come si sarebbe evoluta la relazione tra Dennis e la protagonista. Sapevi che sarebbe culminata verso una scena di violenza?
«No, a un certo punto per me era chiaro che era successo qualcosa di molto brutto e molto violento, però non ero per niente sicura di voler entrare nella “stanza” della violenza; mi sembrava quasi un’invasione. Poi ho pensato che non farlo sarebbe stato scorretto: visto che siamo sempre nella testa della protagonista non volevo che la violenza sembrasse una sua interpretazione, una sua rivisitazione. Volevo che chi leggeva avesse chiara la dinamica di quello che era successo oltre all’interpretazione di lei, e quindi mi è sembrato doveroso entrarci come scrittrice almeno per descrivere i movimenti.
Però questa è una scelta che ho fatto nel corso della scrittura, all’inizio non ci pensavo. Come per il finale: volevo che in qualche modo ci fosse non tanto un lieto fine, perché è tutt’altro che un lieto fine, però un senso di apertura, qualcosa che sbloccasse questa specie di automatismo, di ruota del criceto in cui sembrava trovarsi la protagonista: qualcosa che le permettesse di trovare un via d’uscita. E ho pensato che il finale potesse essere proprio quest’apertura».
Ho sentito una tua intervista in cui dici che il libro è amaro. Quell’amarezza è una sensazione che ha accompagnato la stesura del libro?
«Sì, sì. Abbastanza. A volte temevo che fosse anche troppa, non volevo che fosse un libro troppo amaro, troppo cupo, però mi sembrava anche doveroso che lo fosse. Poi ci sono delle scene di alleggerimento e anche la voce sarcastica della protagonista può stemperare le cose, però in fondo sì, è un libro profondamente amaro».
Sapendo che ti avrei intervistata mi chiedevo: tu sei sarcastica quanto la protagonista? Io onestamente pensavo, penso, di sì.
«Sì be’.. ce l’ho».
È un tuo modo di fare?
«Sì, è strano perché a me sembra una modalità talmente neutra, e poi ci sono un sacco di persone suscettibili che non voglio dire che non abbiano senso dell’ironia, però magari pensano di averlo ma soltanto se sono loro a fare una battuta; se poi però se ne viene rivolta una a loro… Certe volte il sarcasmo mi mette nei guai».
Quindi è anche un problema.
«Sì, sì! La gente se la prende, poi devi recuperare, devi giustificare, dire: “Era una battuta”, spiegare che non stavi usando un linguaggio letterale… Un po’ mi viene dalla mia famiglia, siamo tutti ipersarcastici l’uno con l’altro e a volte le persone che ci vedono da fuori pensano che ci stiamo insultando tutto il tempo, abbiamo un modo di parlare veramente sopra le righe. Usiamo tante parolacce, può sembrare strano mentre per me è un po’ una modalità neutra, anche se non si direbbe».
Invece i tuoi racconti da dove nascono? Nascono da aneddoti? Sembra che tu abbia vissuto tante avventure e che a un certo punto abbia pensato: “questa la metto in un racconto”.
«Guarda in realtà nascono quasi in tutti i casi, se non in tutti i casi, da commissioni. Per quanto possa sembrare una costrizione scrivere su un determinato tema, che ne so…».
Magari su un architetto che vive in un trullo.
«Esatto, ti mette invece in condizione di inventarti qualcosa, di pescare dalle tue esperienze, oppure di riprendere un’idea che avevi avuto e che però non avevi mai sviluppato perché non ti sembrava che potesse reggere un romanzo. Oppure banalmente per pigrizia, perché sono una persona molto pigra, e se ho un’idea per un racconto non è che mi metto a scrivere il racconto, a meno che non ci sia qualcuno che me lo commissioni. Sono degli ottimi pretesti poi per mettermi a scrivere. Secondo me ci sono delle storie, delle idee che hanno la naturale misura in un racconto, che per un romanzo sarebbero troppo annacquate; quindi, sono contenta che ogni tanto qualcuno mi faccia queste commissioni».




