Backrooms è un film che nasce da un’immagine pubblicata da un utente anonimo con un testo inquietante che recita: «Se non stai attento e “noclippi” fuori dalla realtà nelle aree sbagliate, finirai nelle backrooms, dove non c’è altro che il tanfo di vecchia moquette umida, la follia del giallo monotono, il rumore di fondo incessante delle luci fluorescenti al massimo ronzio e circa seicento milioni di miglia quadrate di stanze vuote segmentate a caso in cui restare intrappolato».

Le backrooms, in italiano “stanze sul retro”, sono un fenomeno nato da un thread pubblicato su 4chan, un forum online organizzato in bacheche tematiche dove gli utenti anonimi condividono immagini e messaggi. Il 12 maggio 2019 uno di loro chiede di “pubblicare immagini inquietanti che sembrino semplicemente sbagliate”, e così viene caricata la prima foto: un corridoio distorto con pareti gialle. Da quell’immagine diversi utenti fanno ipotesi su cosa possano essere questi luoghi; il primo a commentare sostiene che si entra nelle backrooms nel momento in cui “si verifica un noclip che porta dalla realtà alle aree sbagliate”. Per “noclip”, termine usato nei videogiochi, si intende la possibilità di attraversare i confini fisici dell’ambiente di gioco, come muri e ostacoli, senza esserne bloccati.

Ma allora perché queste stanze sono così angoscianti? Forse è il fatto che siano completamente vuote, l’idea che ce ne siano così tante simili tra loro da sembrare un labirinto. O magari per la sensazione di non essere mai veramente soli (chi ha giocato ai videogiochi nati dalla leggenda sa di cosa parlo).

A seguito del successo che questa leggenda metropolitana ha riscontrato tra i giovani, il 27 maggio 2026 è uscito in Italia il film omonimo diretto da Kane Parsons, opera prima del regista nemmeno 21enne, che sta sfiorando i 3 milioni di euro di incassi in Italia e i 120 milioni di dollari in tutto il mondo. Prodotto da A24, Backrooms ha per protagonisti Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve, già protagonista di Sentimental Value, per cui è stata anche nominata all’Oscar.

Clark (Ejiofor) lavora in un negozio di mobili e scopre nel seminterrato una parete che riesce inspiegabilmente ad attraversare: inizia il suo viaggio tra le stanze gialle delle backrooms, che racconta in prima persona riprendendo con una videocamera VHS, la cui scarsa qualità di immagine rende tutto molto più affannoso e indefinito. Definirei così le parti raccontate in prima persona: la sensazione di non poter fare rumore, di dover trattenere il respiro anche se sei in una sala al cinema, perché ti senti dentro il film. Infatti questa tecnica, usata soprattutto all’inizio, e che forse avrebbero potuto utilizzare anche in altre scene, mi è sembrata un’ottima trovata per far immedesimare chi guarda e trasmettere la sensazione di terrore di uno spazio desolato, infinito, ma non esattamente vuoto. Nonostante le apparizioni di entità siano rare, l’elemento che ci tiene incollati allo schermo è proprio il dubbio: c’è qualcuno? Passi, luci che sfarfallano, voci registrate, tutto alimenta l’angoscia.

Mentre guarda la sua casa d’infanzia venire demolita, Mary (Reinsve), la psicologa che segue Clark dopo il recente divorzio, dice che ognuno nella propria esistenza vive dentro un loop. Lei, ad esempio, continua a sognare la madre, che era stata ricoverata in un ospedale psichiatrico quando era ancora piccola. Clark, invece, dopo il divorzio abita da mesi nel negozio di mobili, perché non si può permettere altro. Forse allora le stanze, tutte simili, infinite e senza via d’uscita, sono come il loop in cui ognuno di noi vive e da cui non riusciamo a scappare. Il vuoto degli ambienti poi ci ricorda la solitudine che, nonostante le persone che ci circondano ogni giorno, riempie inevitabilmente le nostre vite. Sembra inoltre che queste stanze creino sé stesse e i propri abitanti, che sono simili a persone vere, ma che ne incarnano solo la parte sbagliata, difettosa e oscura. Le entità che si vedono nel film non sono presenti nei racconti originali, o almeno non hanno la stessa forma, ma sono un’aggiunta di Kane Parsons. Non si può dire se questa scelta sia giusta o meno, perché bisogna ricordarsi che è nato tutto dalla fantasia di molti utenti che, pian piano hanno creato il fenomeno.

Ognuno quindi può interpretare a piacimento le origini e il significato, e forse è proprio questo il bello: non esiste una storia originale, univoca, un libro a cui dover fare fede, esiste solo la fantasia. Per raccontare un mondo parallelo tanto complesso ma allo stesso tempo indefinito, Parsons ha preferito lasciare un finale aperto e, soprattutto, lasciare aperte tante strade che ha seminato nel corso del film. Gli indizi che possono portare a una spiegazione certamente non mancano: un esperimento di scienziati pazzi, un luogo paranormale che sfrutta la mente delle vittime o una metafora sull’alienazione e sui social?

Per la prima ipotesi basta ricordarsi che all’inizio del film si vede per pochi secondi uno scienziato, Phil (Mark Duplass), che controlla da alcune telecamere il comportamento di Clark nelle backrooms: l’ipotesi è che tutto sia un esperimento scientifico su come l’umano si comporta in uno spazio liminale. Oppure si tratta di un luogo paranormale, che si crea e si popola da solo secondo principi a noi sconosciuti, e che sfrutta i ricordi e i sensi di colpa delle sue vittime? Un’altra ipotesi che molti sostengono è che sia un parallelismo con la società contemporanea: una vita frenetica in cui tutto è una task, routine che ci intrappolano in un loop, social che ci rimbambiscono e, a volte, tirano fuori il peggio di noi.

Ma vogliamo veramente trovare una risposta? Oppure il dubbio e l’indefinito calzano a pennello in queste stanze vuote? Personalmente, dopo aver visto il film la confusione non mancava, e la parte razionale di me avrebbe voluto avere delle risposte. Poi però ho capito che il fascino di questi spazi indefiniti è proprio che sono indefiniti. Se li definiamo diventano posti inquietanti, sicuramente, ma come tanti altri. Il film ha fatto il suo lavoro: tormenta, confonde e destabilizza il pubblico, ma non dà una spiegazione definitiva. Le backrooms nascono da utenti anonimi, da tante ipotesi che non hanno una prova. Sono nate nel dubbio e lì devono rimanere: è il fascino dell’indefinito.

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