Da sinistra: I giorni di vetro (Nicoletta Verna), La quarantasettesima (Ubaldo Bertoli), I miei sette figli (Alcide Cervi)

  • foto di Francesca Moseriti

Ogni anno il 25 aprile sancisce l’arrivo della primavera: bel tempo, voglia di star fuori con gli amici o visitare qualche città d’arte. Tutte cose che probabilmente ci impediranno di partecipare alle celebrazioni dell’anniversario della Liberazione: sia chiaro, non sto puntando il dito, anzi. Anche se i valori della Resistenza sono riconosciuti e condivisi da tutti (o quasi), a mio parere queste commemorazioni rischiano di diventare una formalità che ci tiene lontani dal comprendere cosa sia stata la lotta partigiana. Un anno e mezzo tragico, con giovani nascosti tra le montagne per poi attaccare i nemici come fossero animali con le loro prede, territori feriti e usurpati a cui sono seguite le discussioni tra storici per decidere quale definizione dare a questo periodo e le inutili polemiche che ancora oggi riempiono spazi di quotidiani e tv.

Se avete voglia di saperne di più, vi propongo tre letture che ci fanno entrare, per nostra fortuna da spettatori, nella lotta di Resistenza.  

I giorni di Vetro di Nicoletta Verna

Redenta narra le vicende della sua famiglia, poveri contadini romagnoli abituati a lottare ogni giorno: qui salute e malattia decidono il destino di ognuno; in cucina, la foto del Duce è appesa accanto alle immagini votive; e se le medicine non funzionano, si preparano strani intrugli. Da quando è nata, Redenta diluisce il suo dolore nel silenzio. Quando inizia la Resistenza incontra Iris e, insieme, affrontano una violenza che pare impossibile anche solo immaginare: spesso ho dovuto chiudere il libro per prendere fiato.

La “quarantasettesima” di Ubaldo Bertoli

Ubaldo Bertoli è un autore parmigiano che ha partecipato, con la 47ª Brigata Garibaldi, alla lotta di Resistenza sull’Appennino parmense. Bertoli racconta cosa è accaduto, parla dei compagni — tutti realmente esistiti — e delle giornate passate insieme a organizzare azioni di guerriglia, a litigare e a morire. Il ritmo incalzante e il linguaggio schietto ci fanno affezionare a questi giovani, che vivevano la morte come se fosse niente, o forse erano solo tristemente rassegnati.

I miei sette figli di Alcide Cervi

I miei sette figli Cervi di Alcide Cervi, Einaudi editore

Entrando tante volte in vie intitolate ai sette fratelli Cervi, non mi sono mai presa un momento per conoscere la loro storia. Durante una delle mie scorribande in libreria, ho trovato il libro in cui il padre, Alcide, racconta l’infanzia, le fatiche e le innovazioni che i suoi figli avevano saputo introdurre in molti aspetti del lavoro agricolo. Al contempo, la loro casa era un punto di incontro e discussione, dove già si intuiva la vera natura del fascismo. Una notte di novembre, quella stessa abitazione viene assaltata da 150 fascisti, che arrestano tutti gli uomini e poi la incendiano. I sette fratelli vengono fucilati insieme un mese più tardi, il 28 dicembre 1943.

«I miei figli hanno sempre saputo che c’era da morire per quello che facevano, e l’hanno continuato a fare, come anche il sole fa il suo arco e non si ferma davanti alla notte», Alcide Cervi

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