
Una giornata per decostruire il presente e progettare il futuro del pallone. Il secondo giorno del Festival della Serie A ha trasformato Parma in un crocevia di idee, ospitando vari panel che hanno esplorato il mondo del calcio a 360 gradi: dalla gestione manageriale dei top club, passando per la rivoluzione del giornalismo sportivo, fino ad arrivare all’arte senza tempo dello scouting. Tre angolazioni diverse, ma unite da un unico filo conduttore: la necessità di unire competenza, coraggio, visione a lungo termine.
Beppe Marotta: Il ritorno nelle scuole e la sfida delle infrastrutture
Ad aprire la giornata nella cornice della Sala Scudetto del Teatro Regio, è stato Beppe Marotta. Il presidente dell’Inter ha tracciato una rotta chiara per il movimento nazionale, partendo dalle fondamenta: i giovani e le strutture.
Nel ripercorrere i momenti chiave della recente storia nerazzurra, Marotta ha svelato i retroscena della scelta di Cristian Chivu per la panchina: «Una delle caratteristiche di un manager sono coraggio e consapevolezza. Eravamo reduci dalla debacle in finale col Psg, l’addio di Inzaghi non era certo ma plausibile, e serviva una soluzione. Siamo andati su Chivu senza dubbi». Una scelta basata sulla leadership e sull’empatia, doti fondamentali nel calcio moderno: «Oggi l’allenatore deve essere anche un po’ psicologo. Chivu sa gestire ragazzi più emancipati rispetto al passato. L’accordo per il rinnovo c’è, sarà siglato appena tornerà dalle vacanze».
L’ambizione europea dell’Inter resta viva, sebbene la Champions sia paragonata a una “Milano-Sanremo” dove pesano i dettagli, a differenza della “corsa a tappe” della Serie A, ma il vero monito del presidente riguarda il sistema Italia.
«San Siro è leggendario, ma datato. Il nuovo stadio è un’esigenza per generare risorse. Purtroppo, la burocrazia è lenta, ma andiamo avanti con tenacia insieme al Milan», ha sottolineato Marotta facendo riferimento al gap strutturale con gli altri paesi.
Un altro tema toccato è stato inevitabilmente il fallimento azzurro che secondo il Presidente dell’Inter è sportivo e non finanziario. La soluzione parte dal basso: «I grandi campioni nascono spesso in contesti medio-bassi, ma oggi senza oratori serve una retta per giocare. Questo genera dispersione. Dobbiamo riportare il calcio nelle scuole e far prevalere creatività e gioco, non la vittoria a tutti i costi».
Cronache di Spogliatoio: La rivoluzione tattica e i social
Se il calcio in campo cerca nuove strade, quello raccontato fuori ha già intrapreso una rivoluzione. Nel secondo panel tenutosi alla Sala Coppa Italia, i volti di Cronache di Spogliatoio hanno dimostrato come il giornalismo sportivo possa emanciparsi dalle vecchie logiche televisive.
Emanuele Corazzi, co-fondatore del progetto, ha spiegato come la scommessa vincente sia stata andare controcorrente rispetto all’era della disattenzione: «La nostra scelta è stata l’opposto: andare su interviste e chiacchierate molto più lunghe. Abbiamo raggiunto picchi di 600.000 ore di visualizzazione in un solo video». La linea editoriale si basa su valori chiari: «Credibilità e promozione di esempi positivi, ma anche non tacere sulle cose che non vanno».
Un approccio che trova la sua naturale estensione nell’analisi tecnica curata da Giuseppe Pastore, che individua nella polemica tossica il vero male della comunicazione odierna: «Il problema più grande è l’ossessione per il clickbait. Si preferisce parlare dell’arbitro per due ore piuttosto che analizzare uno schema. Noi vogliamo educare chi ci guarda a interpretare il calcio, distaccandosi dal solo risultato finale».
A chiudere il cerchio mediatico è intervenuto Riccardo Trevisani, che ha sfruttato il palcoscenico per elogiare il modello Parma: «Quando hai una società che investe e ha un progetto, i risultati arrivano. Parma è l’esempio di come la programmazione possa costruire una mentalità. La differenza la fanno sempre le competenze».
Pantaleo Corvino: L’occhio umano e la caccia alla potenzialità
La giornata si è chiusa in serata con uno degli interpreti più romantici e sagaci del nostro calcio: Pantaleo Corvino. Incalzato da Marco Nosotti, lo storico dirigente di squadre come Fiorentina e Lecce, ha regalato una vera e propria masterclass di scouting, svelando la filosofia che lo ha portato a scoprire campioni del calibro di Vlahovic, Jovetic e Bojinov.
Il cuore del suo metodo risiede in una sottile, ma decisiva, differenza semantica e concettuale: «Il talento lo vedono tutti, quello non lo scopri, è evidente. La vera sfida è intravedere la potenzialità. È lì che si sbaglia o si vince. Dovrei essere chiamato potential scout, non talent scout».
In un’epoca dominata dagli algoritmi, Corvino non rinnega il progresso, ma lo piega alle necessità dell’occhio umano: «La tecnologia e gli algoritmi aiutano, ma io resto uno che si sporca le mani. Serve ancora l’occhio umano, quello che intravede prima dei numeri». È il racconto di un artigianato calcistico fatto di anticipo sui tempi, azzardi calcolati e una dedizione totale che sfiora il sacrificio personale. «Nel mio mestiere vivi quasi sempre nella sofferenza – ha chiosato tra gli applausi – ma è una sofferenza che accetti, perché solo così arrivi all’obiettivo».




