
Tutto è iniziato con una bacchetta scivolata di mano al direttore d’orchestra. Un piccolo imprevisto che ha subito rotto il ghiaccio e fatto capire che quella a cui avremmo assistito non sarebbe stata la solita ingessata serata all’opera. Al Teatro Regio di Parma, per la prova antegenerale di Manon Lescaut dedicata agli under 30 andata in scena lunedì 16 marzo, l’atmosfera è stata vibrante. Nel pubblico c’erano tantissimi studenti universitari: un’occasione resa ancora più ghiotta da una tariffa agevolata che includeva anche l’aperitivo.
Trattandosi di un’antegenerale, una vera e propria sessione di lavoro in cui il direttore d’orchestra può fermare la musica per correggere il tiro o ripetere un passaggio, il clima è stato intimo, quasi familiare. Lo si è capito dalle interruzioni volute da Francesco Ivan Ciampa, il direttore d’orchestra, per perfezionare i duetti e scherzare anche direttamente con la platea nei piccoli momenti di pausa, accorciando le distanze tra il palco e il pubblico.
Quello che più stupisce di queste pause tecniche, però, è l’assoluta bravura dei cantanti: ogni volta che la musica riprendeva, i cantanti riuscivano a ritrovare immediatamente la stessa intensità drammatica di prima. Una concentrazione impressionante, palpabile soprattutto nell’ultimo tragico atto, poco prima della morte di Manon (Anastasia Bartoli). Un talento riconosciuto a gran voce anche dalla platea, che si è lasciata andare a un caloroso applauso a scena aperta dedicato proprio alla protagonista dopo le sue arie In quelle trine morbide, che descrive la sua nuova vita lussuosa ma vuota, e la drammatica Sola, perduta, abbandonata, cantata prima della morte, nota per la sua profonda intensità emotiva.
Il regista ha fatto scelte audaci: i classici quattro atti di Puccini vengono accorpati in due lunghi blocchi e il sipario rimane aperto durante i cambi scena, svelando al pubblico la macchina teatrale in movimento. L’impatto visivo è fortissimo: gli sfondi digitali animati, che partono con una magnifica Notre Dame, mutano seguendo le vicende dei personaggi, regalano all’opera un respiro incredibilmente cinematografico.
I costumi d’epoca formano una palette di colori sgargianti, passando dal rosa, al fucsia, al magenta, virando poi sul verde e sul giallo ma con una grande assenza che farà sorridere chi mastica di palcoscenico: il viola, colore che per superstizione è severamente bandito in teatro. È una messa in scena ricca, tangibile, che ricorda il virtuosismo tattile del Ratto di Proserpina del Bernini: l’illusione di un marmo dolce, che però ti afferra e non ti lascia scappare.
Il regista ha riscritto in parte la struttura classica dell’opera per amplificare il senso di oppressione femminile, che prende forma nel terzo atto ambientato al porto di Le Havre. In questa drammatica sequenza troviamo donne imprigionate in gabbie solitamente riservate agli animali: sono tutte destinate ad essere deportate in America: qui l’angoscia esplode, nessuna si salva… un contrasto netto con la spensieratezza iniziale.
Anche il celebre intermezzo orchestrale subisce uno slittamento, originariamente pensato da Puccini come ponte musicale verso il terzo atto, viene qui riposizionato verso il finale e trasformato in un suggestivo momento visivo: per quattro minuti, una coppia di ballerini si esibisce accompagnata dalle immagini di un mare in tempesta, in una coreografia che ripropone l’amore tormentoso e piccante tra Manon e Renato Des Grieux (Luciano Ganci).
Ma cosa ne pensano gli studenti che hanno riempito i palchi? Le impressioni raccolte durante l’intervallo hanno confermato che il linguaggio di Puccini, seppur secolare, sa colpire nel segno. Marta, studentessa di Giornalismo e Comunicazione Multimediale: «C’è dello spicy, ed è molto bello, ti prende. Oltre ai costumi meravigliosi, non è solo una questione di sensualità, c’è una trama forte. Per me è la prima volta al Regio, in passato ero stata solo all’Arena di Verona per Il barbiere di Siviglia ma l’impatto qui è diversissimo.» Un’opinione condivisa anche da Jessica, studentessa di Relazioni Internazionali, che ha guardato all’evento con l’occhio di chi organizza eventi per lavoro come freelancer: «È la prima volta per me al Regio. A parte i costumi, la quantità di cantanti sul palco è impressionante; posso solo immaginare la complessità di gestire così tante persone. Avevo visto un’opera a diciannove anni e non mi era piaciuta, ma stasera, da adulta, mi sento più consapevole. Questa tematica un po’ spicy la rende accattivante. Ora voglio proprio sapere come va a finire questo amore proibito, un po’ all’italiana.» Il fascino della Manon Lescaut sta anche nella sua incredibile modernità musicale, come nota Alberto, laureando triennale in Comunicazione: «Ne ho ascoltati tanti ormai, ma Puccini ha un suono che ti ricorda i film del primo Novecento. Le sue composizioni si ascoltano come colonne sonore, lo senti lontano nel tempo, ma non così eccessivamente».
E per chi il teatro lo vive dall’interno, la serata è stata un’occasione per analizzare i dettagli tecnici. Carola, che studia Giornalismo e ha un passato di nove anni nella recitazione teatrale, si è soffermata sull’allestimento: «I costumi sono spettacolari, so per esperienza quanto sia difficile indossarli e gestirli. Per gli abiti femminili c’è una struttura complessa sotto la gonna, e bisogna trovare tecniche per spogliarsi e cambiarsi in pochi secondi, magari lottando con le scarpe dell’epoca. Gli sfondi sono molto cinematografici, come la carrozza animata nel primo atto. Ora però sono curiosa di scoprire il destino di Manon, beccata a tradire il suo promesso sposo».
La prova under 30 si è chiusa lasciando una certezza: l’opera è una materia viva che respira e si trasforma insieme al suo pubblico. Tra interruzioni tecniche, passioni travolgenti e riflessioni visive, questa Manon Lescaut ha dimostrato che le emozioni portate in scena da Puccini sanno ancora dialogare perfettamente con le inquietudini e i desideri della nostra generazione.
foto di Roberto Ricci










