Le tre di notte, in una chiesa sperduta in campagna i tasti di un organo suonano una melodia tetra, premuti solo da una sottile e inquietante ombra nera che si allunga sullo strumento. Alle tre e trenta su una superstrada, una giovane coppia carica una ragazza che fa l’autostop per tornare a casa. Durante il tragitto, lei indica l’incrocio che stanno attraversando: è il luogo in cui è morta in un incidente. Si dissolve in un grido disperato.  Alle quattro, una bambina che si sta specchiando nel suo bagno volge sorridente lo sguardo verso di noi. Il suo riflesso però non segue quel movimento, se ne distacca: inizia a fissarci anche lui, con occhi e bocca che scompaiono in vuote cavità oscure, tramutandosi in un volto disturbante. L’ ‘Ora del Diavolo’, è così che vengono chiamati questi 60 minuti di lancette: sono il momento in cui l’attività paranormale prende più forza nel nostro mondo.

Niente è reale nei tre episodi raccontati, sono solo alcuni dei tanti video a bassa risoluzione che circolavano su YouTube nei suoi primi anni di vita; erano stati probabilmente realizzati da qualche videomaker anonimo che si divertiva a testare le funzionalità di nuovi software per gli effetti speciali. Tutto questo, però, era sufficiente per suscitare in noi ragazzi liceali la voglia di andare di notte ad esplorare, in piccoli gruppi, qualche cimitero “maledetto”, qualche casa “infestata” o qualche casolare con “pentacoli esoterici” tracciati al suo interno. Volevamo vivere avventure fuori dalla quotidianità, percepire l’adrenalina verso qualcosa per la quale i libri di testo non ci preparavano: l’ignoto; ma anche come diventare virali sul web, se avessimo filmato qualcosa di stupefacente.

Questa caccia al soprannaturale l’ho rivissuta durante la prova Under30 al Regio nel nuovo allestimento della Norma, una delle opere più popolari di Vincenzo Bellini. Nicola Berloffa, il regista, ambienta la vicenda principalmente nel cortile interno di una piccola reggia ottocentesca con l’aggiunta, nella parte centrale del racconto, dello spaccato di una camera da letto spoglia, che si incastona al centro del perimetro tracciato dal cortile. Inizialmente non comprendevo perché ci trovassimo qui: la storia si sarebbe dovuta svolge in Gallia al tempo dell’invasione Romana. Osservando però attentamente tutta la scenografia, risalta il suo stato d’abbandono: assi di legno che sbarrano le finestre, il portone d’ingresso dilaniato e le gradinate di pietra del cortile abbandonate a se stesse. Era proprio come essere entrati di nascosto in quegli stabili disabitati, di notte, col mio gruppo di amici. Un fatto che si stava ripetendo anche qui dal palchetto del teatro.

La particolarità stava nell’essersi avventurati là dentro in una notte di luna piena, fonte di energia per il manifestarsi di anime dannate e non solo: è anche sorgente di vitalità per Norma stessa, potente e iraconda guerriera druida protagonista della storia. La giovane donna, leader di una tribù gallica, è vittima di un tradimento da parte del suo amante segreto, Pollione, un proconsole romano da cui ha avuto due bambini. In preda al delirio, tra i pensieri di Norma si manifesta l’idea di uccidere i figli per vendetta ma, fortunatamente, il suo lato materno arresta in tempo la lama del pugnale, a pochi centimetri dalle loro gole. Norma, travolta sia da un caos emotivo che situazionale, decide di togliersi di mezzo sul finale del racconto, facendosi ardere viva. Tutti gli avvenimenti si sono svolti in una singola nottata all’interno di una foresta sacra, luogo del quale oggi non c’è traccia perché al suo posto, probabilmente, sorge proprio la fatiscente reggia in cui ci siamo imbattuti.

Di fatto, chi si stava manifestando di fronte a noi non erano altro che spettri di un lontano passato, impegnati in un revival purificante per poter finalmente trovare pace. Per farlo, servivano spettatori che potessero condividere insieme a loro una catarsi, un po’ come accade alla compagnia teatrale ‘Apollonio’ nel film Magnifica presenza di Ferzan Özpetek. Le anime che si manifestano sul palco decidono di abbandonare le loro vesti originali per materializzarsi in abiti vittoriani, rispecchiando l’eleganza della reggia stessa. Le tonalità però ci rammentano tutto il tempo l’aleggiare del macabro pensiero infanticida professato da Norma: diverse tinte di nero per le comparse, vedove di guerra e mutilati in battaglia, con una palette che osa su colori più specifici per i tre protagonisti principali (blu, verde e rosso) mantenendo però tonalità rigorosamente lugubri. «La scena nella stanza da letto in cui Norma è sola, posseduta dal sentimento di vendetta e con i figli addormentati accasciati al suolo, mi ha fatto inizialmente pensare al film con Nicole Kidman The Others – commenta Sonia, studentessa di Comunicazione – ma poco dopo l’ho invece connessa a un’altra opera che abbiamo visto insieme, quella ambientata nell’800, in una villa fuori città». Si riferisce a The Turn of the Screw (Il giro di vite) un’opera da camera gotica di Benjamin Britten. Qui nel racconto non si comprende mai se il ragazzino protagonista è realmente posseduto da un fantasma oppure se la sua istitutrice, la voce narrante, sia soggetta a qualche disagio psichico.

In questa messinscena, è la Luna che rievoca le ombre dal passato, riproiettando tutti i fatti avvenuti attraverso la diffusione della sua luce, come fosse un dispositivo cinematografico. La sua intensità cambia di volta in volta: da pallida e soffusa nei momenti più corali a un blu luminescente nei cambi di scena, fino a un color ruggine dal taglio accusatorio, quando il peccato la fa da padrona. Il momento culminante è il primo ingresso sul palco di Norma, in abito da sposa, col cortile gremito di comparse: sull’aria Casta Diva, la più celebre dell’opera, la druida sprigiona tutta la sua influenza sull’astro grazie a una voce quasi eterea, richiamando un fascio di luce accecante da una finestra laterale; il cortile illuminato a giorno e la melodia dell’aria ci arrestano per un attimo in un frame sospeso nel tempo, realizzando una fotografia corale che allude al fascino di alcuni imponenti quadri dell’ ‘800. «Casta Diva è una delle arie più difficili da cantare perché è tutto un acuto ma in pianissimo – mi spiega nel foyer Anna, una giovane (quasi) mezzosoprano – Vasilisa Berzhanskaya, la mezzosoprano che interpreta Norma, è stata però scelta dal direttore d’orchestra, Renato Palumbo, proprio per la sua voce più scura». Forse è stato un cambio d’identità vocale appositamente voluto per suggerirci che lo spirito della protagonista è prigioniero di qualcosa che la tiene ancorata al nostro mondo.

I racconti sul paranormale hanno sempre un certo fascino, non c’è dubbio: Nicolò, studente di Lettere e melomane fin dalla culla, mi conferma questa impressione, spiegando con convinzione che questa versione della Norma non snatura per nulla quella originale. Non so quanta leggenda o quanta verità si possa celare dietro le molte storie che narrano di misteriose presenze in luoghi a noi sperduti o familiari, ma quando a tarda notte rientro nel mio appartamento, spero sempre di non incrociare il mio “doppio” che si aggira per le stanze.

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