
La scena del bagno di Anita Ekberg nella Fontana di Trevi ne La dolce vita di Fellini è una pietra miliare della storia del cinema. Si racconta che il regista romagnolo abbia tratto ispirazione da un’altra celebre nuotata: quella di Giò Stajano e Novella Parigini nella Barcaccia, ai piedi della scalinata di Trinità dei Monti.
Riassumere in poche righe la storia di Stajano è impresa ardua: nipote di Achille Starace, segretario del Partito Nazionale Fascista, fu pittrice, scrittrice, giornalista. La Roma in cui visse, quella della fine degli anni Cinquanta, era un luogo di sperimentazione artistica, di eclettico dinamismo e di avanguardia; tuttavia, i salotti capitolini non erano ancora pronti alla carica eversiva insita nella scelta di vivere la propria omosessualità senza infingimenti e ipocrisie, in un’epoca di pruriginoso scrutinio morale. Stajano fu derisa, ostracizzata, isolata, ma non capitolò, e lottò con caparbietà per il proprio riconoscimento creativo.
Nel 1959, l’editore Quattrucci pubblicò il suo romanzo Roma capovolta: la prima edizione andò esaurita in meno di un mese, si pensava di mettere mano a una ristampa, ma la censura si abbatté sul volume, accusato di “oltraggio alla morale comune”: il libro fu inserito nell’Indice e bruciato, bandito dal mercato, per lungo tempo introvabile.
All’occhio smaliziato del lettore contemporaneo, le pagine dell’opera potranno tutt’al più suscitare tenerezza, nulla per cui rimanere sbigottiti; inserite nel contesto degli anni a cavallo tra i decenni Cinquanta e Sessanta, però, acquisiscono tutto un altro significato. Il protagonista delle vicende, uno squattrinato pittore, vive una serie di amori clandestini, mercenari, non traendone alcun appagamento. Si lascia intortare facilmente da ambigui ragazzi, che gli estorcono ospitalità, denaro, favori. Questa ininterrotta sequela di insuccessi lo porterà presto all’amara consapevolezza che gli uomini non erano gli eroi che aveva immaginato: «Non erano forti, generosi, leali… erano poveri esseri presuntuosi pieni di difetti e di miserie come me. Non potevano darmi niente, perché in realtà non avevano niente da dare».
La penna di Stajano, non delle più virtuose, certo, riesce comunque a comporre un affresco sincero di un periodo storico irripetibile dell’Italia del Novecento: Roma, vera protagonista dell’intrigo, ne emerge come una città enigmatica, un Giano bifronte dall’apparenza irreprensibile, democristiana – con i suoi luoghi del Potere, dal Parlamento al Vaticano – ma dall’anima sfrontata, peccaminosa. Piazza Barberini, Piazza di Spagna, il Pincio e via Veneto, percorsi nelle scorribande notturne del personaggio principale, sono aree di perdizione, di fuggevoli flirt e di sguaiate bevute. È un romanzo di non-formazione, l’epopea picaresca di un giovane più volte sedotto e abbandonato.
Nella postfazione al volume, Walter Siti si chiede «cosa penserebbe il povero Giò vedendosi trasformato da pietra dello scandalo a vecchio attrezzo di un’era sorpassata, quando la binarietà maschio/femmina provocava nevrosi e scherzi ed esibizionismi e suicidi». Io non so dare una risposta, ma credo che la vicenda umana e professionale di Stajano debba essere adeguatamente riscoperta e studiata, se non altro nel riconoscimento di aver squarciato quel velo di asfissiante bigotteria di un Paese dalla doppia morale come il nostro. Willy Vaira, curatore del romanzo, ricorda le parole della scrittrice: «Io per prima, negli anni Cinquanta, vivendo la mia omosessualità liberamente e in ogni ambiente, anche se a volte in modo eccessivo o sfrontato, ho aperto la strada a migliaia di gay e li ho portati dal buio delle cantine alla luce dei salotti».




