Ci sono due modi per misurare il tempo quando sei uno studente universitario a Parma, soprattutto a giugno: i giorni che mancano all’inizio della sessione estiva e i crediti che ti separano dalla laurea. Mentre il caldo inizia a farsi sentire, ci ritroviamo con la testa china sui libri, schiacciati da un’ansia da prestazione che ci impone di produrre e ottimizzare ogni istante. Una routine in cui ogni minuto lontano dallo studio sembra quasi una colpa.

Ma cosa succederebbe se all’improvviso, la città ci invitasse a fare l’esatto opposto?

Proprio nel pieno della sessione estiva, dal 5 al 7 giugno le piazze del centro storico di Parma, da Piazzale San Francesco a Borgo delle Colonne, ospiteranno la dodicesima edizione del Festival della Lentezza. Promosso da Turbolenta APS e dall’Associazione Comuni Virtuosi, il festival lancia quest’anno una provocazione tanto semplice quanto radicale: “Tutti giù per terra”. Non un invito alla pigrizia, ma a riappropriarsi degli spazi, rallentare, tornare a giocare e concedersi il tempo dell’ascolto e della condivisione.

In un mondo che ci vuole sempre veloci e iperproduttivi, rallentare è diventato un atto di resistenza o resta un lusso che noi giovani non possiamo permetterci? Ne abbiamo parlato con Marco Boschini, direttore artistico della manifestazione, per capire cosa significhi davvero rimettersi “giù per terra” e perché, forse, il gesto più rivoluzionario che possiamo fare oggi è avere il coraggio di fermarci.

Marco Boschini, direttore artistico del Festival della Lentezza

Per chi non c’è mai stato: che cos’è esattamente il Festival della Lentezza? Com’è nata chiaramente questa idea e a quale urgenza sociale o culturale volevate rispondere?

«Il festival nasce nel 2015 per celebrare i dieci anni di attività dell’Associazione dei Comuni Virtuosi, una rete nazionale di cui sono coordinatore e che raggruppa circa 160 amministrazioni in tutta Italia. Si tratta di realtà impegnate attivamente in politiche ambientali: dalla gestione dei rifiuti alla mobilità sostenibile, dall’efficienza energetica alla cura del territorio. L’idea iniziale era semplice: in occasione del decennale (nel 2015), volevamo riunire tutti i comuni soci in un unico luogo per una tre giorni di incontri, approfondimenti e confronto reciproco».

Come mai la scelta del titolo “Festival della Lentezza”?

«Ci siamo inventati questo titolo che, fin dall’inizio, ha iniziato a vivere di vita propria. Pur mantenendo un forte legame con l’Associazione e con le tematiche amministrative delle prime edizioni, l’evento si è progressivamente trasformato in un festival culturale a tutti gli effetti. Oggi è un grande contenitore che offre circa 60 appuntamenti in tre giorni, spaziando tra presentazioni di libri, concerti, spettacoli teatrali, installazioni e mostre fotografiche. Sfruttiamo tutte le forme d’arte per veicolare un unico, potente messaggio: la necessità di rallentare. Vogliamo invitare le persone a trovare il tempo, sia a livello individuale che collettivo, per andare in profondità. Viviamo un’epoca in cui tutto scorre veloce, in modo superficiale e approssimativo; crediamo che per invertire la rotta sia indispensabile prendersi il tempo per studiare, conoscere e capire, così da poter dare risposte reali alle tante domande che il mondo ci pone. Ogni anno cambiamo il tema, l’idea poetica di fondo, e attorno a quella costruiamo l’intera programmazione».

Quest’anno il filo conduttore è “Tutti giù per terra”, che è una frase che richiama un po’ il gioco, l’infanzia. Ma secondo te, per un giovane adulto o uno studente universitario, cosa significa concretamente mettersi “giù per terra” oggi?

«Il titolo richiama proprio i giochi di una volta, che per fortuna in parte resistono ancora oggi. Il gioco è il cuore di questa edizione, ma questo non significa chiudere gli occhi di fronte ai drammi del mondo. Continuiamo ad affrontare la stretta attualità, come abbiamo fatto di recente all’Auditorium Paganini con lo spettacolo di Francesca Mannocchi sulla guerra. Non voltiamo la testa dall’altra parte. Al tempo stesso, però, vogliamo trasmettere un messaggio a tutte le generazioni: il gioco, se fatto nel modo giusto, è una cosa molto seria. È uno strumento formidabile per veicolare contenuti, fare comunità e stare insieme. Pensando in modo specifico agli studenti universitari, consiglio vivamente uno spettacolo teatrale intitolato “The Game”, che andrà in scena alla Galleria San Ludovico con quattro repliche il sabato e la domenica. Non si tratta di una performance tradizionale: il pubblico non è passivo, ma viene coinvolto attivamente dagli attori ed è chiamato a mettersi in gioco in prima persona per risolvere le questioni poste in sala».

Quindi comunque si cerca l’interazione con il pubblico?

«Assolutamente sì. Gran parte del programma di quest’anno è stata pensata affinché il pubblico non sia passivo, ma interagisca attivamente. Abbiamo previsto tantissimi laboratori, installazioni e spazi all’interno del quartiere che ci ospita, da Borgo delle Colonne a Piazzale San Francesco. Sono luoghi in cui le persone possono fermarsi liberamente, anche solo per vivere momenti di ozio, senza che nessuno dica loro cosa fare o come farlo. Il festival vuole essere proprio questo: un’occasione per ritrovarsi e contaminarsi reciprocamente».

C’è un po’ un’ironia di fondo: per organizzare un evento del genere immagino dobbiate correre tantissimo durante l’anno. Come si concilia la frenesia della macchina organizzativa con il messaggio di calma che poi portate sul palco?

«Si corre molto, soprattutto nelle fasi finali e durante i giorni dell’evento. Ne parliamo spesso all’interno di Turbolenta, l’associazione a cui i Comuni Virtuosi hanno affidato la gestione pratica del festival: viviamo quotidianamente la contraddizione di organizzare il “Festival della Lentezza” andando a tutta velocità.

Tuttavia, chiediamo sempre a tutto lo staff, ai volontari e agli ospiti stessi di respirare il clima della manifestazione. Chiediamo agli artisti di non vivere il festival come un semplice “mordi e fuggi”, arrivando un minuto prima della performance per poi scappare senza conoscere il contesto. Li invitiamo ad arrivare con calma, a mangiare con noi e a passeggiare per gli spazi. Non tutti ci riescono allo stesso modo, ma è un approccio che il pubblico percepisce e apprezza. Noi stessi, in quei tre giorni, ci imponiamo volentieri di fermarci: facciamo due chiacchiere con gli artigiani, partecipiamo a un gioco. Troviamo sempre dei momenti per restare coerenti con la filosofia che promuoviamo».

Il festival è promosso da Turbolenta APS e dall’Associazione Comuni Virtuosi. Quanto è importante che le istituzioni e le amministrazioni locali si mettano in rete per prime per promuovere la qualità della vita sul territorio?

«È assolutamente fondamentale, ma purtroppo non lo si fa mai abbastanza. Spesso mancano le risorse o il tempo: gli amministratori locali sono costantemente travolti dalla quotidianità e rincorrono piccole e grandi emergenze, dalla buca sotto casa all’alluvione. Tutto questo toglie inevitabilmente energie e capacità di progettazione a lungo termine.

Devo dire però, che nel nostro territorio le istituzioni sono presenti e supportano in modo solido realtà come la nostra. Da parte di tutti c’è un forte tentativo di fare rete. Accogliamo tantissime realtà associative, esperienze grandi e piccole, proprio con l’obiettivo di unire le forze e lavorare in un gemellaggio continuo: oggi loro portano un contributo al nostro festival, domani noi facciamo lo stesso per loro. A parità di risorse, questo scambio arricchisce enormemente tutta la comunità».

Quest’anno il cartellone è ricchissimo: Viola Ardone, Nada, Jacopo Veneziani, Vittorio Gallese. Come avviene la selezione e come vengono contattati e convinti gli ospiti ad aderire al festival?

«Man mano che passano gli anni, il festival acquisisce credibilità e questo ci aiuta molto: non dobbiamo più perdere troppo tempo per spiegare chi siamo e perché li invitiamo. Certo, bisogna tenere conto dei budget e delle necessità logistiche, ma la selezione parte sempre dall’idea poetica iniziale. Di solito, tra settembre e novembre, facciamo un brainstorming condiviso all’interno dell’associazione, mettendo sul tavolo ciò che abbiamo letto, visto o vissuto durante l’anno. Su dieci proposte iniziali, magari riusciamo a concretizzarne tre. Ci tengo però a sottolineare un aspetto fondamentale: gli ospiti noti sono importanti perché attirano pubblico, ma fin dalla prima edizione cerchiamo un giusto equilibrio. Vogliamo evitare di avere solo VIP, sia per questioni di sostenibilità economica, sia per garantire spazio a giovani artisti o figure meno note che, a livello di contenuti, hanno per noi assoluta pari dignità. Se proponessimo tre giorni di soli grandi nomi, il rischio sarebbe avere un pubblico che si muove in blocco solo per il proprio idolo, ascolta la performance e scappa un minuto dopo. Il nostro obiettivo, invece, è far sì che le persone restino, tornino il giorno successivo e si sentano davvero parte di una comunità».

Siete partiti da Colorno e siete arrivati a Parma. Com’è cambiato il pubblico in questi 12 anni?

«Il nostro pubblico proviene principalmente dall’Emilia-Romagna, anche se arrivano persone da tutta Italia grazie alla rete dei Comuni Virtuosi e alla crescente visibilità della manifestazione. È un’utenza storica, composta per lo più da persone tra i 40 e i 50 anni, che non vogliamo “sostituire” ma piuttosto contaminare. Da quando ci siamo spostati a Parma, nel 2023, l’abbiamo fatto proprio per rimetterci in gioco. Abbiamo inserito iniziative pensate appositamente per intercettare una fascia più giovane, tra i 25 e i 40 anni. Ad esempio, il sabato sera usiamo lo spazio di Colonne 28 per un lungo dj set che va dalle diciannove fino all’una di notte, rivolto a un pubblico diverso da chi magari la domenica sceglie il concerto di Nada. Inoltre, collaboriamo attivamente con i ragazzi di “Parma Capitale dei Giovani 2027”, offrendo loro l’opportunità di salire sul palco e intervistare i nostri ospiti: quest’anno, per fare un esempio, Riccardo Iacona sarà intervistato dal presidente del Consiglio dei Giovani».

Tra gli oltre 50 appuntamenti, c’è un evento a cui sei personalmente più legato o che consigli assolutamente alla comunità studentesca?

«L’evento a cui sono più legato, avendolo conosciuto di persona e avendoci lavorato direttamente, è il docufilm su Mario Tommasini, che presenteremo in anteprima il 4 giugno al Cinema D’Azeglio. Credo che per uno studente universitario scoprire una figura così rivoluzionaria e visionaria sia un’opportunità imperdibile. Tommasini ha fatto cose che all’epoca sembravano folli e che oggi sono di un’attualità disarmante: già negli anni ’80 organizzava convegni per la chiusura delle carceri e installava pannelli solari per rendere autonoma dal punto di vista energetico la fattoria di Vigheffio. Oltre a questo recupero della memoria storica, rilancio sicuramente l’invito per lo spettacolo interattivo “The Game” alla Galleria San Ludovico. Infine, per chi cerca un approccio più rilassato ed energico, consiglio assolutamente il concerto del venerdì sera con i Mefisto Brass in Piazzale Salvo D’Acquisto».

In questi 12 anni, c’è stato un momento critico in cui hai pensato “Chi me l’ha fatto fare?” E cosa ti ha spinto ad andare avanti?

«Lo dico praticamente dalla prima edizione! Per noi questo è volontariato puro, non è il nostro lavoro: ognuno ha la propria professione, la famiglia, i propri interessi, e gestire tutto è organizzativamente molto impegnativo. D’altro canto, però, quando il festival prende vita e vedi le persone che ti ringraziano, restituendoti l’idea e lo spirito che volevi mettere in piedi, ogni fatica scompare. Certo, non mancano mai i piccoli o grandi imprevisti e sotto stress c’è sempre qualcuno che perde la pazienza, ma in generale lo sforzo vale assolutamente la candela. È questo entusiasmo condiviso che ci dà la spinta per continuare anno dopo anno».

Come ultima domanda, la lentezza è un privilegio di classe o può essere uno strumento di riscatto per tutti?

«Deve essere uno strumento di riscatto per tutti, anche se in questo momento storico è, purtroppo, un privilegio. Lo dico con l’amara consapevolezza di chi osserva la società: le fasce più deboli sono proprio quelle costrette a correre di più per sopravvivere, ed è una grandissima ingiustizia. Noi abbiamo il dovere di esserne consapevoli e di lavorare affinché certe opportunità siano davvero alla portata di chiunque. Non è un caso se, fin dalla primissima edizione, il Festival della Lentezza offre ingressi liberi e gratuiti per la quasi totalità dei suoi appuntamenti. Il divario economico rappresenta spesso una barriera insormontabile per l’accesso alla cultura; noi, nel nostro piccolo, cerchiamo di renderla un po’ meno invalicabile».

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