
Targa dell’associazione, via Bandini n.6
Il messaggio è chiaro: prendere in carico la persona a tutto tondo, garantendo un servizio che mobiliti una pluralità di soggetti della rete. Un intervento onnicomprensivo, che sveli i lati subdoli della discriminazione, quegli episodi lasciati a margine del flusso di notizie, ma che impattano fortemente sulla salute psicofisica di ognuno.
Di questo e tanto altro abbiamo parlato con Elena D’Epiro, coordinatrice del Centro Antidiscriminazione LGBTQIA+ “Un Arcobaleno per Parma”.
«Partiamo dalle basi: che cos’è il CAD e di cosa vi occupate?»
«Il Centro Antidiscriminazione nasce nel 2022, in seguito alla vittoria di un bando dell’UNAR, l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, che finanziava, per la prima volta in Italia, degli sportelli dedicati alla tematica LGBTQIA+. Questo programma si sviluppa a partire da uno degli articoli superstiti del cosiddetto ddl Zan, che contemplava quattro milioni di euro per l’istituzione di centri antidiscriminazione o case rifugio. Si tratta di un progetto pilota: attualmente in Italia ci sono una cinquantina di sportelli gemelli. Storicamente, grandi città come Bologna, Palermo o Napoli offrivano servizi di assistenza a macchia di leopardo, con risorse proprie; il tentativo è stato quello di intessere una politica comune.
A Parma c’erano diverse associazioni che garantivano dei servizi, ma senza coordinamento, senza che ci fosse un’adeguata comunicazione sul territorio. Quindi si è presa un po’ la palla al balzo di questo avviso pubblico per entrare nel programma, e siamo stati finanziati fin dall’inizio. Si sono unite diverse realtà, come L’Ottavo Colore, Centro Interculturale di Parma, Giolli Coop., CIAC.
Il Centro ospita una volta alla settimana, per due ore, un’avvocata, specializzata in tematiche LGBTQIA+, per consulenze legali, un supporto psicologico di quattro ore settimanali, un servizio di accoglienza e informazione – sempre a cadenza settimanale, per quattro ore – e un gruppo di supporto per due ore alla settimana.
Quello che siamo deputati a fare da parte del Ministero è intervenire in situazioni di discriminazione e violenza diretta, in contesti di particolare fragilità, in cui la persona è in pericolo. In un certo senso, dovremmo essere gli omologhi del Centro antiviolenza per le donne. Nello specifico, ci rivolgiamo a un sottoinsieme della comunità, quindi non siamo chiamati a seguire, per esempio, percorsi di transizione di genere: ci sono altri servizi sul territorio su cui il CAD può fare affidamento. Lo sportello è una porta di accesso a un sistema più articolato di presa in carico della persona.
Tanti casi richiedono – per fortuna, mi verrebbe da dire – solamente la sollecitazione di una o più sedute psicologiche o consulenze legali, o un semplice orientamento sul territorio; nelle situazioni più complesse, tutto il personale si riunisce sotto forma di équipe multidisciplinare per studiare strategie mirate di intervento. Cerchiamo di analizzare i bisogni della persona, di capire come questi bisogni si intreccino tra di loro – perché molto spesso sono interdipendenti – unendo tutte quelle che sono le nostre professionalità. Chiamiamo questo sistema “il villaggio”, nel senso che costruiamo un villaggio attorno alla persona dove, piano piano, affrontiamo tutti i pezzi.
Spesso, per bisogni particolarmente pressanti, sollecitiamo una serie di soggetti compositi della rete: AUSL, servizi sociali, sindacati, centri per l’impiego; abbiamo siglato undici convenzioni con diversi partner territoriali che si occupano di vari aspetti. Ciò accade, per esempio, per richiedenti asilo LGBTQIA+».
«A me pare da questa disamina che si tratti di enti e di associazioni che appartengono alla società civile; qual è, invece, il ruolo delle istituzioni all’interno di questo complesso? Vi sentite supportati?»
«Il progetto, a livello istituzionale, nasce dal Comune di Parma; nel 2022, è stato sottoscritto un protocollo di intenti contro l’omolesbonegatività con una pluralità di soggetti pubblici: forze dell’ordine, Università, Prefettura. L’Assessorato alle Pari Opportunità aveva intuito il rischio che tale protocollo interistituzionale potesse restare inattuato, da qui la nascita del Centro antidiscriminazione, grazie al finanziamento dell’UNAR. Il Comune, responsabile amministrativo, garantisce il cofinanziamento e pone in essere quella che è la cornice istituzionale: si tratta di un soggetto attivo. Nella nostra azione, abbiamo intercettato anche l’Ateneo, in particolare il Comitato Unico di Garanzia, a cura della dott.ssa Giulia Selmi, e il Centro Accoglienza e Inclusione, con il dott. Paolo Risieri e la dott.ssa Dolores Rollo. Il Centro ha avuto modo di presentare le proprie metodologie di lavoro nell’ambito di un congresso scientifico organizzato dalla SIO, Società Italiana per l’Orientamento. Inoltre, stiamo già partecipando a diversi progetti universitari di ricerca, a livello regionale, legati all’accessibilità delle persone transgender ai servizi sanitari. Da quest’anno, il Centro promuove trimestralmente incontri con vari soggetti del territorio, mediante esperimenti anche non formali, come il Teatro dell’Oppresso, molto interattivo, e stiamo allargando l’azione di ricerca, in collaborazione con l’Università e il Comune, per coinvolgere i policy maker in azioni di rete, cambiamenti profondi e duraturi ed emersione dei fenomeni di discriminazione nei confronti delle persone LGBTQIA+».
«Parlaci un po’ di questa forma teatrale».
«L’esperienza, curata da Giolli Coop., si chiama “Teatro dell’Oppresso”: si tratta di una modalità che nasce durante l’epoca della dittatura brasiliana. È una forma di critica al potere. Il gruppo elabora delle scene in modo amatoriale, nel nostro caso legate alle tematiche LGBTQIA+: per esempio, una persona transgender che viene discriminata perché va in un bagno anziché in un altro, o due ragazze che fanno coming out e danno avvio alla tipica discussione familiare. Il pubblico ha la possibilità di intervenire per apportare modifiche, determinando una pratica discorsiva dialettica. Alla fine, si alimenta un dibattito corale per comprendere come reagire alla discriminazione. È già una prima forma di supporto tra pari, una modalità di socializzazione protetta: il Centro, spesso, è infatti chiamato a intervenire in contesti di solitudini involontarie accentuate, anche e già intercettate nell’ambito dei gruppi di supporto, guidati da una psicologa, che offrono strumenti di empowerment. È un teatro, da quest’anno, itinerante, che si sposterà per i circoli ArciGay più piccoli, come quelli della Bassa parmense. Vorrei sottolineare anche la valenza preventiva della performance, grazie alla quale si mettono in scena situazioni potenzialmente monitorabili, da intercettare».

L’interno del centro
«Il vostro è sicuramente un osservatorio privilegiato per monitorare il livello di sicurezza all’interno della città: com’è la situazione a Parma?»
«Il Centro agisce in situazioni di violenza e discriminazione; ciò che sorvegliamo con particolare cura sono i fenomeni di cosiddetto minority stress, ossia episodi di microaggressione, spesso molto sotterranei. Faccio un esempio: la persona transgender che, nei luoghi di lavoro, viene lasciata sola ad affrontare situazioni di ostracismo da parte di alcuni colleghi e del datore di lavoro. La salute mentale di questa persona subisce un netto declino, anche se può attraversare gli spazi della città in modo sicuro. In questo caso, ci rivolgiamo al datore di lavoro per rammentare la protezione della legge in tale tipo di dinamiche. Oppure, per quanto concerne la questione abitativa, abbiamo affrontato vicende di persone che hanno cominciato a subire tutta una serie di comportamenti vessatori, dopo il coming out, da parte dei coinquilini. Ci occupiamo di situazioni quotidiane, di sofferenza continuativa, di discriminazioni subdole che ledono la dignità delle persone. Esistono indicatori oggettivi per misurare il grado di stress accumulato da una persona, e allora è giusto che si rivolga a noi».
«Cosa auspichi per il futuro del CAD?»
«Noi siamo già molto soddisfatti, perché l’obiettivo era quello di creare un polo visibile sul territorio che sollecitasse l’intera rete. Ci auguriamo, per il futuro, di incrementare i numeri, perché abbiamo constatato che la curva ha cominciato ad appiattirsi un po’, dopo i primi anni di rodaggio. Vorremmo aprire le porte agli over 40 e 50, una fascia difficile da intercettare, perché, magari, poco abituata a elaborare certi bisogni. Il nostro auspicio è, anche, quello di allargare il raggio d’azione, ricomprendendo zone geografiche come il Cremonese o il Piacentino, che ci hanno chiesto una mano. Un’altra cosa importante sarebbe la stabilità finanziaria, perché ogni anno partecipiamo a vari bandi di finanziamento, ma sarebbe necessario il contributo di enti e aziende private. Certo, il Pride è fondamentale, ma i restanti 364 giorni all’anno lo sono allo stesso modo»
la brochure del CAD







