Il volto cangiante di 'My Light Years'

  • crediti sovracopertina e copertina Alberto Lusetti

L’arte contemporanea solleva sempre grandi domande. Una di queste è: «Ma sono io che non ci capisco niente? O forse non c’è niente da capire?».

Se la vostra visita alla mostra di Brian Eno comincia dall’ospedale Vecchio, quindi da My light years (I miei anni luce), e non avete la riduzione per studenti, potreste farvela. Immaginatevi un imponente edificio a croce immerso nell’oscurità, in cui lungo i corridoi compaiono installazioni di diverso tipo: un volto gigante i cui lineamenti sfociano lentissimamente e impercettibilmente nel volto di un’altra persona, forme geometriche luminose, sedie a forma di giglio (per altro comodissime a detta di uno dei membri del personale), ritratti i cui occhi si muovono lentamente e così via. Si può anche cogliere l’occasione per fare un pisolino celestiale cullati dalla musica di Brian Eno sopra a due divani a forma di nuvola, per poi accorgersi al risveglio che nel frattempo il volto gigante è cambiato.Il membro dello staff con cui ho simpatizzato, probabilmente credendo che fossi di Repubblica mi chiede incuriosito che cosa mi lasci questa mostra, e la prima cosa che mi viene in mente è “niente”. Ma invece farfuglio qualcosa  sul fatto che non sono nessuno per giudicare e che onestamente non lo so. Lui mi confessa con stupore che sono già venute tantissime persone e che evidentemente questo Brian Eno deve essere uno bravo.

Ha anche aggiunto che Brian Eno ha visitato personalmente la mostra commentando i prezzi del bookshop: «32 € per un cd? Sono un po’ tanti!»

Lo spazio è comunque molto suggestivo, sembra di trovarsi in una sala di aspetto esistenziale (o ad un bagno termale mentre si fa la cromoterapia a detta del mio intervistato), ma sembra tutto un po’ poco. L’esposizione non lascia esattamente soddisfatti. Però, vale sempre il solito dubbio: magari sono io che non ci capisco niente.
E anche: ma questa mostra con 4 installazioni, reggerebbe anche senza la firma di Brian? Ma siamo noi che siamo maliziosi, ce lo chiediamo colpevolmente, ammettendo che non sappiamo abbastanza né di musica ambient né di arte contemporanea, né tantomeno di Brian Eno. Quel Brian Eno che (“come, non sai chi è Brian Eno?”) ha fondato la musica ambient, è stato il geniale precursore della  New Wave e della New Age, che ha collaborato con David Bowie, Bono, David Byrne, Peter Gabriel e tantissimi altri.

Altre comode poltroncine [questa volta a forma di petalo – Paolo] / crediti Alberto Lusetti

In questi momenti sarebbe bello essere cool ed apprezzare l’arte moderna dove gli altri non riescono, ma invece in questo momento si potrebbero apprezzare anche i soldi che non avevamo ancora speso.

Guardiamo al lato positivo però: questo è il tentativo di Parma di aprirsi alla contemporaneità, di andare tramite la rassegna ParCo oltre al Correggio, al Parmigianino, al prosciutto e al parmigiano. E in effetti una volta usciti dall’intimità oscura di quella sala di aspetto esistenziale, nel tragitto che ci separa da Seed, la mostra ambientata nel giardino del complesso San Paolo, in centro vediamo penzolare culacce, stagionati immensi, salumi generosi, solo che anziché farci un bel panEno, andiamo a vedere una mostra d’arte contemporanea. Ormai con le aspettative un po’ basse.

Ma poi tutte le domande esistenziali su noi e l’arte cessano di tormentarci, tiriamo un sospiro di sollievo, pensiamo: ecco, è proprio così che dovrebbe essere. Scusa se abbiamo dubitato di te Brian, se abbiamo pensato che potevi fare tutto perché tanto ormai sei famoso. L’atmosfera in cui si trova immerso il giardino è semplicemente incantevole. Sentiamo tranquillità, raccoglimento interiore, ma proviamo anche stupore. Sembra di muoversi all’interno di un sogno: ci si rilassa senza dover pensare, perché c’è qualcosa da scoprire.

Seed di Brian Eno ai Giardini di San Paolo

Si sentono anche degli strani rumori, a volte quasi alieni: sono i cinguetti degli uccelli immaginari di Ece Tamelkuran, attivista con cui l’artista ha collaborato per l’installazione. Durante la dolorosa stesura del suo libro Come sfasciare un paese in 7 mosse sull’erosione della democrazia in Turchia e sull’avanzata del fascismo nel mondo, la scrittrice si alzava la mattina e inventava un uccello immaginario, per sopportare il male di cui avrebbe scritto tutto il giorno.

Il più irresistibile è senz’altro l’Uccello Prestigiatore che non ripete mai lo stesso numero: esistono almeno 7000 trucchi documentati, e un povero ornitologo è morto senza avere mai avuto la possibilità di rivedere la stessa magia due volte.

Questa collaborazione è l’ennesimo progetto di Brian Eno come attivista, che negli ultimi anni si è sempre esposto in favore della Palestina e contro le grandi piattaforme multimediali.

In quel giardino ci si dimentica chi si è, che ora è, perché e da dove si è entrati, viene solo voglia di rilassarsi. Io mi chiedo “è o non è un posto buono per limonare?” Non ci si sente in dovere di arrivare a un significato che forse non c’è, ci si lascia andare e basta. Camminando pian pianEno, ci si abbandona; non più alla noia spacciata per esperienza, ma ai propri sensi rassicurati dallo stupore.

Ecco perché noi in quanto pubblico dovremmo sentirci liberi di dire mi piace/non mi piace senza paura di sembrare stupidi.

Qualche giorno fa c’è stato pure Brian Eno alla mostra, ma purtroppo, quando sono arrivato io, se n’era già andato. Magari sarà partito per le vacanze intelligenti.

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