Mariafrancesca nella sua libreria

  • Foto di Giovanni Andrioli

Le librerie di quartiere sono presidi preziosi, da salvaguardare. Per questa ragione, ogni volta che ne apre una nuova – e non capita spesso – mi riprometto di frequentarla, di sostenerla, nel mio piccolo. A inizio anno, nel cuore dell’Oltretorrente, in via Bixio, ha aperto i battenti “Dragonfly”: un posto speciale, in cui l’innovazione – di stili, temi, autori e autrici – si fonde con l’abitudine un po’ d’antan di ritagliarsi del tempo per recarsi fisicamente tra gli scaffali, sfogliare le pagine, segnarsi i titoli per un futuro acquisto.
Ho avuto l’opportunità di scambiare quattro chiacchiere con la libraia, Mariafrancesca Distefano, sulla sua scelta un po’ matta di aprire un esercizio commerciale dedicato ai libri in un periodo storico ed economico non proprio propizio, tra Amazon e il quasi-monopolio delle librerie di catena.

Cominciamo con una domanda che, forse, ti avranno posto in molti: perché aprire una libreria nel 2026, in un contesto in cui, come sappiamo, predomina il digitale? Insomma, perché una scelta così coraggiosa?
«Bella questa parola: coraggiosa. Tutti mi dicono: “Sei stata molto coraggiosa”, e io rispondo sempre: “Non sono stata coraggiosa, sono stata pazza!”. Sono siciliana, e da me si dice: “La pazzia è parente del coraggio e della convinzione”. Allora, perché? Banalmente per realizzare il mio sogno. Da quando sono bambina leggo tantissimo; i miei genitori mi hanno educata alla lettura e alla frequentazione delle librerie. Giù da me c’era soltanto una piccola biblioteca che ha chiuso per quindici anni per ristrutturazione, e ha riaperto quando poi ero adulta, quindi non ho avuto la possibilità di frequentare questo tipo di spazi. Le librerie erano il posto in cui mia madre mi portava quando passavamo i pomeriggi insieme. Tra l’altro, proprio quelle librerie indipendenti del mio paese, Ragusa, che poi hanno chiuso a causa degli spazi commerciali di catena, dell’avvento di Internet, eccetera. Mi ha sempre affascinato l’idea di lavorare in mezzo ai libri; infatti, prima di decidere di aprire questa libreria, ho avuto impieghi in Feltrinelli, nelle Librerie.Coop, e poi per tanti anni ho fatto la bibliotecaria tramite cooperativa, con delle difficoltà non indifferenti, come il precariato. Mi ha incoraggiato il mio compagno – che è proprietario di “Rivamancina” in piazzale Inzani – che ha una mentalità prettamente imprenditoriale; mi ha detto: “Ma sì dai, vedrai che se ti ci metti lo puoi fare, i fondi si trovano”. Insomma, mi ha molto aiutato, anche materialmente».

Come definiresti la tua libreria?
«Anche questa è una domanda complessa, nel senso che quando mi stavo immaginando cosa volevo sugli scaffali, mi ero prefigurata un’identità chiara. La mia immaginazione si è poi scontrata con la realtà dei fatti, con i gusti del pubblico, con le sue richieste. Per questi motivi, un’identità definita non sento ancora di averla, anche perché è troppo presto. Ho un occhio di riguardo per la narrativa fantastica, poiché ho una passione personale per questo tipo di letteratura; ma la mia libreria non si ferma a quello. Certo, la priorità è la narrativa in generale, anche perché, purtroppo, la saggistica un po’ patisce nel mercato, quindi ce n’è poca, ma ben selezionata».

Infatti qui ho comprato proprio un libro di saggistica, The White Album.
«Che però io ho messo nella narrativa, perché Joan Didion e la scuola del gonzo journalism secondo me vanno lì. Ho anche dei settori per i più piccolini. Mi piace fare una scelta curata, autoriale, dal momento che amo conoscere le case editrici indipendenti, mi piace aiutarci a vicenda; pertanto, cerco di rifornirmi direttamente da loro, anziché passare dai grandi distributori. Voglio spaziare, scoprire voci e progetti nuovi. Ci sono tante autrici donne, e anche una selezione – all’inizio era un po’ più timida, e adesso sto invece andando più in profondità, perché ho capito che c’è interesse – di autori trans, non binari, persone della comunità LGBT e queer».

Anche la scelta del posto dove aprire un esercizio commerciale ha la sua influenza. Siamo in Oltretorrente, che le cronache cittadine descrivono come un quartiere complesso, con tutta una serie di problematiche: perché questo luogo?
«Non c’erano alternative, nel senso che è stata una scelta di cuore: per me era o l’Oltretorrente o niente. Ancora nella fase di progettazione, con il mio compagno riflettevamo su dove si potesse aprire; io ovviamente avevo già scelto questo quartiere. Mi sono trasferita a Parma ormai undici anni fa, e all’inizio vivevo in pieno centro, in via XXII Luglio. Era un contesto in cui non mi sono mai sentita pienamente a mio agio, non so perché. Dopo forse neanche un anno, ho traslocato in Oltretorrente per puro caso, perché c’era una stanza libera con altri coinquilini. Me ne sono totalmente innamorata. Tra l’altro in quel periodo era completamente diverso, in via D’Azeglio c’era una vita notturna molto attiva. Al di là di questo, mi sono sempre sentita tranquilla, serena e accolta. Poi ne ho scoperto la storia, leggendo Pino Cacucci e il suo Oltretorrente, e ho frequentato gli spazi di ArtLab. Una storia politica profonda, e chiaramente di sinistra – come sono io, chi entra in libreria se ne accorge subito. È un quartiere popolare, che ha un passato di accoglienza: proprio nelle pagine di Cacucci sono venuta a sapere che qui trovavano una casa gli emigranti della “grande fuga” dal Meridione, e lo rendevano vivo. Oggi si parla tanto del “problema dei migranti” – che un problema proprio non è. Per queste ragioni, non c’era un altro posto possibile dove aprire questo spazio».

Consigliaci un libro che possiamo trovare qui in libreria.
«In questo momento non lo trovate, perché l’ho consigliato così tanto che ne ho venduto tutte le copie. Quando mi fanno questa domanda, rispondo sempre nello stesso modo: è un’antologia di racconti di un autore che è principalmente uno sceneggiatore di serie tv, tra cui la mia preferita, BoJack Horseman; si chiama Raphael Bob-Waksberg, e ha scritto Qualcuno che ti ami in tutta la tua gloria devastata. È un libro breve, in cui però c’è tutto, cioè ti stimola l’intera gamma delle emozioni possibili: ti fa commuovere, ti fa ridere, ti fa piangere di gusto, ti fa arrabbiare. Quindi è bellissimo e lo consiglio».

Uno sguardo all’interno della libreria / crediti Giovanni Andrioli

Le librerie di quartiere sono presidi preziosi, da salvaguardare. Per questa ragione, ogni volta che ne apre una nuova – e non capita spesso – mi riprometto di frequentarla, di sostenerla, nel mio piccolo. A inizio anno, nel cuore dell’Oltretorrente, in via Bixio, ha aperto i battenti “Dragonfly”: un posto speciale, in cui l’innovazione – di stili, temi, autori e autrici – si fonde con l’abitudine un po’ d’antan di ritagliarsi del tempo per recarsi fisicamente tra gli scaffali, sfogliare le pagine, segnarsi i titoli per un futuro acquisto.
Ho avuto l’opportunità di scambiare quattro chiacchiere con la libraia, Mariafrancesca Distefano, sulla sua scelta un po’ matta di aprire un esercizio commerciale dedicato ai libri in un periodo storico ed economico non proprio propizio, tra Amazon e il quasi-monopolio delle librerie di catena.

Cominciamo con una domanda che, forse, ti avranno posto in molti: perché aprire una libreria nel 2026, in un contesto in cui, come sappiamo, predomina il digitale? Insomma, perché una scelta così coraggiosa?
«Bella questa parola: coraggiosa. Tutti mi dicono: “Sei stata molto coraggiosa”, e io rispondo sempre: “Non sono stata coraggiosa, sono stata pazza!”. Sono siciliana, e da me si dice: “La pazzia è parente del coraggio e della convinzione”. Allora, perché? Banalmente per realizzare il mio sogno. Da quando sono bambina leggo tantissimo; i miei genitori mi hanno educata alla lettura e alla frequentazione delle librerie. Giù da me c’era soltanto una piccola biblioteca che ha chiuso per quindici anni per ristrutturazione, e ha riaperto quando poi ero adulta, quindi non ho avuto la possibilità di frequentare questo tipo di spazi. Le librerie erano il posto in cui mia madre mi portava quando passavamo i pomeriggi insieme. Tra l’altro, proprio quelle librerie indipendenti del mio paese, Ragusa, che poi hanno chiuso a causa degli spazi commerciali di catena, dell’avvento di Internet, eccetera. Mi ha sempre affascinato l’idea di lavorare in mezzo ai libri; infatti, prima di decidere di aprire questa libreria, ho avuto impieghi in Feltrinelli, nelle Librerie.Coop, e poi per tanti anni ho fatto la bibliotecaria tramite cooperativa, con delle difficoltà non indifferenti, come il precariato. Mi ha incoraggiato il mio compagno – che è proprietario di “Rivamancina” in piazzale Inzani – che ha una mentalità prettamente imprenditoriale; mi ha detto: “Ma sì dai, vedrai che se ti ci metti lo puoi fare, i fondi si trovano”. Insomma, mi ha molto aiutato, anche materialmente».

Come definiresti la tua libreria?
«Anche questa è una domanda complessa, nel senso che quando mi stavo immaginando cosa volevo sugli scaffali, mi ero prefigurata un’identità chiara. La mia immaginazione si è poi scontrata con la realtà dei fatti, con i gusti del pubblico, con le sue richieste. Per questi motivi, un’identità definita non sento ancora di averla, anche perché è troppo presto. Ho un occhio di riguardo per la narrativa fantastica, poiché ho una passione personale per questo tipo di letteratura; ma la mia libreria non si ferma a quello. Certo, la priorità è la narrativa in generale, anche perché, purtroppo, la saggistica un po’ patisce nel mercato, quindi ce n’è poca, ma ben selezionata».

Infatti qui ho comprato proprio un libro di saggistica, The White Album.
«Che però io ho messo nella narrativa, perché Joan Didion e la scuola del gonzo journalism secondo me vanno lì. Ho anche dei settori per i più piccolini. Mi piace fare una scelta curata, autoriale, dal momento che amo conoscere le case editrici indipendenti, mi piace aiutarci a vicenda; pertanto, cerco di rifornirmi direttamente da loro, anziché passare dai grandi distributori. Voglio spaziare, scoprire voci e progetti nuovi. Ci sono tante autrici donne, e anche una selezione – all’inizio era un po’ più timida, e adesso sto invece andando più in profondità, perché ho capito che c’è interesse – di autori trans, non binari, persone della comunità LGBT e queer».

Anche la scelta del posto dove aprire un esercizio commerciale ha la sua influenza. Siamo in Oltretorrente, che le cronache cittadine descrivono come un quartiere complesso, con tutta una serie di problematiche: perché questo luogo?
«Non c’erano alternative, nel senso che è stata una scelta di cuore: per me era o l’Oltretorrente o niente. Ancora nella fase di progettazione, con il mio compagno riflettevamo su dove si potesse aprire; io ovviamente avevo già scelto questo quartiere. Mi sono trasferita a Parma ormai undici anni fa, e all’inizio vivevo in pieno centro, in via XXII Luglio. Era un contesto in cui non mi sono mai sentita pienamente a mio agio, non so perché. Dopo forse neanche un anno, ho traslocato in Oltretorrente per puro caso, perché c’era una stanza libera con altri coinquilini. Me ne sono totalmente innamorata. Tra l’altro in quel periodo era completamente diverso, in via D’Azeglio c’era una vita notturna molto attiva. Al di là di questo, mi sono sempre sentita tranquilla, serena e accolta. Poi ne ho scoperto la storia, leggendo Pino Cacucci e il suo Oltretorrente, e ho frequentato gli spazi di ArtLab. Una storia politica profonda, e chiaramente di sinistra – come sono io, chi entra in libreria se ne accorge subito. È un quartiere popolare, che ha un passato di accoglienza: proprio nelle pagine di Cacucci sono venuta a sapere che qui trovavano una casa gli emigranti della “grande fuga” dal Meridione, e lo rendevano vivo. Oggi si parla tanto del “problema dei migranti” – che un problema proprio non è. Per queste ragioni, non c’era un altro posto possibile dove aprire questo spazio».

Consigliaci un libro che possiamo trovare qui in libreria.
«In questo momento non lo trovate, perché l’ho consigliato così tanto che ne ho venduto tutte le copie. Quando mi fanno questa domanda, rispondo sempre nello stesso modo: è un’antologia di racconti di un autore che è principalmente uno sceneggiatore di serie tv, tra cui la mia preferita, BoJack Horseman; si chiama Raphael Bob-Waksberg, e ha scritto Qualcuno che ti ami in tutta la tua gloria devastata. È un libro breve, in cui però c’è tutto, cioè ti stimola l’intera gamma delle emozioni possibili: ti fa commuovere, ti fa ridere, ti fa piangere di gusto, ti fa arrabbiare. Quindi è bellissimo e lo consiglio».

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