
Un momento dell’incontro al cinema Astra
A inizio aprile, le agenzie di stampa italiane battono una notizia a dir poco sconcertante: il documentario Giulio Regeni. Tutto il male del mondo non ha ricevuto il finanziamento che aveva richiesto al Ministero della Cultura. La decisione ha scatenato una shitstorm di inusitate dimensioni, determinando altresì la scelta del critico cinematografico Paolo Mereghetti e dello story editor Massimo Galimberti di dimettersi dalle rispettive sezioni della Commissione ministeriale, inquadrata nella Direzione generale Cinema e audiovisivo. In questo “pasticciaccio brutto de via Merulana” – pardon, di via del Collegio Romano – assume ancor più significato l’iniziativa promossa dalla scienziata e senatrice a vita Elena Cattaneo, Le Università per Giulio Regeni: un nutrito gruppo di atenei coinvolti in due mesi di incontri e proiezioni sulla libertà di ricerca.
Anche l’Università di Parma ha aderito alla proposta di Cattaneo, organizzando una proiezione del documentario al cinema Astra, alla presenza dell’avvocata della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini, inquadrata nella rassegna “L’Università di Parma per i diritti umani”. La discussione che è seguita, moderata dalla professoressa Michela Semprebon, è stata l’occasione per ripercorrere gli eventi – giudiziari, politici e diplomatici – a partire dalla serata del 25 gennaio 2016, giorno della scomparsa del ricercatore friulano in Egitto. Il corpo di Regeni sarà ritrovato ai bordi dell’autostrada per Alessandria il 3 febbraio successivo, con evidenti segni di torture. Il lungo iter processuale – arenatosi nell’ottobre del 2025, e ancora in fase di stallo – risulta fin dall’inizio di complessa risoluzione, soprattutto per l’indisponibilità a collaborare delle autorità cairote. «Un’autentica battaglia», come lo definisce Ballerini.
Il documentario, diretto da Simone Manetti e scritto da Matteo Billi ed Emanuele Cava, è duro da digerire; giunto alla fine, ti chiedi se giustizia può esserci in un mondo in cui le velleità di potenza degli Stati e le relazioni commerciali hanno più importanza della dignità umana. Perché l’Egitto non è «un Paese dove se dai ricevi», come commentò in un’occasione Claudio Descalzi, amministratore delegato di ENI: piuttosto, è un Paese «dove tre o quattro persone al giorno fanno la stessa fine di Giulio», asserisce la legale. E prosegue: «È un concetto distorto di realpolitik: sussiste un obbligo in capo agli Stati, quando c’è un caso di tortura, di indagare. È un crimine che riguarda ognuno di noi».
Ogni scena del lungometraggio è una stilettata al cuore, una rabbia cupa ti afferra al collo, e ti senti soffocare, hai voglia di urlare. Perché a morire per le angherie di seviziatori senza scrupoli è un ragazzo della tua età: Giulio aveva 28 anni. «La vicenda di Giulio ha tante sfaccettature: ciò che mi ha colpita sono stati i tradimenti, benché non fosse un ingenuo, e sentisse chiudersi la trappola», confida Ballerini. «Eppure, non riesco a giudicare quanti lo hanno fatto, perché nati in un regime paranoico. Rimane l’amarezza per l’indifferenza mostrata: sarebbe bastato un avvertimento per salvargli la vita».
Commuovono le testimonianze dei genitori del ricercatore, Claudio Regeni e Paola Deffendi, che da un decennio lottano senza requie affinché sia fatta giustizia, e che le infamanti accuse rivolte al figlio si mettano a tacere: come asseriscono all’inizio del documentario, questa vicenda sia da monito per l’importanza di una ricerca accademica libera. «Non ho mai sentito la parola “punizione” venir fuori dalla bocca di Paola e Claudio», riporta l’avvocata Ballerini.
«Sono stati violati tutti i diritti di Giulio: facciamo che non sia violato anche quello alla verità».




