
Un momento della performance
Insight non è una performance qualunque, ma una di quelle che, per le verità messe in luce, pian piano va a sedimentare un sapore amaro in bocca. È un progetto teatrale nato all’interno del CUT (Centro Universitario Teatrale) dell’Università di Parma, con la regia di Beatrice Baruffini e interpretato da studenti e studentesse dell’università. Quando venerdì scorso sono entrata in Aula Magna per vedere la performance, ammetto di avere avuto aspettative leggere, uscendo invece dall’Aula quasi commossa, soprattutto turbata: un senso di angoscia e tanti altri pensieri annessi che mi hanno accompagnata per tutto il viaggio di ritorno. La tematica dell’uso del cellulare nelle nuove generazioni e più in generale dell’uso di internet (diventato ormai parte fondamentale di noi) è stata messa in scena in un modo che non mi aspettavo.
La performance ci mostra quanto siamo attaccati ai nostri dispositivi e quanto ormai siamo dentro un sistema difficile da cambiare, dove diamo più importanza a scattare foto e condividere tutto, piuttosto che vivere per davvero un’esperienza. È da questa premessa che parte la trama: si inizia col pubblicare foto dell’attimo che stiamo vivendo, foto che vengono subito commentate dagli altri attori. All’inizio questi sono leggeri, divertenti e ironici, ma piano piano diventano sempre più pesanti, tristi e infelici. A un certo punto, tutti scrivono la stessa cosa, come se si omologassero, finendo nel cyberbullismo: commenti cattivi, insulti, frasi come “ammazzati”. Questa parte mi ha colpito parecchio perché è lo specchio di quello che succede davvero oggi nel nostro mondo, con persone che arrivano a togliersi la vita per colpa di parole violente scritte nei loro confronti.
La trama segue il filo logico della batteria del telefono e della connessione, alternando scene più leggere e divertenti a momenti molto più pesanti: all’inizio è tutto carico, tutto acceso, poi piano piano la batteria si scarica fin quasi a spegnersi; e così anche i ragazzi attori. I dialoghi tra i ragazzi risultano particolari: sono scritti direttamente sui telefoni. In pratica è come se il pubblico stesse leggendo delle chat, con messaggi che arrivano uno dopo l’altro, in un continuo botta e risposta. Qui è dove la riflessione sulla dipendenza da telefono si fa più sentire: questa infatti tiene incollati i ragazzi allo schermo dall’inizio alla fine dello spettacolo attraverso continue videochiamate, momenti in cui la connessione non funziona (e tutti che urlano perché non prende), momenti che si trasformano in balletti, foto fatte con il pubblico, selfie… trovo che questa costruzione dei dialoghi renda il tutto molto realistico: ormai comunichiamo al 90% solo attraverso uno schermo. Le conversazioni in Insight, infatti, non avvengono quasi mai guardandosi negli occhi: i personaggi sono vicini fisicamente e ma risultano distanti perché la comunicazione passa attraverso il telefono, nonostante siano tutti presenti nello stesso spazio. È ironico come tutto questo sembri quasi divertente e normale, proprio perché accade ogni giorno nella nostra realtà, ilarità portata vanti da una LIM posta dietro ai ragazzi, che anticipa tutto quello che sta per succedere in scena.
Cyberbullismo, dipendenza da telefono, bisogno di approvazione, l’omologazione e la difficoltà di vivere i momenti appieno: tutto questo è stato portato in scena da ragazze e ragazzi giovani, investiti per primi da queste problematiche. C’era chi probabilmente aveva già qualche esperienza in campo teatrale e chi si metteva in gioco per la prima volta sulla scena e forse è stato proprio questo il punto di forza di Insight: la semplicità e la spontaneità che questi ragazzi hanno utilizzato per raccontare una realtà che riguarda tutti noi. L’allarme che si vuole mettere in luce è molto forte: ormai non sappiamo più vivere senza telefono, tutto il nostro quotidiano, la nostra vita, è lì dentro: insight.




