Le idiosincrasie dei dittatori raggiungono spesso vette di imbecillità di rara ponderabilità. Si consideri il caso di Saddam Hussein. Al “macellaio di Baghdad” stava molto a cuore il proprio compleanno, il 28 aprile, tanto da costringere gli alunni di ogni scuola dell’Iraq a preparargli una torta: un simbolico cadeau da tributare alla magnanimità del Presidente. Anche negli anni immediatamente successivi al conflitto con l’Iran, in un Paese vessato da sanzioni economiche internazionali, non c’era verso: Saddam pretendeva i suoi dolci. Un vero golosone.

Su queste traiettorie, storiche e di costume, si innesta il lungometraggio di Hasan Hadi, La torta del presidente. Opera prima del regista iracheno, il film narra le vicende di Lamia (Baneen Ahmad Nayyef), una bambina che vive con sua nonna, Bibi (Waheed Thabet Khreibat), in una capanna di giunche nella palude alluvionale del Tigri e dell’Eufrate. Le due non se la passano molto bene, l’anziana donna non è più in grado di lavorare, Lamia l’aiuta come può: per queste ragioni, la notizia che il nome della piccola studentessa è stato sorteggiato per l’annuale preparazione della torta di compleanno del presidente è come un fulmine a ciel sereno. Farina, zucchero e uova non sono semplici da reperire in un minuscolo villaggio fluviale, tanto meno se si considerano le magre risorse delle protagoniste. Raccattati i poveri averi, Lamia e Bibi (con l’inseparabile galletto Hindi) si recano in città per far provviste. La nonna, però, ha altri progetti per la nipote: ha deciso di lasciarla alle cure di una famiglia del posto. Lamia non è d’accordo, e sfugge al suo controllo, dando innesco a una serie di peripezie, nel corso delle quali il compagno di scuola Saeed (Sajad Mohamad Qasem) le sarà di prezioso aiuto. Al termine della giornata, la vita della piccola cambierà per sempre.

La pellicola di Hadi enuclea una serie variegata di temi: i soprusi insensati del regime, lo iato esistenziale tra città e campagna, lo sbrindellarsi dei legami familiari, l’amicizia, il lutto. Moderna Pollicina, Lamia si muove in un paesaggio in cui gli adulti non sembrano più tali, ma assumono degli atteggiamenti inspiegabili, grotteschi. Per la prima volta, la protagonista perde il riferimento rappresentato dalla nonna, e dovrà rimboccarsi le maniche per portare a compimento la sua missione: trovare gli ingredienti per la torta del presidente Saddam. Sembra che a nessuno importi, ma lei sa bene quanto sia importante, ne va della sicurezza sua e della nonna, tanto da giustificare il ricorso a occasionali furtarelli. Ogni angolo della città nasconde un’insidia, la sua casa e la piroga con la quale sonda le quiete acque del fiume per arrivare a scuola sembrano così lontane.

La scelta neorealista del regista di impiegare attori non professionisti conferisce al film autenticità, franchezza; il pericolo di una rappresentazione dell’Iraq a uso e consumo di un pubblico occidentale sembra scongiurato. Hadi, cresciuto nei decenni della dittatura, è abile nell’inserire elementi che sottolineano la durezza del regime: la celebrazione dell’uomo forte, ritratto in policromi manifesti sui muri della città; la penuria di medicinali, a causa delle sanzioni, in un ospedale sovraffollato; la storia di un soldato, reso cieco da una bomba americana, che sposa una donna che non ha mai visto, «così non c’è da preoccuparsi se è bella o no».

Ci si affeziona a Lamia, inconsapevolmente coraggiosa, testardamente resiliente. Che alla fine cuocerà la torta per Saddam, ma a un prezzo davvero impietoso. Happy birthday, Mr President.

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