Portone dell’Ospedale Psichiatrico Provinciale di Colorno durante l’occupazione / foto di Giovanni Ferraguti, febbraio 1969

  • foto di Giovanni Andrioli

Il Sessantotto ebbe a Parma una configurazione del tutto peculiare: basti pensare all’occupazione del Duomo, il 14 settembre, da parte di una ventina di ragazzi e ragazze di piazzale Pablo a seguito dell’allontanamento, voluto dalla Curia, del loro padre spirituale, don Pino Setti, che l’anno prima aveva addirittura organizzato una messa beat con la band de I Corvi per avvicinare i giovani al mondo cattolico.

Poco tempo dopo, un altro presidio salì agli onori della cronaca nazionale: dal 2 febbraio 1969 al 9 marzo dello stesso anno un gruppo di studenti della Facoltà di Medicina occupò le sale dell’ospedale psichiatrico di Colorno, per contestare le inumane condizioni detentive dei degenti: contatti con il mondo esterno ridotti al minimo, uso di dispositivi di contenzione, largo impiego dell’elettroshock e della lobotomia. I padiglioni del manicomio della provincia parmense celavano agli occhi degli esterni una situazione raccapricciante: basti pensare che, all’interno, non esisteva una vera distinzione tra adulti e bambini, determinando una promiscuità che generava gravi ripercussioni psicologiche. Le sale ospitavano indistintamente minori con disabilità cognitive, epilettici, orfani, illegittimi e i cosiddetti “irregolari”, con problemi di condotta o di povertà estrema.

In questo contesto, centrale fu l’apporto di due uomini: Franco Basaglia – psichiatra, promotore della legge 180 per lo smantellamento degli istituti manicomiali, da sostituire con un’assistenza incentrata sulla persona e integrata nella comunità – e Mario Tommasini, assessore provinciale ai Trasporti con delega all’Ospedale psichiatrico di Colorno, patrocinatore di innumerevoli iniziative volte al reintegro nella società dei malati, di cui quest’anno ricorre il ventesimo anniversario della morte.

Ai fatti di Colorno è dedicata la mostra “Manicomio occupato!”, all’APE Parma Museo, a cura della Fondazione “Mario Tommasini”. L’esposizione raccoglie gli scatti di Giovanni Ferraguti e Franco Furoncoli, oltre a un cospicuo numero di documenti, ciclostilati, articoli di giornali, libri.

Il pregio della mostra sta nell’aver dato il giusto rilievo a una vicenda che, benché di minor incidenza nella cronistoria dell’Italia repubblicana, testimonia di un percorso umano unico. Il processo verso la soppressione dei manicomi, quei luoghi di dolore che il sociologo Goffman definì “istituzioni totali”, votati all’esclusione e alla violenza, non fu privo di contraddizioni e incongruenze. I pionieri dell’antipsichiatria – Basaglia, Ongaro, Rotelli, Dell’Acqua e tanti altri – scontarono ostracismi, polemiche, reprimende. Dove stipare, se non negli istituti psichiatrici, quei “matti”, così pericolosi per se stessi e per la società?

Le fotografie di Ferraguti e Furoncoli danno plasticità a quel brulichio intellettuale, che assume maggiore pregnanza perché promosso da universitari, da futuri professionisti delle scienze mediche che seppero ribellarsi a quel totem della sanità che vedeva nel manicomio lo strumento per curare l’insorgenza di psicopatologie, in un’epoca in cui la salute mentale era un lusso per le classi più abbienti. Quel meccanismo di separazione, di esclusione dalla collettività non è un fossile del passato: la logica che sottende al funzionamento dei centri d’accoglienza per migranti rimane la stessa di prima.

Nelle Conferenze brasiliane Basaglia scrive: «Io ho detto che non so che cosa sia la follia. Può essere tutto o niente. È una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia. Invece questa società riconosce la follia come parte della ragione, e la riduce alla ragione nel momento in cui esiste una scienza che si incarica di eliminarla. Il manicomio ha la sua ragione di essere, perché fa diventare razionale l’irrazionale».

foto di Giovanni Andrioli

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