Antonella Lattanzi a "Mi Prendo il Mondo"

Antonella Lattanzi mi sorride, mi spiega che ha il raffreddore e che ha sbagliato treno per arrivare a ‘Mi Prendo il Mondo’.

Cosa potrei chiedere di più? Ho già l’intro del mio pezzo.

E ora proviamo a vederci chiaro su Chiara, il suo ultimo libro, che racconta dell’amicizia simbiotica e genuina tra Marianna e Chiara, ragazze segnate da diversi tipi di violenza familiare.

«Nel romanzo racconti di un’amicizia molto forte in cui le protagoniste sanno fin da subito di avere qualcosa di speciale. Perché hai scelto di parlare proprio di questo tipo di rapporto?»

«Ho ambientato questa storia nella Bari degli anni ’80 – ’90, una città di periferia, che è quella in cui sono cresciuta io. Quindi, diciamo che avrei potuto incontrare o avrei potuto essere una bambina come loro. Volevo raccontare della violenza, del danno che una famiglia può fare sui figli, in questo caso per via di due padri».

«Che tipo di violenza?»

«Violenza psicologica, come quella messa in atto dal padre di Marianna, che è autolesionista, fa del male a sé ma dà la colpa a sua figlia, o la violenza fisica, come quella del padre di Chiara, che invece è più tradizionalmente violento. Tante volte, se non sempre, i genitori amano i figli nonostante tutto ma volevo raccontare anche che i figli amano i genitori nonostante tutto. E se un genitore non ti può guardare, perché è troppo preso dal suo fallimento, dalla sua violenza, c’è qualcun altro che ti può guardare e quel qualcuno è un’amica. E anche se ognuno si salva da solo, si può salvare anche grazie a un’amica».

«Com’è stato per te scrivere questo romanzo? Che cos’hai rivissuto della tua vita, che emozioni hai provato?»

«Un mio amico mi ha detto una cosa molto bella: “Come hai fatto a tornare con il pensiero, con il linguaggio, all’epoca dell’infanzia e dell’adolescenza?”. Mi sono resa conto che ci sono riuscita proprio perché la mia adolescenza non è mai finita, continuo a essere una persona molto esagerata, come lo sono gli adolescenti. Non è stato difficile per me, anzi, è stato quasi intuitivo, perché è come se a questo romanzo pensassi da sempre, solo che non trovavo le parole. Non trovavo lo stile, poi però nel mio romanzo precedente, Cose che non si raccontano, ho usato la prima persona per la prima volta. E probabilmente questo mi ha sbloccata: proprio lo scrivere in prima persona, di cui avevo una grande paura, è stato il veicolo attraverso cui sono riuscita a scrivere questo romanzo che non avevo altro modo di scrivere».

«E perché avevi paura di usare la prima persona, proprio tu che sei una scrittrice?»

«Perché la prima persona ha forte rischio di enfasi, ha forte rischio di vittimismo, e poi, scendendo nel pozzo dell’io narrante per poi arrivare all’io vero dello scrittore con cui devi mettere in scena il romanzo, ti viene richiesto un distacco maggiore nella scrittura. Invece l’io narrante ti ci mette dentro con molta più forza, e devi scrivere “Io” a proposito di una persona che invece non sei tu».

«Come sei riuscita a rendere credibile questo rapporto così intimo tra i personaggi? Hai dovuto pensare alle tue amicizie, alle tue esperienze… cos’hai fatto per rendere così realistica questa storia?»

«Ho pensato molto alle mie Chiare e alle mie Marianne. Ho diverse amiche che potrebbero essere loro e ne ho preso dei pezzettini. Ho pensato a quel momento bellissimo e terrificante della vita che è l’adolescenza, in cui tutto è all’ennesima potenza, in cui ci sono prima le cose e poi le parole. Quindi, che ne so, la masturbazione, l’amore, l’amicizia, la sensualità… che cos’è l’amicizia? Tu la vivi ma non sai darle un nome. Non sai se l’amicizia è anche un sentimento, se è attrazione sessuale, sentimentale… però puoi tutto.
Volevo scrivere un romanzo libero in cui Marianna potesse amare Chiara ma amare anche il suo fidanzato senza chiederci continuamente di etichettare anche l’identità sessuale».

«Cosa ne pensi di queste etichette?»

«Le etichette sessuali ci sono servite sicuramente per capire che esistono persone diverse, e che chiunque è come un omosessuale, un transessuale, un cisgender: siamo tutti uguali. La nascita di queste etichette ha fatto sì che queste persone esistessero. Poi però ci siamo rinchiusi. Ad esempio, se ci pensi, l’etichetta “fluido” è stranissima; non dovrebbe essere etichettato qualcuno che è fluido. E quindi volevo raccontare questo mondo senza etichette che esiste solo nell’adolescenza».

«Secondo te per il pubblico (italiano) sarebbe più strano leggere della stessa storia però al maschile? Di un’amicizia che magari è anche amore, con dell’attrazione sessuale, anche velata…»

«Non credo; se ci pensi Il cardellino di Donna Tartt è un bellissimo romanzo che parla di un ragazzo che perde la madre. A un certo punto in un museo si trovano coinvolti in un attentato terroristico; la madre muore mentre lui sopravvive, portando con sé un dipinto di un cardellino. Lui si sentirà per sempre in colpa, perché se non fosse stato sospeso a scuola, non si sarebbero trovati lì. E a un certo punto conosce un altro ragazzo, si sente che c’è un’attrazione, però non viene mai definita. A me questo aveva colpito molto. Tra i vari riferimenti che ho avuto mentre scrivevo il mio libro c’era anche questo. E poi, per dirti, per me anche in Una questione privata di Beppe Fenoglio, quando Giorgio e Milton dormono a cucchiaio, non è proprio una cosa che si sentiva ogni giorno».

«Una scena che mi veramente è piaciuta, anche se sembra strano dirlo, e che da lettore non avevo mai trovato è quella dell’autoerotismo, femminile, infantile, mai letta una scena così. Mentre la scrivevi avevi la sensazione di descrivere un tabù o qualcosa di cui si parla poco?»

«Non me ne sono accorta! – (risate) – cioè, non mi sono neanche accorta che ci fosse tutta questa sessualità, che in generale passano per tutto il romanzo. Perché tu quando scrivi sei come immersa, e quando mi hanno detto: “Che coraggio scrivere questa scena”, ho realizzato di non averci pensato proprio, perché ero entrata completamente in quel momento, in quel personaggio, e per fortuna. È sempre una cosa che si spera succeda, ma molte volte non succede. Quindi non mi sembrava strano, è però chiaro che sì, che a guardare questa scena dall’esterno lo è. Però non ci ho pensato proprio, per fortuna».

«Secondo te la letteratura, può aiutare gli uomini a capire meglio la mentalità femminile, a capirne i desideri, le paure, i timori, le violenze subite?»

«Una cosa che mi dicono spesso e che non capiscono che è un’offesa è: “Ti leggo perché tu scrivi come un maschio”».

«Davvero te lo dicono?»

«Sì, molto spesso. Da sempre. Come se la letteratura fosse maschile e poi ci fosse la letteratura femminile, che è quella delle donne. Io vorrei un mondo in cui non esiste la letteratura femminile, in cui non esiste la necessità di creare delle quote rosa ma in cui esistono gli scrittori, anzi gli “scrittoritrici”, che sono uomini e donne senza definizione. E lo stesso vale per i lettori. Io penso che noi donne ci siamo immedesimate per secoli nel capitano Achab, nel conte di Montecristo, in Pinocchio, e non è che abbiamo pensato che questi personaggi fossero maschi; noi eravamo il capitano Achab, il conte di Montecristo, pur essendo donne. Se l’uomo facesse un piccolo sforzo di apertura mentale, se si lasciasse andare, scoprirebbe che può essere la protagonista de L’arte della gioia di Goliarda Sapienza. Perché siamo tutti uguali. Il mio libro precedente si chiama Cose che non si raccontano perché questa è una frase di Simenon in La camera azzurra in cui dice: “Queste sono cose che non si raccontano, cose assai semplici”. Io penso che la letteratura sia fatta di cose che non si raccontano ma anche di cose assai semplici: la nascita, la morte, l’amore, la maternità. Siamo tutti uguali e penso che non ci sarebbe questo problema se gli uomini non l’avessero in testa».

«Quindi questo problema viene dall’incapacità maschile di immedesimarsi nei personaggi femminili?»

«Sì, è come se fosse ancora molto forte il pensiero che esista la letteratura femminile, che le donne scrivano in un certo modo, letteratura rosa, introspettiva, anzichè pensare che invece le donne scrivano semplicemente di tutto. Pensiamo ad Agatha Christie: lei è la più grande giallista del mondo, ed era una donna. E aveva un investigatore, Poirot, con un’identità sessuale ben definita. Però tutti la leggono, quindi, vuole dire che si può fare».

«Citi moltissimi autori, a questo punto voglio chiederti :quali sono le letture a cui ti ispiri, che ti condizionano?»

«Il mio libro preferito è Madame Bovary, di Gustave Flaubert… è una storia stupida, da rotocalco… una donna che tradisce il marito e in seguito a della vicenda si suicida; ma Flaubert, uomo misogino che non ha mai avuto mogli e figli, nulla, scrive perfettamente grazie all’invenzione di uno stile che poi ha influenzato tutta la scrittura moderna. Il fatto che una donna, se si ribella alle regole, viene uccisa dalla società, lui l’ha semplicemente reso con lo stile. Per questo l’ho riletto tantissime volte e mi piace tantissimo. Poi La camera azzurra di Simenon è uno dei miei libri preferiti, adoro Philiph Roth in tutte le sue manifestazioni, Una questione privata di Beppe Fenoglio, che stanotte ho pure sognato».

«E che cos’hai sognato!?»

«Ho sognato di dover fare una conferenza su un libro di Beppe Fenoglio che non avevo letto, e quindi la facevo su Una questione privata, ma la gente voleva che io parlassi dell’altro libro».

«Te la sei cavata nel sogno?»

«No! Ah, e poi Stephen King mi piace tantissimo, e infatti c’è tantissimo nel mio libro. Perché attraverso l’orrore si può raccontare la vita. Se ci pensi un posto è bello se tu sei felice, ed è brutto se sei triste. Questo vuol dire che la realtà non esiste e che soltanto la letteratura e il cinema possono raccontarla».

«Quali sono i complimenti che apprezzi di più riguardo al tuo lavoro?»

«Mi è piaciuto molto che, dopo una mia presentazione, una psichiatra mi abbia detto che più che un manuale a un suo paziente consiglierebbe il mio libro. Sono contenta quando mi si dice che sono riuscita a uscire dal mio corpo e a entrare perfettamente in altre vite, in altre storie. Per esempio un lettore ieri mi ha scritto: “Mi sono sentito meglio dopo aver letto questo libro”. Se tu attraversi il dolore forse poi vedi la luce. Oppure quando mi dicono che come lettore si sono sentiti raccontati».

«Sei soddisfatta di questo libro? Cos’è che secondo te ti è riuscito bene?»

«Non mi sento mai soddisfatta – (risate) – In questo romanzo ho preso il mio cuore, l’ho aperto … ho scritto  le pagine e l’ho richiuso. Sono per il detto “meglio rimorsi che rimpianti” ».

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