
La copetina del saggio 'Cinema e moda' di Sara Martin
Se esiste un titolo che negli ultimi vent’anni ha contribuito a trasformare la moda in immaginario cinematografico condiviso, quello è proprio Il diavolo veste Prada.
Prima della proiezione, il pubblico dell’Arena Estiva dell’Astra ha assistito alla presentazione della docente dell’Università di Parma Sara Martin del suo nuovo libro Cinema e moda, dialogando con Benedetta Bragadini e Filiberto Molossi in una intervista che ha offerto una panoramica sul legame, sempre più stretto, tra due industrie culturali capaci di influenzarsi reciprocamente.
L’accostamento tra il volume e il sequel del cult del 2006 non è stato casuale. E proprio il confronto mette in luce quanto oggi il rapporto tra cinema e fashion sia diventato più complesso di una semplice sfilata di abiti griffati.
Nel corso dell’incontro, Martin ha definito cinema e moda come “un matrimonio riuscitissimo”, sottolineando come il loro dialogo sia il risultato di una lunga evoluzione storica.
L’influenza è reciproca: il cinema ha contribuito a creare icone di stile che hanno segnato intere generazioni, mentre la moda ha progressivamente compreso il potenziale dello schermo come strumento di promozione e costruzione dell’immaginario. Se oggi vedere un marchio di lusso legato a una grande produzione cinematografica appare normale, in passato non era affatto così.
Come racconta la docente, pionieri come Coco Chanel, Christian Dior o Elsa Schiaparelli provarono a entrare nel mondo del cinema senza ottenere i risultati sperati: i tempi dell’alta moda erano incompatibili con quelli serrati delle produzioni cinematografiche. Solo dagli anni Cinquanta il dialogo iniziò davvero a consolidarsi, grazie anche a figure come le sorelle Fontana, di origine parmense, che compresero il valore delle star hollywoodiane come veicolo di promozione.
Oggi il rapporto ha raggiunto un livello completamente diverso. I grandi marchi non si limitano più a vestire attori e attrici: finanziano restauri cinematografici, producono film, sostengono giovani registi e diventano veri protagonisti dell’industria audiovisiva. Prada, Saint Laurent e altri brand investono direttamente nel cinema, trasformandosi in mecenati contemporanei.
Tra gli aspetti più curiosi affrontati durante la presentazione c’è il fenomeno del method dressing, una pratica ormai diffusissima nelle campagne promozionali. Durante il tour stampa di un film, gli interpreti continuano a “indossare” il proprio personaggio attraverso gli abiti scelti per red carpet e interviste. Zendaya richiama l’universo di Spider-Man, Margot Robbie ha costruito l’intera promozione di Barbie reinterpretando i look della celebre bambola. Il personaggio esce dal film e continua a vivere nello spazio pubblico, trasformando ogni apparizione in un’estensione della narrazione cinematografica.
È uno degli esempi più evidenti di come oggi cinema, marketing e fashion siano diventati linguaggi praticamente inseparabili.
Martin ha poi osservato come il primo Il diavolo veste Prada appartenesse a quella categoria di opere che utilizzano la moda come ambiente narrativo: gli abiti non sono semplici decorazioni, ma raccontano il potere, le gerarchie, le trasformazioni personali dei protagonisti. Se il primo film era riuscito a diventare un cult grazie a personaggi memorabili, dialoghi brillanti e un equilibrio perfetto tra satira, commedia e glamour, questo secondo capitolo (appena sbarcato sulla piattaforma Disney+) appare molto meno incisivo. Senza entrare negli spoiler, il film sposta l’attenzione dalla moda alla crisi dell’editoria e del giornalismo, raccontando un settore costretto a reinventarsi nell’era digitale.
È un cambio di prospettiva coerente con il presente, ma che finisce anche per modificare profondamente l’identità della saga. La sensazione è quella di un film piuttosto sciatto nella costruzione narrativa, prevedibile negli sviluppi e incapace di sorprendere davvero. Molti conflitti sembrano seguire percorsi già visti, senza trovare una reale profondità emotiva, mentre il fascino del mondo della moda resta spesso sullo sfondo.
Paradossalmente, l’aspetto più interessante non riguarda tanto ciò che il film racconta, quanto il modo in cui è stato promosso. Come ricorda Martin durante l’incontro, la presentazione internazionale del sequel è diventata quasi una fashion week itinerante: modelli, direttori creativi e celebrità hanno occupato il centro della scena quanto, se non più, degli stessi attori. In altre parole, l’evento mediatico sembra essere riuscito meglio del prodotto cinematografico.
Perché leggere Cinema e moda
Ed è proprio qui che il libro di Sara Martin acquista ancora più valore.
Il volume racconta non solo i costumi di scena o gli stilisti che hanno vestito Hollywood, ma anche l’evoluzione di un dialogo che oggi coinvolge produzione cinematografica, strategie di comunicazione, marketing, festival, restauri e persino borse di studio per giovani registi, allargando la prospettiva e mostrando come il rapporto tra queste due industrie attraversi la cultura moderna.
Dopo aver ascoltato la presentazione, diventa evidente che la moda non rappresenta semplicemente il cinema: contribuisce a finanziarlo, raccontarlo e perfino a costruirne l’identità pubblica. Allo stesso tempo, il cinema continua a offrire ai marchi un immaginario capace di trasformare un abito in un simbolo culturale.
In questo senso, assistere all’incontro prima della proiezione si è stata quasi un’esperienza preparatoria. Il libro fornisce gli strumenti per leggere criticamente ciò che accade sullo schermo; il film, invece, finisce per confermare molte delle riflessioni emerse durante la conversazione, anche quando non riesce a esserne un esempio particolarmente riuscito.
Forse il paradosso della serata è proprio questo: la riflessione sul rapporto tra cinema e moda si è dimostrata più stimolante della sua rappresentazione cinematografica. E, uscendo dalla sala, la vera voglia che resta non è quella di rivedere il film, ma di aprire il libro.



