• Crediti: Einaudi

Amleto è un disoccupato, Timothée Chalamet interpreterà Il giovane Fantozzi prossimamente su Netflix, mentre Kant è un palazzinaro che, moltiplicato per cinquanta, darebbe vita a un sistema insostenibile (altro che imperativo categorico). Sono solo alcune delle avvincenti metafore con cui Raffaele Alberto Ventura spiega, anche in modo molto catchy, il disagio della classe agiata, che poi saremmo noi: quel malessere che nasce dalla promessa dell’autorealizzazione e ci lascia invece intrappolati in una competizione spietata, e per nulla originale.

Cominciamo! Che cos’è che cerchi di descrivere nel tuo libro?

Cerco di collegare tra loro cose molto concrete, come le condizioni economiche del mercato del lavoro, il lavoro culturale, gli svantaggi patrimoniali delle persone, e potenzialmente le questioni di genere. Faccio una riflessione che è sia molto teorica che storica: lavoro molto sulla storia del problema della “disoccupazione intellettuale” in epoche anche strane, come il medioevo o il mondo arabo medievale, o il teatro di Goldoni; epoche in cui il tema non era chiamato in questo modo, in cui però si presentano delle dinamiche simili. Questa riflessione astratta, teorica e storica, per me è collegata a una riflessione sulla nostra condizione e su come possiamo viverla meglio, sia sul piano esistenziale, relativo alla frustrazioni del farcela o del non farcela, che sul piano delle scelte più o meno opportune, più o meno efficaci, che possiamo fare.

Facciamo un passo indietro e partiamo da quando un giorno, come racconti nel libro, ti sei guardato allo specchio e hai visto Ugo Fantozzi: ti eri accorto che i problemi di cui parli nei tuoi libri erano in qualche modo anche i tuoi?

In realtà è nata prima la percezione e poi la teoria l’ho costruita nel corso degli anni: i libri che ho scritto nascevano da un momento della mia vita in cui sembrava che dovessi mettere da parte definitivamente le mie aspirazioni di scrittura.

Lavoravo in una casa editrice – quindi figurati, non è che stessi lavorando in miniera o in un call center, anzi, ero abbastanza vicino a un ambito culturale, ero quasi in una prigione di lusso in un certo senso – e ho cominciato a riflettere sul perché pur avendo di fatto trovato uno sbocco professionale che non mi facesse morire di fame, mi tenesse non lontanissimo dall’orbita degli ambiti che mi interessavano, ero comunque insoddisfatto.
In effetti stavo davvero male, e mi ripetevo «ecco, vedi, adesso sono un impiegato che timbra il cartellino come Ugo Fantozzi». Questa percezione, che in realtà è molto universale, non nasceva dall’idea che il mio destino dovesse essere speciale, o che in quel preciso momento fosse orribile; il mio era pur sempre un destino possibile, però comunque non mi faceva stare bene.

E da lì cos’hai fatto?

Ho iniziato, da questa esperienza particolare, a cercare di costruire una teoria generale del nostro rapporto con le aspettative e con le aspirazioni. Penso all’inizio fosse per me un modo di imparare, in qualche modo, a sopportare la realtà, a farci i conti, a dire: «vabbè, è andata così. Stacci, no?» E quindi da lì ho costruito una teoria dei bisogni, ho cercato incessantemente di rispecchiarmi in modelli cinematografici e letterari: Fantozzi, Kafka, i personaggi del teatro di Čechov, le signorine del teatro di Goldoni, ovvero i tanti aspetti, le tante sfaccettature di una condizione che è quella contemporanea.

Quindi hai unito materie diverse?

Sì, ancora adesso lavoro molto così: un po’ di teoria, un po’ di sociologia, un po’ di economia, però poi in gran parte, e questa forse è la dimensione più originale del mio lavoro, cerco di trovare metafore letterarie, cinematografiche, fumettistiche, che rivelino qualcosa della nostra condizione.
È arrivare a dire: «Guarda, assomigliamo un po’ a Fantozzi, un po’ a Kafka, un po’ a un personaggio di Čechov». E ogni volta che ci si rispecchia in quei personaggi si capisce qualcosa di nuovo.

Su che cosa?

Su di sé e sulle proprie auto-illusioni. Emergono le illusioni del personaggio, le sue fragilità, le sue debolezze, il suo lato ridicolo e il suo lato tragico, e questo confronto permanente rivela delle cose su di noi e anche sulla nostra generazione. Incontri gli altri e vedi che le persone si assomigliano.
Io parlo delle persone della mia generazione, ma in fondo c’è qualcosa di ricorrente; immagino che anche tu che stai studiando per entrare in un settore come quello del giornalismo, sappia che c’è un collo di bottiglia all’ingresso; c’è più domanda di forza lavoro che offerta di forza lavoro; c’è un allineamento verso il basso, e il problema dell’intelligenza artificiale.

Cosa può comportare l’ingresso dell’AI nei settori creativi?

Un effetto che si sta già verificando è la scomparsa dei mestieri entry-level. E quindi tu, nel tuo caso giornalista, ti troverai in un settore in cui le cose che un tempo si facevano fare allo stagista potranno essere delegate alla macchina, e per questo ti mancherà il gradino di ingresso, di formazione, quello che ti permetterebbe di fare networking.

Io ho fatto filosofia; tu come me appartieni a quel tipo di mestieri che sono particolarmente esposti sia a questioni economiche, sia a dilemmi esistenziali permanenti.

Dilemmi esistenziali: quali?

Il dilemma con il quale potrai doverti confrontare a un certo punto, sarà pensare «io ho studiato 8 anni per fare questa cosa e mi autorappresento in un certo modo», ma può darsi, ed è più che probabile che improbabile, che a un certo punto della tua vita tu debba fare i conti con il fatto che, quando ti presenterai agli altri o a te stesso, non potrai più dire «sono un giornalista», ma «faccio quest’altra cosa che suona più noiosa, faccio un lavoro da ufficio». C’è chi questa roba qua la mette in conto e sa che poi si riorienterà; c’è invece chi magari si auto-convince che quello è che ha scelto è il suo desiderio, che quello è il suo unico destino possibile e quindi poi fa fatica a ridefinire la sua identità.
Ci sono strategie diverse, non so tu come la viva; ci sono anche quelli che vogliono diventare qualcosa in particolare e si ostinano; io non sono mai stato così devo dire, io sono stato sempre molto arrendevole in realtà.

Davvero?

Ma sì, ma io ho fatto dieci anni in casa editrice, e ho cominciato a investire su me stesso solo quando avevo in mano un poker d’assi. Il primo libro che ho fatto, «Teoria della classe disagiata» ha funzionato bene nel mondo editoriale – poi se chiediamo a una persona per strada nessuno sa cos’è -, ha venduto cento volte meno di Saviano, ma è un libro di cui tutti in quell’ambito per un certo tempo hanno parlato.

Te lo aspettavi?

Diciamo che ci speri sempre all’inizio, anche se in realtà non sai neanche cosa puoi aspettarti, quindi sì, un pochino sì. ll primo libro lo fai con quell’idea lì; solo dopo scopri che è molto più difficile. Quel libro mi ha messo nella condizione non tanto di darmi un agio economico, perché comunque quello che ho guadagnato mi ripaga più o meno la scrittura, non ci vivo; però mi ha dato un prestigio in un certo campo che fa sì che per esempio, se mi presento da un editore mi dice “ok possiamo fare un libro assieme”, però questo non basta per dire «va bene, adesso mollo tutto» .

Secondo te bisognerebbe tendere a rinunciare alle ambizioni da professionisti creativi o almeno arrivare a rimodellarle? Chi ha delle aspirazioni creative, come dovrebbe convivere con questo suo desiderio?

Il punto secondo me centrale, e che cerco di chiarire più in questo libro che nel precedente, non è tanto quello di dire come dovremmo comportarci, ma di spiegare perché sentiamo questa pressione sociale e culturale. Cioè capire che nella società contemporanea, il fatto che tu voglia fare il giornalista, l’artista, il poeta, lo scrittore, o anche il medico o l’avvocato – in realtà questo meccanismo riguarda tutti – è dovuto a delle motivazioni precise. Uno potrebbe dire: «ma perché vai a fare una corsa per trovare una certa professione invece di andare a fare un lavoro più utile?» Noi tutti abbiamo questo riflesso un po’ condizionato un po’ “banalotto” in qualche modo; ci chiediamo «ma in fondo dovremmo fare altro? » Il problema è che nella società contemporanea, e sempre di più nel mondo dell’AI, noi siamo un po’ costretti ad andare verso questo tipo di professioni, perché tutte le altre o stanno scomparendo, o sono pagate malissimo, o sono legate a competenze che si acquisiscono all’interno di un certo gruppo sociale, come famiglie o gruppi di prossimità.

Quindi perché siamo spinti verso queste direzioni più “alternative”?

Noi in fin dei conti siamo spinti verso queste direzioni in parte perché non abbiamo alternative. Se tu mi dicessi «vado a fare il pizzicagnolo, oppure l’ortolano» in un contesto ideale come quello dei film anni ‘50 in cui di questa professione si può vivere dignitosamente, perché no?
Ma i lavori umili non esistono più, esistono la servitù della fabbrica, esistono i cantieri in nero, esistono i data entry nelle grandi fabbriche cinesi in cui le persone devono compilare; non abbiamo queste famose “alternative”.

Detto questo, secondo me dobbiamo avere la capacità un po’ adattiva, probabilmente, di sapere che tra noi e il nostro obiettivo ideale ci sono una serie di scalini “intermedi”, a volte dipendenti anche da una la gerarchia. Certo, vuoi essere giornalista – esagero, non siamo tutti così arrivisti – però magari vuoi essere quello che ha la sua rubrica, scrive le sue idee, è una firma, fa cronaca ma è uno che fa cronaca in una certa maniera…
Ci sono tanti corsi di laurea il cui nome fa riferimento a una professione ideale che faranno soltanto il 10-20% degli iscritti.

Quale può essere un modo per regolarsi allora?

La regola che ho applicato e che secondo me è la migliore, è quella di non trovarsi mai a fare delle cose in perdita. Una delle cose che mancano nei processi contemporanei di selezione sul mercato del lavoro sono dei feedback chiari; i feedback chiari che sono quelli che aiutano a dire: «ok, qua non vado, magari vado di qua, oppure provo quest’altra direzione»; cioè a riorientarti.

Ed è raro oggi ottenere feedback chiari?

Secondo me oggi i feedback chiari non esistono, o sono depotenziati; perché adesso non conviene più a nessuno darti davvero dei feedback. Per esempio, alle università non conviene dire: «ok, avete fatto tre anni, quelli “scarsi” li mandiamo via»; forse “scarsi” è un termine brutto da dire, però quelli che non sono tra i migliori vengono tenuti lo stesso, perché comunque bisogna dare lavoro alle università, ai professori.

E allora cosa succede?

Succede che viviamo in un mercato aspirazionale, che poi vale per i bitcoin, per qualsiasi cosa: in fin dei conti una grande parte della nostra economia si basa sul vendere possibilità, sul vendere opportunità. Troverai sempre qualcuno che ti venderà un piano B, e allora dirai: «non ce l’ho fatta lì, allora mi iscrivo alla scuola che costa di più; non ce l’ho fatta là, allora investo sui bitcoin». Non abbiamo mai dei feedback chiari che ci permettano di dire «oh, magari non sono bravo a fare quello, non è che sono scarso, però sono davvero bravo a fare un’altra cosa»

Hai qualche esempio?

Divago un po’, ma questa è una cosa che a me colpisce nel cinema. Ci sono registi che fanno dei film bellissimi e di successo; viene dato loro un budget infinito e questi girano il film da “matto”, da “genio”, e fa cagare. Ari Aster ha fatto un paio di horror molto belli, Hereditary e Midsommar; erano così belli che guardavano anche pubblico d’essai, e poi ha fatto questo film che si chiama Beau is Afraid, che per la prima ora è bello, poi delira, e sembra proprio quel film di uno a cui hanno dato troppi soldi e che non aveva un produttore che dicesse “no Ari, questa cosa ci sta sfuggendo di mano”.

Cosa possiamo imparare da questo aneddoto?

Credo che la limitatezza delle risorse in questi casi ci possa aiutare a capire che magari sei un bravissimo regista di film horror, ma non è che devi fare David Lynch; non è che devi fare il Bergman di turno. Tutto questo per dire che se questi feedback noi non li abbiamo, dobbiamo in qualche modo imporceli. E ovviamente ci sta ogni tanto investire in sè stessi, e magari ci si mette tanto a capire di essere bravi in qualcosa.

Quali sono delle caratteristiche del “mercato aspirazionale” in Italia?

Una delle cose che ci penalizza in Italia, è che abbiamo una quantità di risorse relative molto alta per via di una grande patrimonializzazione delle famiglie. Rispetto ad altri paesi, siamo quelli con un ceto medio tra i più patrimonializzati, e questo fa sì che tutti utilizzino quelle risorse per darsi continuamente delle seconde possibilità, però di fatto spostando soltanto di anno in anno il momento in cui entreranno nel mondo del lavoro.

Quindi è pieno di persone che hanno una seconda possibilità in cui decidono di investire soldi non loro?

Ci trasciniamo tutti in questa corsa infinita; tant’è che in Francia la gente entra nel mercato del lavoro a 21 anni, e in Italia entra a 26, 27, 28 (dipende dal tipo di lavoro ovviamente.)

Però questo fenomeno di sfasamento è molto più presente in Italia perché ci sono paesi in cui a un certo punto uno dice «vabbè, adesso basta». In Italia invece, tolleriamo percorsi di inserimento molto più lunghi, che però ci mettono in una situazione di concorrenza permanente tra di noi; quindi bruciamo risorse economiche e anche risorse esistenziali per preservare questa corsa di tutti contro tutti. Creando così un debito economico ed esistenziale, un debito di percezione di sé.

Mi faresti un esempio?

Una cosa è dire «ho fatto tre anni di chimica e poi faccio altro»; un’altra cosa è avere 33 anni, 40, 45 e ancora sperare, dire «no ci sono quasi, ci sono quasi». Questo è un problema molto italiano, che ha anche dei vantaggi perché fa sì che l’Italia sia un paese molto creativo, in cui si facciano tante cose rispetto ad altri contesti; però impedisce a certi settori di funzionare come dei settori economici a sé stanti.

Di che settori parli?

Il settore del giornalismo, i settori culturali, funzionano come settori in cui si fa quel lavoro o perché è un hobby, o si ha un lavoro accanto, o si hanno i soldi di famiglia; però non si riesce a renderli autosufficienti perché sono “drogati”, questo è un po’ il senso, da questi sovrainvestimenti individuali.

Che cos’è il “debito economico ed esistenziale”?

Tu ti crei un’immagine di te, come un negativo di te stesso, che poi devi andare a riempire “diventandolo”. La conseguenza, a parte questa influenza sull’ economia per la quale si droga il mercato del lavoro, è la produzione di frustrazione. Ogni società ha i suoi difetti e le sue qualità; ci sono sistemi di selezione che hanno un funzionamento esattamente opposto e che hanno un meccanismo di feedback permanente, ma da cui scaturiscono problemi psicologici ed esistenziali opposti e speculari. Il famoso sistema tedesco che viene citato spesso, che sicuramente è più efficiente in termini di allocazione delle persone, ha però una certa rigidità e crudeltà. Così anche quello francese; se tu ogni volta vieni “riassegnato”, questo comporta un problema in termini di giustizia sociale e in termini di ricambio sociale. Il nostro sistema provoca certe frustrazioni, certi risentimenti; quel sistema lì è più nevrotizzante perché crea uno stress molto maggiore e dà meno seconde possibilità.

Tu ti sei mai dato una seconda possibilità?

Io ho sfruttato il fatto di avere delle seconde possibilità; ho scritto il mio primo libro a 33 anni, e questo mi ha permesso di fare una serie di attività universitarie per cui forse ora posso riuscire a partecipare a dei concorsi. Posso riavvicinarmi a quel tipo di carriera che mi aveva buttato fuori quando avevo 20 anni, come se stessi seguendo il treno in corsa e ora mi ci potessi riaggrappare. Credo che in realtà sia positivo per il sistema che ci possano essere persone che possano rientrarvici in altri modi, perché questi outsider portano un bagaglio di esperienze e di sensibilità diverse. Se dovessi rientrare nell’università ci rientrerei con una forma diversa rispetto a quella di qualcuno che ha fatto le cose nell’ordine più canonico. E credo che sia un valore aggiunto, sia nel mio caso che in quello di altre figure; quindi, credo che il sistema ideale, sia un sistema che è in grado di dare dei feedback, però che abbia anche delle porte secondarie. Sennò diventerebbe veramente un incubo.

Questo avviene anche nella letteratura!

Sì, capita nella storia della letteratura, che ci siano persone che diventano scrittori a 40, 50, 60 anni, e infatti non possiamo immaginare un sistema così rigido. Però, d’altra parte, un sistema in cui tutti competono per diventare scrittori o giornalisti è irrespirabile, come quelle curve dei sistemi preda-predatore in cui se a un certo punto aumenta esageratamente il numero di predatori, quello di prede diminuisce fino a che tutti muoiono.

Pensi che in Italia ci sia questo problema?

Sì, penso che questi mercati in Italia abbiano questa caratteristica, ci si ruba l’aria vicenda: per lasciare a tutti la possibilità si rende impossibile costruire delle carriere, e quindi di fatto il sistema diventa classista, perché alla fine i criteri di sopravvivenza diventano prevalenti.

Però d’altra parte non possiamo neanche immaginare un sistema totalmente ottimizzato; uno degli esempi per il mondo giornalistico è quello dell’albo, anche se oggi non è necessario; è chiaro che oggi tutte le firme nuove che scrivono online non ne fanno parte.

Idealmente l’albo servirebbe a garantire che l’ecosistema sia sostenibile, però oggi non lo fa. Forse l’albo dei tassisti un po’ ci riesce.

Qual è il senso dell’albo dei tassisti?

Il sistema di licenze è un modo di creare una scarsità proporzionata idealmente alla possibilità di garantire contemporaneamente il miglior servizio e le migliori garanzie per i lavoratori. Poi ci possono essere degli abusi probabilmente, non conosco bene il settore; so che i tassisti sono insoddisfatti, quindi probabilmente non abbiamo trovato il punto di intersezione giusto, magari ci guadagnano più loro che i consumatori. Però l’idea che ci debba essere sempre un sistema di scarsità regolata a monte regge, ed è poi il famoso tema delle corporazioni o delle non-liberalizzazioni; ci sta che noi aumentiamo il numero di licenze – non penso sarebbe meglio rilasciarne poche -; però l’idea di dire “ma noi liberalizziamo tutto, lo deciderà il mercato”, creerebbe un ingolfamento in quel mercato che renderebbe quel lavoro molto difficile. Come è successo ai giornalisti.

Quindi seguendo questo principio le università dovrebbero essere a numero chiuso?

In termini di ratio sì; però credo che ci possano essere dei sistemi molto più morbidi rispetto al numero chiuso. Basterebbe per esempio che alla fine del primo anno si facesse una scrematura.

Il punto è sempre quello che se tu non crei una scarsità nei titoli, poi allora è il mercato che lo fa. Oppure entrano in gioco sistemi di selezione in cui si chiamano amici e i parenti, ed è quello che succede in Italia in molti casi; in fin dei conti basta che il titolo tu ce l’abbia e poi però prevale una logica clientelare, familiare. Non voglio demonizzare le reti informali, ma neanche esaltarle; però comunque finiscono o per essere loro a prevalere, o a prevalere sono le leggi del mercato. Viene favorito quello che accetta di meno, o che accetta di lavorare a condizioni sconvenienti per più tempo, magari arrivando al posto fisso a 40 anni.

Perché questo succede soprattutto in Italia?

Ci sono mille fattori concatenati: c’è il fatto che l’Italia funzioni poco passando dalle banche rispetto ad altri paesi, e che i pagamenti vengano dilazionati, quindi tu ti troverai magari a essere pagato 6 mesi dopo. Cosa vuol dire essere pagati 6 mesi dopo? Vuole dire che sostanzialmente il tuo datore di lavoro, il capitalista che dovrebbe prendere un rischio, non lo prende perché non fa il suo lavoro da capitalista, trae profitto ma senza essersi esposto. Invece di esporsi prendendo un prestito in una banca su cui paga l’interesse per poi pagare te in tempi ragionevoli, decide che sei tu la sua banca, che sono i tuoi genitori la sua banca. Non è che voglio demonizzare questo sistema, ma è così che funziona in Italia. Ed è che così si creano delle distinzioni a monte

E invece perché la situazione rimane la stessa?

Una delle ragioni per cui questi meccanismi in Italia non vengono toccati è che, malgrado tutti si lamentino e dicano «non va bene, siamo pagati troppo poco, ci offrono stage fino ai 40 anni», tutti si lamentano solo a parole, ma tutti partecipano a questo meccanismo perché in fondo sperano di poterne trarre un vantaggio. Nessuno tocca questi meccanismi perché in fin dei conti chi ha più risorse dice «a me fa comodo, io scrivo gratis e poi…»

Ed è la ragione per cui nell’analizzare queste disfunzioni bisogna capire perché gli attori coinvolti in determinati processi non facciano davvero qualcosa. Nel mondo editoriale c’è un grande dibattito, si dice «c’è un’ingiustizia, siamo pagati poco, eccetera eccetera», ma quelli che sono pagati poco continuano a farsi pagare poco, mentre invece, se si volesse prendere quel problema sul serio, ci sarebbe un solo modo di reagire.

Come bisognerebbe reagire?

Non lamentandosi, ma dicendo «adesso proviamo a fare un’azione sindacale e io, tu, e tutti gli altri decidiamo qual è il minimo che noi accettiamo». Questo nessuno lo fa; nessuno lo fa e non perché la gente muoia di fame, perché in questo ambito non è che chi accetta poco lo faccia perché si muore di fame. Si accetta poco perché ci sono rendite familiari o meno fino a una certa fase della vita, e quindi è una specie di tacito complotto – adesso detto così sembro matto – in cui in fin dei conti tutti si lamentano, però poi nessuno ha voglia davvero di cambiare. Io lo dico adesso però per anni ho scritto gratis; lo so qual è il vantaggio di scrivere gratis.

Quindi questo vale anche per la scrittura?

Sì, la scrittura poi un mestiere particolare, lo capisco: se io non avessi fatto questa cosa qua, cioè se io non avessi fatto la strada di chi si aggrappa al treno in corsa, in questo momento il libro in Einaudi lo farebbe ancora Corrado Augias, e non lo farei io.

Allora per tornare alla domanda iniziale: “ma quindi uno cosa dovrebbe fare?”; certo, uno potrebbe adottare una strategia cooperativa; però alla fine ci troviamo in una situazione in cui siamo veramente spinti a questa specie di coazione, a essere ognuno per sé.

Ma allora davvero, cosa dovremmo fare?

Ritorniamo alla questione esistenziale; e cioè se per me scrivere e fare filosofia, o fare lezioni, è così importante, mi definisce così tanto, e tutto il resto non ha senso, e la mia vita la percepisco comunque vuota, priva di senso, mi sento Fantozzi, allora farò tutto per ottenerlo; certo non è il massimo, certo non dovrei scrivere per meno di una certa cifra, però se quello è un modo per ottenere quella cosa così importante, che è il senso della mia vita, allora prevarrà questo.

Per questo siamo in una specie di trappola culturale; se noi cresciamo interiorizzando queste cose qua, è chiaro che poi non riceveremo; se invece uno cresce con i genitori che dicono «no tu finirai a fare il il contadino nel campo di tuo padre», – oggi poi non è più così – è chiaro che non ci si troverà in questa situazione qua, no?

Qual è la promessa della modernità che ci è stata disattesa?

La modernità è basata su una promessa di realizzazione personale: «adesso realizzerai il senso della tua vita, realizzerai te stesso»; e questa cosa è iscritta in maniera molto nitida in alcuni testi che appartengono al tardo illuminismo, a cavallo tra illuminismo e il romanticismo, i testi di Kant per esempio – potrei citarne mille ne citarne ma questi sono quelli che ho vissuto di più -.
Kant ha un’ antropologia, una visione dell’uomo, per cui tutti gli individui potrebbero in qualche modo realizzare sé stessi attraverso una serie di regole – farraginose peraltro -, a cui dedica tutti libri complessi e articolati. Ma è un’idea che ritrovi in tutti gli autori dell’Ottocento, in particolare tedeschi, ma non solo: la trovi in Goethe, la trovi in Nietzsche, la trovi in Simmel; e poi la trovi in Eric Fromm, che è colui che traduce tutto questo in self-help, il mental bestseller del Novecento.

Self help!?

Sì, questa idea che noi dobbiamo realizzare una potenza, ma che questa potenza è qualcosa che scopriamo via via, cioè che vivendo scopriamo chi siamo, come dobbiamo essere, eccetera; la società cittadina, secondo Kant, che era molto ottimista, la società liberale, dovrebbe darci la possibilità di fare tutto questo.

E come ne parli nel libro di questa promessa?

Quello che dico nel libro è che questa promessa…non è realizzabile. Non è realizzabile perché, a un livello più banale, la nostra realizzazione personale è ricalcata su uno stile di vita costoso, borghese; Kant può dire quello che vuole sull’imperativo categorico, però è uno che vive facendo quello che gli piace, perché gli arrivano sul tavolo soldi dalle colonie, da paesi come forse l’Ungheria, dall’Ucraina, (immagino); però fatto sta che lui non era consapevole dei rapporti di produzione, non era consapevole da cosa dipendesse la sua ricchezza, e no, la sua idea non tiene.

Kant non tiene?

No; lui dice «ah sì, ma è etico comportarsi così, non devi mentire, non devi fare quello» però non entra nel merito del resto; il bilancio della sua impronta, della sua carbon footprint, o la sua economical footprint, è negativa. Quindi abbiamo costruito l’idea di una vita piena, di una vita realizzata, su un’idea di vita borghese di rentier, di gente che campava senza lavorare – Goethe, Kant -, che non è sostenibile, ovviamente; perché se Kant fa quello che fa è perché non c’è solo qualcuno che lavoro per Kant, ce ne sono forse anche 30, forse anche 50.

Quindi qual è il problema di Kant?

Il problema di Kant è che lui parla di questo imperativo categorico che consiste nel verificare la sostenibilità etica di un comportamento immaginando di generalizzarlo; prendi Kant, lo moltiplichi: è sostenibile? No, non è sostenibile quello stile di vita, perché avresti bisogno a questo punto di Kant x 50 x il numero di persone su un altro pianeta che produce risorse. Quindi questo è il primo limite; il secondo, un po’ più sottile, che io sviluppo spesso nei miei libri, è il fatto che noi non vogliamo soltanto la vita del rentier; non vogliamo solo scrivere, disegnare, fare i giornalisti: la nostra realizzazione non passa soltanto dal fare questa roba qui, ma nell’essere riconosciuti nel farla.

Perché vogliamo essere riconosciuti?

Perché se no siamo un altro tipo di Fantozzi, cioè un tizio ricco che resta a casa sua a scrivere poesie e nessuno le legge. Sfortunatamente è Rousseau che lo capisce meglio: abbiamo un amor proprio e quindi ci giudichiamo sempre in funzione del riconoscimento che riceviamo dagli altri. E allora lì arriviamo a un problema strutturale ancora superiore, ed è che non soltanto non ci sono abbastanza risorse sul pianeta terra perché ognuno possa avere questo stile di vita, ma che oltretutto ognuno vorrebbe questo stile di vita; ognuno vorrebbe prevalere in termini di riconoscimento sull’altro.

Tag