• foto di Martina Collini

Come si può raccontare un secolo intero, o quasi, in un unico film? Bernardo Bertolucci, con Novecento, è riuscito senza dubbi a dipingere un ritratto crudo, ma comunque poetico, dell’Italia attraversata dalla prima e poi dalla seconda guerra mondiale. Il film del 1976, di una durata di 5 ore e 17 minuti, è stato presentato fuori concorso al 29^ Festival di Cannes ed è stato inserito nella lista dei 100 film italiani da salvare. Racconta della vita e amicizia di Alfredo Berlinghieri, proprietario terriero interpretato da Robert de Niro, e Olmo Dalcò, contadino interpretato da Gérard Depardieu. La loro posizione sociale differente, motivo di litigi tra i due, ha la funzione di raccontare i due lati opposti dell’Italia in guerra: i padroni e i contadini, i fascisti e i socialisti. La lunga durata può certamente spaventare chiunque sia interessato a guardarlo, ma non c’è solo questo ostacolo: il film, infatti, nel settembre del 1976 è stato sequestrato per oscenità e blasfemia per una scena di pedofilia e la presenza di bestemmie in dialetto emiliano. Nonostante ciò, poco dopo il film è stato rimesso in circolazione. Forse però, anche se la visione è difficile e può toccare argomenti sensibili come pedofilia, suicidio, omicidio e uccisione di animali, tutte queste scene sono necessarie per comprendere a fondo l’epoca che Bertolucci ha voluto presentare: non si può raccontare appieno ciò che è stato senza mostrarlo. E forse la reazione che si ha alla visione è l’effetto desiderato: turbamento e disarmonia.

foto di Martina Collini

Quest’anno si celebra il cinquantesimo anniversario del film, e per l’occasione è stata ideata la mostra ‘Bernardo Bertolucci. Il Novecento’ curata da Gabriele Pedullà e allestita a Palazzo del Governatore fino al 26 luglio 2026. Proprio per la sua inaugurazione, abbiamo ascoltato dal vivo la storia, i ricordi e i pensieri di Dominique Sanda, che in Novecento interpreta Ada Fiastri Paulhan, la moglie di Alfredo. L’attrice francese è stata protagonista della Masterclass “Bernardo Bertolucci e il cinema”, chiacchierando in italiano con Sara Martin, docente di Storia e Critica del Cinema all’Università di Parma, e Filiberto Molossi, giornalista e critico cinematografico. Vedere dal vivo un volto che fino a quel momento apparteneva a uno schermo è stata un’esperienza straniante, e solo in momenti simili ci si accorge che gli attori non sono finti e intoccabili, ma reali. Dominique ha raccontato alcuni episodi della sua vita, come l’inizio della carriera con Une femme douce di Robert Bresson, che come dice lei è stato “il mio primo maestro”, e dell’esperienza con Bertolucci: «Con loro non avevo bisogno di parlare; la mia intelligenza sta nell’intuizione, io capisco cosa l’altro si aspetta da me. Ovviamente è più comodo avere indicazioni precise, soprattutto per i dettagli nei movimenti: ad esempio Bernardo mi mostrava spesso i piccoli gesti eleganti che voleva che facessi per Ada». Ma come si prepara per un ruolo Dominique Sanda? «Quando leggi il copione, o ti identifichi col personaggio o no, non c’è niente da fare. Ad esempio, quando ho recitato per la prima volta per il film di Bresson è stato bellissimo, perché non mi sono dovuta forzare». Di Novecento dice: «È difficile raccontare un’esperienza così forte in poco tempo» e «Ho amato moltissimo il copione, che all’inizio era diverso: aveva molta meno politica e più storia d’amore».

foto di Martina Collini

C’è una scena molto simbolica, che è stata mantenuta, in cui Ada dopo il suo matrimonio incontra Olmo nel bosco. Però poi è stata tolta la parte di narrazione in cui lei, stanca del marito, si rifugia in Francia con Olmo. Nel film Ada ad un certo punto sparisce, ma non si spiega dove va o con chi, e Dominique confessa di essere dispiaciuta che «sia stata tolta la storia d’amore tra lei ed Olmo». L’attrice avrebbe preferito un finale più romantico per il suo personaggio, ma in realtà la fuga di Ada avviene perché lei è stanca dell’indifferenza di Alfredo, che non agisce contro la violenza fascista rappresentata da Attila, il fattore della tenuta di famiglia. A proposito del cast, Dominique sostiene che «un film è come la maionese: o si unisce o si sfalda», non c’è un attore più rilevante di altri, ma il successo di un film dipende dall’armonia collettiva.

foto di Martina Collini

«Immaginate un piccolo universo di campagna nel primo dopoguerra. La campagna è quella emiliana a pochi chilometri da Parma, tra la città e le colline, vicino, eppure lontanissimo, da quella zona mitologica adagiata sulle rive del Po, che a me, dal mio osservatorio di Baccanelli, sembrava irraggiungibile: il ‘grande fiume’ circondato dalla grande pianura, come il Mississippi o il Nilo. Da casa mia potevo vedere sia le colline che la città, era una specie di zona di mezzo. Immaginate dunque questo universo, un podere abbastanza piccolo, la casa dei padroni, quella dei contadini, io totalmente diviso tra le due case (come si può vedere nel film Novecento), e un padre poeta, grande poeta»

foto di Martina Collini

Questo breve racconto di Bertolucci, che si può leggere su un pannello della mostra, descrive in modo conciso il paesaggio in cui si sviluppano le vicende delle due famiglie Berlinghieri e Dalcò: un panorama emiliano riempito di contadini che parlano in dialetto, un luogo conviviale che poi, con l’arrivo del fascismo, diventa teatro di violenze. La mostra è monumentale, tra fotografie del set e pannelli con citazioni, e offre un percorso che permette di comprendere il contesto storico dell’Italia del novecento, raccontando l’atmosfera intellettuale con manifesti originali, prime edizioni di libri e dischi storici e poster. Si possono anche vedere fotografie e documenti privati della famiglia Bertolucci. Tutti questi oggetti curiosi e alcuni inediti sono esposti in venticinque stanze e divisi in temi: il contesto, le riprese, il film e la ricezione. Ripercorrere quasi tutto il secolo dal punto di vista storico e politico è stata una scelta molto intelligente, perché permette di collegare i comportamenti dei personaggi agli avvenimenti numerosi che hanno segnato l’Italia dell’epoca: per questo in una delle prime stanze è stato messo il pannello ‘Il tempo della storia’, in cui parallelamente gli eventi storici scorrono insieme alle azioni dei personaggi. Una sala che invece ha attirato particolarmente l’attenzione dei visitatori presenta pannelli flessibili appesi al soffitto, disposti a coppie, che raccontano la biografia dei personaggi principali. La loro funzione non ha nulla di innovativo, ma la sospensione dal suolo e la possibilità di camminare tra i pannelli crea un senso di coinvolgimento per lo spettatore, oltre ad una bellezza estetica della disposizione.

foto di Martina Collini

Data la complessità dell’opera cinematografica, la mostra pullula di pannelli con citazioni e racconti sulla famiglia Bertolucci, perfetti per chi vuole approfondire la storia del regista. La prima sala attira subito la curiosità grazie all’iconica fotografia di Olmo da bambino, incoronato da rane infilate in un filo di ferro. Con un grande telo rosso che porta le parole “Bernardo Bertolucci. Il Novecento”, in tinta con il tappeto rosso appena sotto, si percepisce l’intensità emotiva che si vuole trasmettere con la mostra ma soprattutto che il film ha portato nel panorama cinematografico.

Non si tratta certamente di un’opera dalla facile visione: l’unica fonte a mia disposizione è il racconto di mia nonna, che è dovuta uscire dalla sala del cinema nel settembre del 1976, perché non riusciva a sostenere alcune scene. Nonostante ciò, l’amaro che rimane in bocca non può sovrastare il sentimento di soddisfazione che tutti hanno provato quando alla fine Attila e Regina, non più intoccabili, correvano inutilmente per i campi in fuga.

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