
Franscesca Gabrielli e il suo flauto traverso
In un mondo in cui la musica è vista più come una passione che come un vero lavoro, Francesca Gabrielli, flautista originaria di Pesaro, desidera aiutare i ragazzi che non vedono l’ora di intraprendere il suo stesso percorso. È vero, è un lavoro come gli altri, ma è percepito diversamente: quando si ascolta un’orchestra che suona il pensiero è rivolto solo alla piacevole sinfonia. Pochi però pensano agli sforzi, ai sacrifici, al tempo e ai soldi spesi per raggiungere un determinato livello. Francesca, d’altra parte, conosce tutto ciò molto bene, perché ha vissuto sulla sua pelle le difficoltà di essere riconosciuta per le sue capacità e di essere presa sul serio; perciò nasce l’associazione culturale musicale Rapsody, che opera in Emilia Romagna dal 1997. Il suo scopo è principalmente quello di dare ai giovani la possibilità di sviluppare la loro passione e farla diventare un lavoro, opportunità per cui Francesca da giovane ha dovuto lottare, come racconta nell’intervista.
«Parlaci un po’ della tua storia e del tuo percorso di studi»
«Sin da piccola ho sempre avuto una forte passione per la musica: rimanevo incantata davanti alla televisione cercando di riconoscere gli strumenti che sentivo, pur non avendo nessun musicista in famiglia. Mio papà era un maresciallo dei carabinieri, mentre mia mamma era una casalinga. Le chiedevo spesso di poter frequentare una scuola di musica per imparare a suonare il pianoforte; mia madre mi promise che, una volta iniziata la prima elementare, mi sarei potuta iscrivere. Mi ricordo di aver aspettato quel momento con tanta trepidazione, ma prima dell’inizio dell’anno scolastico, mio padre venne trasferito a Saludecio per motivi di lavoro. In questo paesino in collina in provincia di Rimini, un posto meraviglioso dove poi è nata l’associazione Rapsody: non c’erano scuole di musica o maestri di pianoforte. Una sera di novembre però mi ricordo di aver conosciuto il prete della parrocchia vicina, che si diceva fosse un bravo pianista: io avevo solo sei anni e, alla vista dell’uomo di grande stazza, ero rimasta impaurita tanto da non voler più suonare il pianoforte. Sempre quell’anno però avevo assistito al concerto di Natale per flauto e arpa ed ero rimasta incantata. Mia madre, vedendomi a bocca aperta, mi dice: “Bella l’arpa?” io però le rispondo “No no, il flauto”. Solo dopo ho scoperto l’esistenza di una banda di ragazzini del paese, a cui mi sono unita per imparare a suonare il flauto. Non ho la più pallida idea di come suonassimo perché all’epoca non c’erano cellulari per riprendere; la band poi si è sciolta quando avevo 14 anni. Io però non volevo smettere: mi ero informata sulle scuole di musica vicine e avevo deciso di andare a quella di Riccione, dove il maestro di flauto mi aveva chiesto di imparare alcuni esercizi per mostrargli le mie abilità. Dopo il provino però lui mi aveva liquidato: “Te lo dico contro il mio interesse, ma sei talmente messa male. Fai prima a smettere e a ricominciare da capo con un altro strumento”. Nonostante la delusione iniziale, questo episodio non mi ha fermato e, dopo aver impiegato quasi tre anni per eliminare tutti i difetti, oggi mi sento una brava insegnante: sono sicura di risolvere qualsiasi problema possa avere lo studente con lo strumento, perché ci sono passata io per prima».
«E da lì è andato tutto liscio?»
«Un altro ostacolo che ho dovuto affrontare è stato mio padre, che dopo l’orale di maturità di ragioneria, mi disse:”Io fino a qui ti ho seguito, ho fatto il mio dovere, ho mantenuto i tuoi studi. Ora però sei maggiorenne e diplomata, se vuoi fare la musicista sono fatti tuoi”. Mi sono dovuta arrangiare, cercando le prime lezioni private e ottenendo poi i primi clienti, i primi eventi, come matrimoni o concerti. Ma le difficoltà non erano finite, d’altronde ero sempre una giovane donna in un ambito competitivo: un giorno, infatti, scopro che quel maestro di Riccione, che mi aveva consigliato di cambiare strumento, mi stava rubando clienti e eventi. Questo mi ha segnata a tal punto da spingermi a fare qualcosa di concreto per aiutare i ragazzi che, come ho dovuto fare io, devono faticare il doppio nell’ambito della musica. La Rapsody nasce proprio per far sì che la musica possa essere un lavoro anche per i giovani: io per prima ero vista come un’allieva per la giovane età e ho sempre dovuto competere con i miei colleghi ormai adulti, che si ostinavano ad essere i protagonisti.»
«Era anche una questione di genere secondo te?»
«Sicuramente all’epoca c’era anche quel fattore, però era più una questione d’età: basta vedere la politica di quegli anni, guidata principalmente da anziani, nessun volto giovane. Solo loro avevano l’autorità, l’autorevolezza, la conoscenza; io ho dovuto buttare giù molti muri e fare fatica per interfacciarmi con amministrazioni o sponsor, per essere presa seriamente».
«Sul sito dell’associazione si dice che uno dei suoi scopi è l’integrazione sociale. Ci sono stati esempi a riguardo in questi anni?»
«Innanzitutto anche solo l’azione di suonare in gruppo è integrazione: la musica di insieme è educazione alla società. Se un componente dell’orchestra sbaglia, sa che interrompe il lavoro degli altri. Parlando di esempi più concreti, invece, mi ricordo di un ragazzo che viveva in una casa famiglia a Corniglio, e che sapeva suonare il violino. È stato ammesso a uno dei nostri master, che teniamo in questa città dal 2015, e poi si è diplomato in conservatorio. Oggi vive da solo, è indipendente e partecipa spesso ai concerti, come quello che stiamo organizzando per il 24 maggio. Dal mio punto di vista è una bellissima storia di riscatto personale tramite la musica: il ragazzo ha deciso di buttarsi, di rischiare, di uscire dalla zona di comfort, ha avuto molto coraggio. Bisogna dire però che è stato aiutato dalla casa famiglia, che ha gentilmente pagato la quota di iscrizione, e che quindi gli ha dato quella piccola spinta necessaria per iniziare il percorso nella musica».
«Qual è l’età media delle persone che si iscrivono ai master?»
«Ai master studiano ragazzi dai 13 anni, che sono dei piccoli geni, fino ai 40 anni in media. Conosco tantissimi musicisti di fama Internazionale, che in amicizia vengono a insegnare nei miei master: perfezionarsi con esperti di tale livello è per gli allievi una grande opportunità. Alcuni esempi sono il primo clarinetto del Teatro San Carlo di Napoli, il corno del Teatro La Fenice di Venezia, il fagotto dell’orchestra di Lugano, il percussionista della Scala. Arrivano dalle istituzioni dell’Italia e dell’estero più importanti. La Rapsody poi crea eventi, come concerti e collaborazioni col Teatro Regio di Parma, ad esempio Verdi Off. I ragazzi, che hanno investito nella loro formazione durante i master, hanno poi l’occasione di essere richiamati per partecipare ai diversi eventi. Non si tratta solo di suonare in teatri, ma anche ad esempio nelle RSA: per gli anziani è una giornata di festa, mentre per i ragazzi si tratta di un’opportunità di suonare davanti ad un pubblico diverso da quello dei professori durante l’esame. Può succedere che qualche anziano faccia rumori o tossisca, e i ragazzi devono comunque mantenere la concentrazione: è un momento particolarmente formativo».
«Si iscrivono anche persone sopra i 50 anni ai vostri master?»
«Sì, ad esempio quest’estate a Saludecio il maestro del corso, un musicista di fisarmonica riconosciuto a livello internazionale, docente a soli 27 anni, aveva un’allieva di 60 anni, simpaticissima, che ha partecipato al saggio con i suoi compagni molto più giovani di lei. In questo caso c’è stato il ribaltamento dei ruoli dettati dall’età di cui abbiamo parlato all’inizio: un giovane docente di 27 anni e un’allieva di 60».
«Parlando invece di festival della musica, pensi che Sanremo rappresenti bene il panorama musicale italiano? Riesce ad attirare i giovani in questo mondo?»
«Sanremo è un grande contenitore: c’è musica per qualunque età. I bambini, ad esempio, si divertono ballando sulle canzoni, e quindi il periodo di Sanremo per loro è divertente. Sicuramente Carlo Conti è tornato ad un’idea tradizionale del festival, mentre Amadeus ha avuto un approccio più moderno e fresco; basta pensare che fino a tre anni fa tutte le canzoni scelte da Amadeus venivano remixate e usate nelle discoteche. Ciò significa che, nelle sue edizioni, è stato capace di scegliere le canzoni giuste che potessero piacere ai giovani.
L’orchestra, che è presente dalle origini del festival, è una parte fondamentale, ma secondo me i musicisti non vengono rispettati a livello lavorativo come dovrebbero. La loro paga a questi eventi non copre tutto il lavoro che c’è dietro, tutte le ore di prova per ogni singolo cantante che si esibisce. Per questo io pago i miei studenti per ogni prestazione, perché bisogna premiare e rispettare il loro lavoro e il loro studio. Molti vedono la musica come una semplice passione, ma se diventa un lavoro è una professione come un’altra e deve essere riconosciuta come tale».
Con la nostra conversazione, devo dire che Francesca mi ha mostrato un mondo che ignoravo, come penso molte altre persone che non lavorano nel suo ambito. Nonostante per molti la musica sia solo un hobby, un passatempo per i lunghi viaggi o un sottofondo al ristorante, per le persone che la creano è un vero e proprio lavoro. Sacrifici, sforzi, tempo impiegati in ogni singolo brano che ascoltiamo o concerto a cui assistiamo, ma che spesso i fruitori non riconoscono.





