
«Nulla è più bello delle ombre»
Si può racchiudere in questa frase il significato del film Sentimental Value, diretto da
Joachim Trier e vincitore del Grand Prix Speciale della Giuria al 78o Festival di Cannes. Stanotte si andrà a giocare anche la partita come miglior film straniero agli Oscar 2026 con nove nomination, tra cui Miglior Regia a Joachim Trier, Migliore Attrice protagonista a Renate Reinsve e Migliore Attore non protagonista a Stellan Skarsgård. Dopo La persona peggiore del mondo (2022), un ritorno che conferma nuovamente il gusto emotivo, umano e intimo del regista.
Al centro della storia, l’attrice di teatro Nora (Reinsve) e la sorella minore Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas) devono fare i conti con la figura spesso assente del padre Gustav (Skarsgård), regista famoso ma da tempo inattivo. L’uomo aveva infatti lasciato la casa di infanzia delle figlie quando loro erano ancora bambine, ergendo un muro, che ha portato a incomunicabilità, silenzi e ferite familiari.
La frase sopra citata descrive i ricordi e la malinconia come “ombre” umane, imperfette che si incontrano. Niente è più bello dei rapporti umani, che impongono dolori, delusioni e rancore, ma che allo stesso tempo ci mostrano come tutto è in movimento, fluido, come le persone, nonostante le difficoltà, si perdonano. I protagonisti hanno tante ombre che non sempre riescono a riconoscere, ma sono quelle stesse ombre a rendere la pellicola travolgente, anche senza il ricorso a grandi colonne sonore. Infatti, un elemento che ho molto apprezzato del film è stato il silenzio, che parla più del solito e in maniera più chiara.
Lo scambio di sguardi avvolge lo spettatore, facendolo sentire parte dei rapporti tra i personaggi: mi è sembrato, in un certo senso, di riconoscere negli occhi i loro pensieri e tormenti, ma anche le loro conclusioni, le loro intenzioni, senza effettivamente conoscere il loro trascorso. Sono anche convinta che per immergersi nel film di Trier sia necessario andare a vederlo al cinema da soli: il silenzio non dev’essere presente solo nelle scene, ma soprattutto in sala e nella mente di chi guarda. Lo spettatore, che molto spesso ha un ruolo passivo e frivolo, qui è obbligato a concentrarsi, a immaginare e riempire i silenzi da solo, se davvero gli interessa capire.
Un’altra cosa che mi è piaciuta è stato il nero: dopo le scene più intense, lo schermo in sala rimaneva nero per alcuni secondi. Scelta bizzarra, o forse ha senso se si segue il discorso di prima: allo spettatore serve il tempo per pensare, per assorbire, per voltare pagina e prepararsi alla nuova scena, probabilmente altrettanto pregna di sentimento. Il nero, come l’inchiostro, mette un punto e fa sì che cominci una nuova frase. La casa, altro elemento centrale, funge da metafora nella storia familiare. Quelle mura hanno visto crescere la madre di Gustav nel periodo dell’occupazione nazista in Norvegia, poi lui e, in seguito, le figlie: Nora, sorella maggiore, ha una salute mentale fragile, ma ha sempre avuto il supporto della sorella minore, che invece è sposata e ha una vita più stabile.
La metafora di cui si parla all’inizio del paragrafo però riguarda la presenza di una crepa, che dai tempi della madre di Gustav rende tutto l’edificio leggermente sbilenco, proprio come l’uomo rende ogni relazione instabile per le sue vulnerabilità e imperfezioni. La crepa ricorda tutte le ferite familiari, le delusioni, i rischi, i silenzi. In un certo senso penso che questa metafora si colleghi alle “ombre” di cui si parlava all’inizio: è chiaro sin da subito che il regista voglia mostrare una realtà cruda, che è familiare a tutti noi, ma che spesso preferiamo nascondere. Però, se una verità così comune ma taciuta viene condivisa, cosa succede? La prima reazione del pubblico, oltre all’empatia verso i personaggi, è il senso liberatorio che si prova a sapere che non siamo mai soli, nel bene e nel male. Infatti, il film inizia proprio con la descrizione della casa e della crepa; forse lo scopo era, sin da subito, di far sentire lo spettatore un abitante di quel luogo intimo e così essenziale nelle vicende. Anche per questo motivo definisco lo stile di Trier “umano”, perché non tratta chi guarda come un soggetto esterno, ma come un parente che si insinua nei segreti di famiglia. Quando un giorno il padre Gustav fa visita alle figlie, le domande sorgono spontaneamente: come ci si deve comportare? e perché vuole rivedere Nora e Agnes dopo tanto tempo? Gustav, infatti, vuole rimettersi in marcia con una nuova opera che racconti la vita e la scomparsa di sua madre, volendo che sia Nora a recitare la sua parte. L’impressione è che, da questa prospettiva, il padre sia tornato solo per chiedere un favore, ma tutto cambia quando Nora legge il copione del nuovo film e realizza che forse suo padre la conosce meglio di quanto lei creda.
Il film, pieno di silenzi, sguardi e parole non dette vuole raccontare una storia familiare, la sua disgregazione e la sua finale ricongiunzione. I personaggi sono “umani”, soggetti a fragilità psicologiche. Non ci sono sorrisi falsi, simulazioni di felicità, dissimulazioni del dolore. Il regista ha voluto mostrare la vita realistica di una famiglia toccata da lutti, errori e comprensione, senza aggiungere ornamenti inutili che possano rendere la realtà più piacevole.
Allora le “ombre” sono veramente affascinanti: ogni rottura ci offre i mezzi per fermarci, guardarci attorno, respirare e ripartire da capo. Ogni ferita ci insegna cosa abbiamo sbagliato, ci insegna a perdonare noi stessi e a vedere gli altri come persone fragili tanto quanto lo siamo noi. Gustav, pur essendo stato molto assente nella vita delle figlie, in realtà le conosce, e il suo ritorno rappresenta il coraggio che serve per ricostruire qualcosa che era stato rotto tanto tempo fa. Andate al cinema a vedere Sentimental Value da soli e date spazio alla vostra mente: potrebbe stupirvi la bellezza del silenzio e del solo rumore dei pensieri.




