
Ho un rapporto difficile con i corsi linguistici dell’Ateneo, perché mi perdo sempre le comunicazioni che li annunciano. Ci avevo provato con l’arabo due anni fa, il giapponese l’anno scorso, e alla fine quest’inverno ho deciso di fare un corso pre-C1 di inglese perché era l’unico disponibile al momento. Non che abbia una innata predisposizione alle lingue, è più per curiosità.
Il Centro Linguistico di Ateneo occupa il primo dente del plesso di Scienze della Terra, l’ultimo edificio del campus prima della statale. Lì per alcuni mesi ogni anno gli studenti di geologia si mescolano con quelli provenienti da tutti gli altri corsi di laurea, arrivati per dare l’esame di idoneità linguistica. Il CLA è conosciuto principalmente per questi esami, oppure per i corsi preparatori che li precedono. Non tutti sanno, però, che il centro offre anche corsi extracurricolari gratuiti.
Il 18 maggio quasi per caso leggo l’e-mail appena arrivata che avvisa dell’aggiunta di alcuni corsi: spagnolo, francese, inglese e un corso intensivo di cinese. Per aggiungere una nuova lingua alla mia collezione, che fino a quel momento era di iscrizioni mai avvenute, decido che il cinese sarebbe stata l’opzione migliore: tre ore a lezione, tre volte a settimana, per tre settimane.
Ora posso dirvi con una certa soddisfazione 大家好!我现在是汉语课的学生! Che non è molto, ma abbastanza per un corso di cinese principianti 1, e significa (spero) “Ciao! Ora sono uno studente del corso di lingua cinese!”. In ogni caso, per ampliare un po’ il vocabolario ci sarà da aspettare l’inizio del corso principianti 2 il 5 ottobre. Ma le iscrizioni aprono già dal 24 settembre, per i curiosi la pagina qui.
Eravamo una quindicina di studenti frequentanti, di meno delle iscrizioni registrate e un po’ lontani dal numero massimo che era 35. Il corso lo ha tenuto il professor Xin Spina Miao, arrivato poco prima all’Università di Parma proprio per quelle lezioni e per coprire il nuovo anno accademico.
Il professore afferma di vedere un aumento di interesse verso la cultura cinese, anche se poi quando ci si avvicina alla lingua nota con amarezza come «molti sono un po’ spaventati per l’impegno che richiede». Uno dei primi aspetti che avevo notato sfogliando il manuale erano le ore necessarie per assimilare il cinese: un livello A2 richiede 400 ore di lezione frontale e altre 200 di studio individuale. Nonostante ciò, nel giugno torrido di quest’anno c’erano ben quindici persone pronte a impararlo, un risultato niente male anche considerato il poco preavviso.
Secondo il prof Miao lo sforzo per chi prosegue ripaga: «in ambito lavorativo ci sono molte richieste, perché comunque la Cina e l’Italia hanno un rapporto molto stretto a livello di legame commerciale». Questo aspetto è anche ciò che ha spinto alcuni colleghi a iscriversi, come Luca Ciomei, studente di Scienza dei materiali, che ha deciso di frequentare le lezioni «sia per curiosità che per la spendibilità nel mondo del lavoro».
Concordo con Luca quando osserva come «la parte più difficile è sicuramente la pronuncia, i toni, e soprattutto distinguerli nel parlato», anche se poi compensa un po’ il fatto che «il modo in cui si pronunciano i caratteri è molto schematico e facile da imparare». Esistono “solo” 407 sillabe in cinese e ogni carattere cinese è composto da una sillaba. Nella lingua contemporanea, una parola può essere composta da una o due sillabe.

Il manuale con le 407 sillabe del cinese / crediti Hoepli Editore e Gabriele Ravini
Per conoscere la pronuncia di ogni carattere si ricorre al pīnyīn, un metodo di trascrizione fonetica che utilizza lettere latine. Quindi per apprendere la pronuncia di 你好 sui libri di testo si trova la trascrizione nǐ hǎo. Anche sulle tastiere si usa il pinyin per digitare i caratteri – ammetto di aver scaricato la tastiera cinese fin dalla prima lezione preso dall’entusiasmo. È abbastanza facile leggerlo, anche se bisogna ricordarsi di alcune significative differenze: un esempio tra tanti, la c in pinyin si legge col suono ts, la zeta sorda come in tazza. Gli accenti, invece, indicano il tono con cui pronunciare le vocali, esistono quattro toni principali – mā, má, mǎ, mà – più il neutro – ma.
Alle lezioni eravamo un gruppo eterogeneo: studenti di triennali – scienze politiche, ingegneria (non ricordo quale delle tante), informatica, scienza dei materiali, per citarne alcune – studenti di magistrale e anche un paio di dottorandi in fisica. Alcuni fin da subito hanno iniziato a leggere i caratteri con una fluidità disarmante – erano già pronti per il corso principianti 2 di sicuro. Altri, me compreso alcune volte, fino all’ultima lezione scrivevano in pinyin e non in caratteri.
Con l’avanzare delle lezioni poi ci si accorge di quanto la grammatica sia diversa da quella italiana, il corso principianti ha offerto alcune anticipazioni: non si coniugano i verbi, non c’è plurale o genere e la frase ha sempre una struttura abbastanza rigida anche nel parlato colloquiale. Poche regole che riducono il tempo necessario per assimilarle – posso confermare un aspetto molto apprezzato dagli studenti – ma che comunque rimangono distanti da ciò a si è abituati fino a quel momento: serve studiarle per bene per evitare di mescolare la struttura grammaticale italiana con i caratteri cinesi.
Il cinese mandarino si studia così anche in Cina dalla riforma della scrittura voluta dal partito comunista di Mao Zedong negli anni Cinquanta, un lungo e articolato processo arrivato ufficialmente a conclusione solo nel 1986. Il Pinyin venne approvato e diffuso durante quel processo e ottenne un ampio impiego già dagli anni ’70. La riforma ha permesso l’aumento dell’alfabetizzazione nella popolazione cinese, ed è il cinese chiamato cinese semplificato tutt’ora in uso. Che è diverso dal cinese tradizionale, graficamente più complesso, oggi utilizzato a Taiwan, Hong Kong e Macao.
La trascrizione in pinyin è una parte importante del cinese mandarino contemporaneo, perché i caratteri di per sé sono foneticamente indipendenti. Quindi si affronta un nuovo carattere non si hanno mezzi per poterlo leggere, anche se a volte ci sono alcuni indizi: i caratteri chiamati “fono-semantici”, e la maggioranza rientra in questo gruppo, hanno più componenti al loro interno, una di queste è proprio quella fonetica. Ma appunto, è solo un indizio e non offre indicazioni sul tono. Questa forse è la parte che più mi ha disorientato, bene o male nelle lingue alfabetiche riesci sempre a leggere una parola nuova e dato il contesto puoi provare a dedurne il significato. Per il cinese mandarino vale più il secondo passaggio: puoi intuirne il significato ma per pronunciarla devi necessariamente usare sul momento il dizionario – impresa non facile per un principiante, alcuni caratteri sono difficili da trascrivere giusti al primo tentativo.
Il cinese che si insegna oggi è la forma standardizzata del cinese mandarino e si basa sul dialetto di Beijing, chiamato pǔtōnghuà. In realtà, nella vita di tutti i giorni viene utilizzato principalmente nelle comunicazioni ufficiali, a scuola o in tv. Nel parlato quotidiano ognuno ha una cadenza regionale o un proprio dialetto. Di questo fatto me ne ero accorto anche grazie ad Instagram e Tiktok: a volte mi è sembrato di sentire di frequente suoni non affrontati lezione, altre la totale assenza di alcuni che nelle prime lezioni avevo trovato abbastanza difficili– sì, durante il periodo delle lezioni il mio feed si era riempito di contenuti in cinese.
Parlandone con il prof Miao, scopro essere di Chengdu il capoluogo del Sichuan e nel sud della Cina hanno quella pronuncia che mi era sembrata più facile. Per esempio, la consonante Zh – che dovrebbe avere un suono che ricorda un po’ una g dolce ma più nasale – ha la pronuncia molto simile alla Z – come la zeta in zanzara, decisamente più facile per una madrelingua italiano.
Oltre ad aver capito che se mai andrò in Cina non dovrà essere nelle regioni settentrionali, penso il primo corso principianti abbia convinto un po’ tutti a proseguire a ottobre – considerando anche il fresco che può solo migliorare l’esperienza.



