
Parto dalla fine. Spento il registratore, e ancora leggermente in soggezione, chiedo a Marco Damilano quello che avrei dovuto chiedergli da subito: “Com’è stato scrivere il libro?”
«Bello», e sembra emozionato mentre lo dice. «Io ero lì in mezzo al funerale», prosegue, e indica, nella copertina del libro, un punto di Piazza San Pietro ripresa dall’alto.
“E hai conosciuto Papa Francesco?”
«Sì, l’ho anche scritto nel libro».
Bella figura…Tre giorni prima avevo pensato che la vita fosse troppo breve per non intervistare Marco Damilano, e avevo trovato quel poco di coraggio che bastava per chiedergli l’intervista. Mi sono fiondato ai capitoli finali su Trump. L’incontro col papa stava al capitolo 1. Ma lui è stato ugualmente gentile, mi ha raccontato dell’emozione di conoscerlo, di trovarsi nella stessa stanza con lui, di scoprire il suo umorismo. Poi l’ultima domanda l’ha fatta lui a me, sorridendo, prima di andare sul palco:
«Ma tu vuoi fare il giornalista?»
E anche se non hai le idee del tutto chiare che fai, gli dici di no? E se poi ti offre un posto in redazione?
Vorrei partire da una citazione del libro: “Lo spirito santo ha una profonda conoscenza della geopolitica”. Mi ha fatto molto sorridere. Cosa c’è di vero? E cosa significa?
«È una battuta: ogni conclave di cui si dice che lo Spirito Santo abbia agito nella scelta del nuovo papa, in realtà è ben immerso nella storia e anche nella geopolitica. Un esempio classico è l’elezione di Wojtyla nel 1978, papa polacco che anticipò la caduta del muro di Berlino e che fu decisivo negli anni ‘80 per spingere la Polonia a sganciarsi dal patto di Varsavia: di fatto cominciano da lì l’erosione del sistema sovietico, la Solidarność, fino ad arrivare alla caduta del muro del 1989, poi anche alle proteste in Cina e alla dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991. Allo stesso modo ci si chiede se l’esito del conclave del 2025 possa rappresentare qualcosa di simile: indubbiamente sul piano geopolitico l’America di Trump è centrale. È l’America di Trump a far saltare in aria organismi sovranazionali e sistemi di alleanze; perfino la Nato viene messa in discussione proprio dal Paese che l’ha retta e fondata. E allora l’elezione di un papa americano è un’elezione che certamente ha delle motivazioni religiose, ma sul piano geopolitico ha rappresentato una scelta piuttosto interessante perché proprio dal cuore dell’impero, cioè negli Stati Uniti, è stata chiamata una figura che potesse fargli da contraltare, e questo rappresenta certamente l’aspetto più interessante di questa elezione che cerco di sviscerare nel mio libro».
Il pontificato di Prevost può rappresentare un contropotere all’America di Trump?
«Beh, lo sta già facendo, sin dall’inizio direi, quando il papa appena eletto ha detto la parola “pace” che non era banale, non era scontata. E in fondo bisogna capire cos’è successo in quei 15 giorni tra la morte di papa Francesco e l’elezione di Papa Prevost. C’ è stato Trump che è venuto per il funerale di Bergoglio in Vaticano, ha incontrato Zelensky dentro la basilica con il feretro che stava per uscire. Io ero nella piazza quella mattina e ho visto quel trambusto, l’hanno visto tutti i giornalisti e tutti quelli che si trovavano lì. È uscito un video in cui Trump si era travestito da pontefice, che anticipava quello più recente in cui si atteggiava a Messia; quindi, l’idea che il presidente USA volesse in qualche modo incidere sull’elezione del nuovo papa c’era, proprio perché Trump è stato un protagonista dell’”interregno”. E così, quando è stato eletto il papa americano, inizialmente si è pensato che Trump fosse riuscito nel suo intento. Poi si è capito subito che invece non era così: già nel primo discorso, quando il nuovo papa ha usato la parola “pace”, ma soprattutto quando ha parlato in spagnolo, più da vescovo peruviano che da nordamericano nato a Chicago. E allora era già chiaro che era un papa globale che avrebbe rappresentato un’alternativa non tanto e non solo a Trump, che di certo in questo momento è un’esponente centrale, visto che possiamo immaginare che questo papato avrà una durata più lunga della presidenza Trump.
Prevost è un’alternativa al sovranismo, cioè all’idea che ogni stato faccia legge a sé, crei e disfi le alleanze, bombardi un altro Paese senza il permesso di nessuno, si faccia un dio suo.
E’ questa la cosa che sta più a cuore a un capo religioso che si percepisce come universale e non come nazionale, visto che in questi anni è tornato il nazionalismo anche religioso: pensiamo al patriarcato di Mosca con Putin, ovviamente all’Islam nelle sue varie sfaccettature, a Israele, e pensiamo anche a quello che avviene nella Sala Ovale. Ormai quasi tutte le settimane vediamo la stessa scena in cui i capi delle varie confessioni evangeliche si riuniscono intorno a Trump che, un po’ stranito, accetta che gli mettano le mani addosso e preghino per lui. (Ride) Non so: forse gli sembra una cosa che legittima anche religiosamente il suo potere, non credo invece che sia molto attratto dalla preghiera in sé ma dall’idea che questi rappresentino un pezzo di elettorato.
Ecco quindi una voce mondiale che dice “io sono alternativo a tutto questo”. Papa Prevost è alternativo, e di conseguenza è anche un contropotere: perché comunque il Vaticano e la Chiesa di Roma sono un potere, un potere economico e politico, oltre che spirituale».
Quali sono i messaggi più diretti e più chiari di Papa Prevost? E sta facendo delle cose che papa Francesco non avrebbe mai fatto?
«No, direi questo no, semmai sta continuando l’opera di Francesco. Adesso non trovo qualcosa che mi faccia dire “questo Francesco non l’avrebbe fatto”… però posso dire qualcosa che Francesco non aveva fatto. Per esempio, ed è lì che c’è stato lo scontro con Trump (tra l’altro sono riuscito a inserirlo proprio il giorno in cui il libro stava andando in stampa, infilando l’ultima pagina nelle bozze), quando il presidente aveva mandato un ultimatum all’Iran minacciando di bombardare le infrastrutture civili, e papa Leone ha parlato da Castel Gandolfo. Era una dichiarazione non prevista, al punto che non ce l’avevano nemmeno i media vaticani, e quindi questo dà l’idea dell’urgenza con cui questa comunicazione è stata organizzata. Ha fatto una dichiarazione in italiano e in inglese: “Non è accettabile minacciare di bombardare le infrastrutture civili e invito tutti a contattare i congressisti e a prendere posizione”.
La parola “congressisti” in italiano non vuol dire niente, poi quando l’ha ripetuta in inglese si è capito cosa intendesse dire: faceva riferimento ai congressmen, cioè ai parlamentari. Ha invitato l’elettorato, non solo quello cattolico, perché ha detto letteralmente “tutti i cittadini”, a scrivere o a fare pressione, insomma a rompere le scatole a deputati e senatori perché fermassero Trump; ecco, questo non l’aveva fatto neanche Papa Francesco. Non dico che non l’avrebbe saputo, voluto, o potuto fare, ma non l’ha fatto. Bergoglio ha fatto un appello ai vescovi americani, cioè ai suoi, a quelli che guidava lui; invece, Papa Prevost da americano l’ha lanciato a tutti, ed è lì che Trump ha reagito. Non dimentichiamoci che a novembre si vota, che questo appello è veramente politico: “Levate la fiducia ai parlamentari che appoggeranno questo scempio”. E lì Trump ha reagito con la brutalità che tutti che conosciamo».
E pensi che Prevost avrà un ruolo nelle midterm elections?
«Naturalmente gli USA sono nati sulla separazione tra Stato e Chiesa, non sono un Paese europeo che ha avuto guerre di religione e concordati; quindi, per definizione non è accettata l’ingerenza di un capo religioso nelle questioni politiche. E’ anche vero che è un Paese estremamente pluralista che ha nel suo Dna che tutte le organizzazioni, quindi anche quelle religiose, intervengano, prendano posizione durante la campagna elettorale. Questo è un grosso tema perché Trump nel 2024 ha preso la maggioranza del voto cattolico: se quell’elettorato si spostasse, perderebbe le elezioni di midterm. Quindi è una partita aperta, ed è per questo che la parola congressmen è suonata a Trump come un campanello d’allarme; era un riferimento diretto all’oggetto del voto che sono i deputati della Camera dei rappresentanti e un pezzo di Senato».
Il papa americano può avere un’influenza o un impatto simile a quello che ha avuto Bergoglio sulla politica italiana?
«Non credo, ma non penso neanche che l’abbia avuta papa Bergoglio.
Questo perché l’Italia ha avuto prima la Democrazia Cristiana, una fase molto legata al cardinale Ruini in cui la Chiesa ha detto “va bene, questi sono i nostri principi, noi facciamo la nostra alleanza politica con quelli che li seguono” che in quel caso erano la destra o il centrodestra. Papa Bergoglio ha tagliato tutta questa continuità della Chiesa italiana con la politica, sostenendo (e questa è una cosa che lo collega a Papa Prevost): “La Chiesa è un’autorità morale, non deve avere un partito”. L’autorità morale è diretta a tutti.
Nei giorni scorsi il papa è stato ad Acerra, ha parlato della Terra dei Fuochi, non ha chiamato in causa i partiti. È un messaggio morale, certo, un messaggio morale esigente. Se ci sono dei sindaci collusi con la camorra, che inquinano le falde acquifere, questo messaggio schiererà quel pezzo di mondo che rappresenta il papa da un’altra parte, ma non esiste un partito del papa; piuttosto c’ è un’autorità che vuole essere più etica e che ha una ricaduta politica, ma non diretta. In questo momento nessuno può dire “Io rappresento il papa”, e questo credo che sia anche un bene».




