Forse era l’arredo in legno scuro imponente, pieno di vasi, boccette e contenitori di ogni genere, o forse un po’ anche i suoni, ma i movimenti delle danzatrici mi sono sembrati richiamare scene di vita quotidiana di quando quel luogo era un posto di lavoro: la meticolosa pulizia, il continuo arrabattarsi tra i barattoli, clienti in arrivo e pazienti colti da spasmi febbrili.

L’Antica Farmacia di San Filippo Neri per un pomeriggio ha riacquisito la vitalità che doveva avere più di due secoli fa grazie alla coreografia eseguita dalle ragazze del liceo Albertina Sanvitale, i ragazzi della comunità ASP Parma e il gruppo degli adulti in collaborazione con Argento Vivo e Migrantour.

La restituzione performativa messa in atto venerdì scorso è stata solo la fine di un percorso iniziato a gennaio con il Laboratorio di movimento Stupefacente tenuto da Delfina Stella, un appuntamento che segna l’avvicinarsi della fine del più ampio progetto Parma e l’Altrove. Le vie antiche oggi realizzato dall’Università di Parma, che si concluderà con l’inaugurazione dell’installazione all’Antica Spezieria il 21 maggio. L’iniziativa trova il suo naturale posto all’interno della rassegna di eventi «poiché nel rapporto con l’Altrove siamo implicati come corpi che si relazionano e creano possibilità di conoscenza reciproca profonda» spiega Sabrina Tosi Cambini, responsabile scientifico del progetto.

La performance è iniziata all’ingresso dell’Antica Farmacia. Le ragazze delle classi quinte hanno invitato gli spettatori a entrare nel laboratorio, per iniziare subito dopo a lasciarsi trasportare dall’accompagnamento musicale che nel frattempo aveva riempito la stanza: una base ritmica, in cui risaltavano suoni di boccette di vetro, coperchi che si alzano e tappi di bottiglia che vengono svitati offriva lo sfondo.

La coreografia è stata interattiva, le performer-farmaciste hanno guidato il pubblico all’interno degli spazi, questo ha permesso a tutti di cogliere il gran numero di elementi della performance. Delfina Stella, danzatrice, coreografa e pedagogista, racconta un po’ del lavoro che c’è stato dietro: «è stato principalmente uno spazio di laboratorio, in cui i luoghi che ci sono stati assegnati hanno incontrato il tema dell’ ‘Altrove’, le farmacie di oggi e del passato». Poi la fase di approfondimento del luogo e delle sue specificità: «il rapporto con le piante, le sostanze all’interno della farmacia. Il tema che è uscito è stato quello dello stupefacente, come gioco di parole: come sostanza che ti altera ma anche come un qualcosa che da stupore, uno stato interiore».

Ma la parte fondamentale è stata lo sviluppo creativo della coreografia insieme alle protagoniste: «lavorare sulla creazione di uno stato di stupefacenza attraverso il movimento e la danza: l’esplorazione del proprio corpo e dell’immaginazione». I movimenti che mi hanno ricordato le farmacie del XVIII secolo erano solo in parte frutto di una rigida coreografia, molte danzatrici si sono lasciate trasportare dal suono e dall’ambiente in cui si muovevano: era in primo luogo un dare vita alla farmacia tramite il proprio corpo e il rapporto con il sé.

A un certo punto, le performer conducono il pubblico verso l’Oratorio di San Tiburzio, passando per il vicolo omonimo. Durante il tragitto ci vengono presentate alcune preparazioni galeniche originali, frutto di un processo di immaginazione collettiva: Solarix, per garantirsi una scarica di gioia, Inconscious Tea, per accedere al proprio inconscio, ma anche l’effervescente in polvere Carpe Diem e lo sciroppo Vai Bene.

Si è così arrivati alla ex chiesa in stile barocco dell’Oratorio, ad accogliere gli spettatori c’erano le performer stese a terra. La sacralità del luogo arricchita dal gran numero di fiori secchi appesi sul soffitto, parte dell’installazione Florilegium di Rebecca Louise Law, offriva una cornice in contrasto con la sobrietà delle performer.

Qui ha avuto inizio la parte più astratta: una spirale ascendente costruita sulla musica metafisica di Davide Giangaspare che cantava ciclicamente «cura l’essenza», come a esortare il pubblico di diventare parte attiva della performance, e permetterci tramite il movimento di curare l’essenza.

Il pubblico, come i protagonisti della coreografia, era eterogeneo e molto ampio: tanti ragazzi, alcuni colleghi delle performer, genitori, anziani incuriositi e anche alcuni turisti. In questo senso, il progetto Stupefacente e più in generale Parma e l’Altrove, che mira a riconnettere luoghi, presenti e passati, e persone, ha ottenuto sicuramente i risultati sperati.

foto di Pierluigi Andreassi

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