Anch’io sono andata al cinema a vedere Il diavolo veste Prada 2, senza rendermi conto che fosse uscito soltanto un giorno prima. Arrivata al parcheggio mi sono subito resa conto dell’errore: è tutto pieno e davanti al cinema c’è una folla di persone vestite eleganti che si scattano foto davanti al poster del film. Ovviamente non ho comprato il biglietto prima e quindi finisco in seconda fila. Intanto la situazione è caotica, la fila per scannerizzare i biglietti riempie l’intera sala d’attesa e tutti i dipendenti indossano una maglietta azzurra con la citazione “Questa maglia non è azzurra, è cerulea”, venduta al modico prezzo di 17 euro. Finalmente entriamo. La curiosità era alta, un sequel che arriva dopo 20 anni, di un film con una fanbase enorme. Ma sarà all’altezza dell’originale? A livello di box office altro che: con un incasso di oltre 25 milioni all’11 maggio.

La risposta critica, purtroppo, è no. Il film non riesce a riprodurre il fascino che aveva reso memorabile il primo. Anzi, mette in evidenza tutti i limiti dei sequel, che ormai vengono fatti principalmente per guadagnare, sfruttando la nostalgia dei fan, più che per una reale necessità narrativa. Il risultato è un prodotto curato in superficie, ma sorprendentemente vuoto nel contenuto.

La trama manca di un conflitto centrale davvero coinvolgente. Non si riesce a tifare per nessun personaggio, perché la storia appare prevedibile e priva di originalità, incapace di creare una vera connessione con il pubblico. Se nel primo film il percorso di Andy rappresentava una tensione reale tra ambizione e integrità, qui gli stessi temi vengono riproposti senza una reale evoluzione. Inoltre, Andy ottiene opportunità importantissime con una facilità poco credibile, senza spiegazioni convincenti o realistiche. Anche il mondo della moda perde la sua funzione simbolica: da metafora di un sistema competitivo, diventa un semplice sfondo decorativo, privo di spirito critico. I personaggi soffrono della stessa mancanza di profondità. Appaiono appiattiti, statici,

come se il tempo non fosse mai passato. Le relazioni tra loro risultano semplificate al punto da sembrare quasi irrealistiche: finiscono tutti per essere amici, senza che queste dinamiche vengano davvero costruite o approfondite. Dal punto di vista registico il film cerca di mantenere uno standard estetico elevato, puntando su costumi raffinati e ambientazioni eleganti. Ma questa cura formale sembra spesso sostituire la sostanza. La trama è raramente sorprendente e la regia non riesce a dare un’impronta riconoscibile. Anche il ritmo narrativo non è omogeneo: alcune parti scorrono troppo velocemente, senza lasciare traccia, mentre altre si dilungano inutilmente su situazioni prevedibili. Il film dà l’impressione di durare più di quanto dovrebbe, con scene inserite solo per allungarne la durata, ma prive di reale utilità narrativa. Per esempio le scene con il nuovo fidanzato di Andy, personaggio completamente inutile alla trama, è praticamente una comparsa. Questo rende difficile per il pubblico sentirsi coinvolto davvero nella storia. L’unico spunto interessante emerge nella prima parte, con il tema della crisi del giornalismo a causa dei social. Andy sembra determinata a non fermarsi davanti a questo cambiamento e questa è l’unica parte del film che porta un po’ di profondità.

In conclusione, Il diavolo veste Prada 2 è un sequel che non riesce a trovare una propria identità. Intrattiene a livello superficiale, soprattutto per chi è affezionato all’originale, ma manca di personalità. Più che un’evoluzione, sembra una ripetizione fatta male, un prodotto elegante ma dimenticabile, difficilmente in grado di eguagliare l’impatto culturale dell’originale.

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