Il mangaka Daniele Magrì, in arte Da Hosoi

«Che rapporto avete con i manga?»

Con questa domanda Daniele Magrì, fumettista e mangaka, dà inizio al laboratorio La narrazione visiva dei Manga: incontro immersivo con Da Hosoi, ossia il suo nome d’arte. L’incontro è avvenuto il 23 aprile al Capas ed è stato diviso in due parti: prima un’introduzione all’arte del fumetto e poi una sessione creativa per i partecipanti.

Daniele, nato a Milano nel 1985, racconta di aver sempre letto comics come Dylan Dog, ma poi nel 2015 si appassiona ai manga che, dice, «raccontano le emozioni in una maniera unica». Proprio per questo partecipa due volte al concorso internazionale Silent Manga Audition, ossia non solo per giapponesi ma per persone da tutto il mondo. L’unica regola era raccontare una storia solo con le immagini, senza l’aiuto delle parole. Al primo tentativo, su 3000 partecipanti, arriva 14esimo, mentre nel 2017 riesce a ottenere il terzo posto; così nel 2018 ha accesso al programma “masterclass” della Coamix e partecipa in Giappone a workshop di maestri come Tetsuo Hara (Ken il guerriero), Tsukasa Hōjō (City Hunter, Occhi di gatto) e Nobuhiko Horie (ex capo redattore di Shonen Jump).

La sua strada però non è stata priva di ostacoli, perché la scelta di realizzare manga in Italia, o in Giappone ma come autore italiano, non è stata inizialmente accolta con semplicità. Infatti, Daniele ci racconta che una delle domande che gli vengono poste più spesso è: «un autore non giapponese può scrivere e pubblicare un manga?». In un mondo globalizzato come il nostro al giorno d’oggi potrebbe sembrare banale rispondere di sì, ma la verità è che questa possibilità non è scontata: solo da pochi anni, infatti, concorsi come il Silent Manga Audition sono internazionali e aperti a tutti. Prima era necessario e obbligatorio conoscere la lingua giapponese, requisito non da poco. Inoltre, Da Hosoi spiega anche che quando proponeva un proprio lavoro a una casa editrice italiana, la domanda era sempre «perché fai manga?». «Spesso non è così semplice spiegare perché si sceglie questo tipo di narrazione» dice Daniele, soprattutto in un paese in cui quest’arte non è parte della cultura. «Molte case editrici non erano neanche attrezzate per produrre manga, non sapevano da che parte iniziare».

Poi, finalmente, nasce il primo manga italiano, Mingo, di Giuseppe Durato conosciuto come Peppe. Questo fumettista italiano riesce, tra il 2019 e il 2020, a pubblicare e serializzare la sua storia con Big Comic Spirits, una rivista settimanale giapponese. Si tratta di un grande traguardo per ogni italiano, o in generale per ogni persona non giapponese, che voglia trasformare la passione per i manga in lavoro. Peppe, in questo senso, ha spianato la strada a tutti i suoi colleghi, tra cui Daniele, che perciò parla di lui con grande fierezza.

Tornando alla sua storia, Da Hosoi racconta di aver finalmente pubblicato la sua prima serie Diablomachia nel 2024, composta da quattro volumi. È la sua prima vera esperienza con una casa editrice, perché fino ad allora aveva pubblicato solo storie brevi, mentre guardando al futuro spiega che sta lavorando a un progetto per gli Stati Uniti, di cui però non può ancora spoilerare niente.

Il primo volume di Diablomachia / crediti Star Comics

Daniele nel corso della giornata ci fa immergere nel suo lavoro: «come si realizza un manga?». I presenti hanno una vaga idea; disegni, bozze, griglie. Ma la realtà, come sempre, è più complessa di come appare. Prima di tutto bisogna sapere che in Giappone, oltre ai manga come li conosciamo noi, nel formato ridotto chiamato Tankobon, esistono delle riviste realizzate con una carta più leggera e vendute a prezzi ridotti, attorno ai due euro. Queste hanno lo scopo di aiutare le case editrici a selezionare le nuove serie che possano avere successo tra il pubblico: vengono solitamente pubblicati i primi capitoli di nuove proposte, e nelle ultime pagine i lettori possono partecipare a sondaggi e esprimere le loro preferenze. Con questo metodo furbo si raggiungono due risultati: prima di tutto si vendono tante copie delle riviste grazie al loro basso prezzo, e poi ci si assicura che le serie votate dai lettori avranno successo anche nel formato Tankobon.

Le riviste hanno una cadenza settimanale, e ciò significa che in sette giorni il mangaka deve realizzare almeno 20 pagine, ossia un capitolo, per la pubblicazione successiva. Può sembrare facile, ma in realtà per l’alto numero di dettagli e di procedimenti, i ritmi lavorativi sono molto stretti. Daniele stila l’esempio di una scaletta-tipo: i primi due giorni si disegnano le bozze, il terzo e il quarto si decide quali spazi mantenere vuoti e quali riempire, così il quinto e il sesto si riempiono gli spazi neri, i grigi, si definiscono lo sfondo e i dettagli. Il settimo giorno, infine, è completamente dedicato alla stampa. Una parte importante che occupa molto tempo, inoltre, è riuscire a direzionare lo sguardo del lettore, guidarlo nella lettura con i gesti, i movimenti o gli sguardi stessi dei personaggi. Solitamente però un mangaka non riesce a fare tutto da solo, dati i ritmi frenetici, e ha degli assistenti che si occupano dei dettagli e degli sfondi.

Ma esiste un metodo che aiuti l’artista a creare una storia che attiri e sorprenda il lettore? E soprattutto che lo invogli a leggere il prossimo numero? Da Hosoi pronuncia una parola che deve ripetere più volte e scrivere alla lavagna, perché non saprei come riportarla, e disegna un piccolo schema: Kiinizio, Shosviluppo, Tensvolta, Ketsufinale

Lo scopo è dividere il capitolo in quattro atti, per evitare di scrivere una storia troppo lineare e banale. Il colpo di scena deve essere quindi una svolta, che depista il protagonista dal suo obiettivo iniziale. Daniele, inoltre, accenna al fatto che di solito nella cultura orientale il colpo di scena è una sorpresa inaspettata (e a volte positiva), mentre nella narrazione occidentale è un conflitto tra personaggi. Questo principio di narrazione, che deriva dalla poesia cinese, sta alla base dei manga ma anche dei Yonkoma, simili alle nostre strisce umoristiche. E sono proprio i Yonkoma al centro del laboratorio pratico, a cui abbiamo partecipato sempre quel giorno nel pomeriggio: l’esercizio sta nel realizzare quattro vignette divertenti seguendo il principio Kishotenketsu.

Daniele ci aiuta a trovare l’ispirazione, suggerendoci che molto spesso basta pensare alla nostra vita quotidiana: a quelle situazioni imbarazzanti, sorprendenti, sfortunate o semplicemente inusuali. Ecco, il fumettista ci consiglia di partire da lì e poi sbizzarrirci. Gaia, che era appena stata a Parigi, racconta di una sera in cui, con le sue amiche, doveva arrivare in tempo per vedere lo scintillio della Tour Eiffel alle 22 in punto. Come succede spesso nei momenti di fretta, una ragazza del suo gruppo si era dimenticata il telefono in casa, e così si perdono lo spettacolo. Da questo episodio io, Gaia e Nicole abbiamo creato un piccolo Yonkoma, ma non potevamo non aggiungere dei personaggi inaspettati. Potremmo avere un futuro da mangaka? Ma soprattutto, si capisce che abbiamo disegnato Macron? Forse il disegno non fa per noi… ma Daniele ha apprezzato la fantasia!

Il nostro piccolo Yonkoma [non giudicateci: sapremo migliorare – Martina] / crediti Martina Collini

Tag