
Roberto Mercadini a "Mi Prendo il Mondo"
Quando nella riunione redazionale ho saputo che Roberto Mercadini sarebbe stato ospite a Mi prendo il mondo, ho subito alzato la mano come a scuola. Non volevo lasciarmi sfuggire l’occasione di incontrare l’ex ingegnere informatico che un giorno ha iniziato a scrivere libri e girare l’Italia con i suoi monologhi per raccontare, come dice lui, storie che contengono storie (che contengono altre storie).
Arrivo negli spazi ipogei dell’auditorium Paganini in anticipo ma lui è già lì come fosse un comune visitatore. Mi presento e per fortuna mi leva subito il primo problema che si pone nelle interviste dicendomi «diamoci del tu». L’unico posto in cui possiamo sederci è il bar e quindi ordiniamo i nostri caffè, mentre parliamo del più e del meno. Ci sediamo al tavolo e mi dico: ok, sto parlando con Roberto Mercadini, ma se sto tranquilla nessuno si farà male. Allo stesso tempo, grazie ai suoi modi gentili, mi sembra di essere in compagnia dell’amico che non vedi da qualche anno e quando lo ritrovi fai un piccolo recap della tua vita per spiegare all’altro come sei finita lì.
Parliamo insieme della sua instancabile curiosità; per darvi un’idea: ha fatto le serali in una comunità monastica per imparare l’ebraico antico, pochi anni fa ha iniziato a studiare da zero la chimica inorganica, da sempre scrive poesie e si dedica al teatro. Il suo nuovo libro uscirà a metà febbraio e parlerà di Galileo ma quelli già pubblicati riguardano argomenti diversissimi: la bomba atomica, lo “scontro” tra Leonardo e Michelangelo e la Bibbia.
È curioso come sia nata la voglia di raccontare tutte queste storie: «Quando ero bambino, mia madre non mi sapeva spiegare le cose e soffrivo molto per questo; anche da adulto, quando facevo l’informatico, la nostra capufficio si spiegava in modo frettoloso e confusionario ma mentre i miei colleghi le facevano qualche battuta, io andavo fuori di testa; poi ho capito che la mia nevrosi era legata a questo aspetto dell’infanzia». È come se il Mercadini di oggi, con i suoi monologhi, riuscisse a rispondere, finalmente, alle domande del Roberto di ieri.
Parliamo insieme dei nostri percorsi di vita e di studio che sono stati tutt’altro che lineari ma che adesso sembrano aver trovato una quadra: «Io mi sento realizzato e mi sembra di vivere una condizione sfacciatamente fortunata perché in pratica sono pagato per essere me stesso, cioè per esprimere i miei pensieri e i miei sentimenti tramite la scrittura o un monologo. Nemmeno il presidente degli Stati Uniti è pagato per essere se stesso, lui è pagato per fare il presidente degli Stati Uniti».
Perché un giovane universitario dovrebbe leggere Mercadini? «Nei miei libri credo ci sia un filo conduttore: la perfezione non esiste e anche i personaggi più grandi sono umani, con pregi e difetti e, soprattutto, paure. Quando si esce dalle zone di comfort si sperimenta la paura ma non c’è da preoccuparsi: mentre ho scritto il libro che sta per uscire, ci sono stati molti momenti in cui temevo di non riuscire a farlo, mi sono dato dell’idiota e credevo di essermi messo in trappola da solo; anche se fai cose che senti alla tua portata, se non ti metti un po’ di paura, non ti evolvi». Prende come esempio Leonardo e Michelangelo, protagonisti del suo libro L’ingegno e le tenebre: non si piacevano, anzi si detestavano; lavoravano in modi opposti, Leonardo sfumava i colori e Michelangelo incideva il contorno delle figure con il nero, eppure percorrendo strade diverse hanno entrambi raggiunto l’apice. Penso avesse ragione Nietzsche quando diceva che bisogna “diventare ciò che si è”». La paura non deve mancare, come dicevamo: «Quando salgo sul palco ho bisogno di sentire un po’ di tensione; in un periodo in cui le cose andavano bene, a teatro era sempre pieno e facevo un monologo che sapevo benissimo, mi è capitato di non avvertire quella tensione: me ne stavo in camerino a guardare lo smartphone e lì ho capito che non andava bene»
Gli chiedo come imposta il lavoro quando deve scrivere un libro: «Inizio leggendo i libri che ho trovato sull’argomento e quando una cosa può essere utile me la annoto; poi tento di creare la struttura del libro individuando i blocchi degli argomenti» e per farlo riempie quaderni con appunti che non so quanto darei per vedere; «Nell’ultima fase scrivo e purtroppo il momento più produttivo è la notte, quando non ho distrazioni. Penso che la scrittura sia un’attività sostanzialmente malsana perché quando devo finire un libro dormo un numero di ore inadeguato e poi mi sento in colpa se faccio una passeggiata o se leggo un libro che non è legato al lavoro». Voglio sapere se ha già idee per il prossimo libro: è un no deciso quello che mi dice: «Non ho nessuna idea ma so già che tra qualche mese mi innamorerò di qualcosa che diventerà un’altra ossessione e vorrò scriverci un libro».
Guardo l’orologio: è passata più di mezz’ora e io, che lo ascoltavo rapita, devo ancora finire il mio caffè. Freddo.
Lo so, doveva essere un’intervista e invece è stata una chiacchierata, forse per colpa di quei due caffè, che hanno reso tutto più amichevole.
Ci avviamo verso il palco e io mi accomodo in platea ad ascoltare i ragazzi di Direzione Futura che riflettono con lui sul libro La donna che rise di Dio, nel quale Mercadini ha approfondito alcune storie della Bibbia ottenendo un racconto molto diverso da quello tradizionale
Gli viene subito chiesto perché nel titolo si parli di una risata o, meglio, di una derisione e per giunta di una divinità. «Mi sembrava che potesse colpire l’interesse del lettore, la sua curiosità perché dire che qualcuno ride di Dio può sembrare una blasfemia e invece mi sono accorto sulla mia pelle che, nei rapporti con l’altro, saper ridere dei reciproci difetti è la mossa giusta». Nel libro la donna che ha riso è Sara, moglie di Abramo, alla quale Dio ha promesso l’arrivo di un figlio per l’ennesima volta. Sara però è ultraottantenne e questa risata le esce spontanea: io me la immagino che rida e sussurra “se, vabbè”; la cosa interessante, ha spiegato Mercadini, è che dopo questa risata non solo Dio si arrabbia e mette in imbarazzo il traduttore, che ha preferito scrivere che quella risata era “motivo di lieta gioia”, quando invece il nome del bimbo che arriverà è Isacco che significa “Dio mi ha fatto ridere”…
I ragazzi arrivano dritti al punto chiedendo come possa la Bibbia, così antica e complessa, essere un libro da leggere: «La Bibbia contiene un’interessante visione dell’essere umano perché qui non ci sono eroi, non ci sono personaggi da prendere a modello: uno dei tanti è Mosè, scelto da Dio come patriarca che deve liberare gli ebrei dalla schiavitù in Egitto, ma è un omicida, non sa nemmeno cosa sia l’ebraismo – era stato allevato dal Faraone – e di fatto era un egiziano. Sorprende inoltre che Dio scelga per una missione simile un leader che fatica ad esprimersi perché balbuziente». Per capirci: Dio ha scelto la persona più sbagliata e infatti Mosè spera che Dio cambi idea scegliendo qualcun altro al suo posto. Ditemi voi se non vi è mai capitato a un esame: io personalmente ho passato tutti gli appelli orali della triennale sperando che il mio turno non arrivasse mai.
«Allo stesso modo, il Dio della Bibbia è umano, pieno di contraddizioni, scoppi d’ira, ripensamenti; non è il Dio della devozione e nemmeno quello della teologia» continua Mercadini, spiegando che quello della Bibbia è una divinità che difficilmente verrebbe venerata; in effetti, anche io mi rifiuterei di idolatrare uno che è come me, se non peggio.
Tra l’altro, Mercadini soffre tantissimo quando legge la Bibbia: «Per me è come camminare sui cocci di bottiglia che mi continuano a ferire; non so se avete presente com’è scritta, ci sono lacune narrative, si racconta cosa accade ma non come accade, un personaggio compie un gesto ma non sappiamo il perché. La Bibbia è un capolavoro ma è scritta male» conclude, facendo ridere la platea.
L’evento si conclude e lui si dedica volentieri al pubblico che chiede foto e autografi; io me ne vado e non vedo l’ora di leggere il suo nuovo libro e intanto mi consolo perché personaggi come lui, curiosi, ironici e rigorosi allo stesso tempo, sono l’unico antidoto che abbiamo contro le derive dell’intelligenza artificiale. Ma la cosa che amo di più è che ora posso vantarmi di aver preso un caffè con Roberto Mercadini.




