Daniel Lumera a "Mi Prendo il Mondo"

“Quanto ti pagano all’ora per rinunciare ai tuoi sogni?”

Domanda scomoda quanto necessaria che apre il nuovo libro di Daniel Lumera Scegli la tua vita. Vocazione, significato, talento: come trovarli dentro di sé
“Chi sono quando non ho addosso una maschera? Chi sono quando resto nudo, semplice, essenziale?” Prima o poi, tutti ci facciamo queste domande e la risposta è nel nostro svadharma, il proposito della propria vita.

A “Mi Prendo il Mondo”, la sala Pizzetti dell’Auditorium Paganini è piena di ragazzi e adulti ben mescolati tra loro, a dimostrazione del fatto che parlare di come realizzarsi diventando consapevoli e responsabili verso se stessi e il mondo è un tema che non ha età; un cammino difficile, dove spesso l’ostacolo da superare siamo noi perché può essere più comodo e meno doloroso assecondare gli altri, anche a costo di perdere se stessi. Per fortuna, ho qualche minuto con lui per fargli qualche domanda prima di salire sul palco.

Arriva con l’immancabile sciarpa blu. Io ho la salivazione azzerata. Ha ancora addosso il jet-lag perché è appena tornato dall’India, dove ha partecipato a un pellegrinaggio terminato a Varanasi in un luogo dove si accompagnano i pazienti verso la morte. Anche se stanco è gentilissimo, una di quelle persone in grado di spostare l’aria.

Daniel Lumera è un biologo naturalista, ricercatore in Sociologia dei processi culturali e comunicativi e insegna meditazione ad Harvard all’interno del corso in Biologia della gentilezza; a 19 anni ha incontrato la pratica della meditazione ed è diventato monaco laico della tradizione indovedica, seguito dal maestro Anthony Elenjimittam, discepolo diretto di Gandhi. «Sento una profonda realizzazione perché una parte della mia attività è un servizio sociale fatto di accompagnamento al fine vita, progetti di educazione e sensibilizzazione nelle scuole e in 23 carceri italiane portiamo meditazione e percorsi di perdono che noi chiamiamo giustizia consapevole e va ad integrarsi con la giustizia riparativa. L’altra parte, che sono riuscito a far diventare un lavoro, riguarda lo studio di sé, la meditazione e la condivisione di come ho risposto alla mia vocazione».

Rifletto con lui sul fatto che il suo nuovo libro non pone una domanda bensì la domanda: chi sono? Trovare una risposta è complicato, richiede spazi di silenzio, fame di verità e il coraggio di percorrere strade che siano solo nostre «come quando, durante una passeggiata con il mio maestro, mi disse di proseguire da solo: l’unica condizione era quella di andare ovunque non ci fossero sentieri». Dobbiamo accantonare la paura, metterci in ascolto, parlare a noi stessi con sincerità e riconoscere tutte le volte che tradiamo noi stessi dicendo “sì” anche se vorremmo dire “no”.

Gli chiedo allora quale sia il prezzo da pagare nel caso non trovassimo la risposta a questa domanda: «Il prezzo è la salute, fisica e mentale: i dati sull’uso di psicofarmaci da parte dei giovani mostrano che se ne sta abusando perché si tenta di rispondere con medicine a domande che invece sono esistenziali; in più, i modelli che abbiamo proposto ai giovani non incontrano le loro necessità e, soprattutto, non tengono conto dell’unicità di ogni individuo».

Leggo a Daniel una frase del suo libro:

“Perdersi non è il problema, è il passaggio. Non è la crisi, è l’ingresso. Non è la fine, è il momento in cui la verità, finalmente, ha spazio per accadere.”

Queste righe mi inducono a chiedermi perché facciamo così tanta fatica a stare nella condizione di non sapere chi siamo, aspettando di trovare la risposta giusta: «Non ci riusciamo perché attribuiamo la nostra identità al fare, all’avere e all’apparire e invece dovremmo avere una cultura e un’educazione che ci insegnino a saper essere. E il saper essere paradossalmente passa dal non sapere. Se riusciamo ad affrancarci da ruoli rigidi, se riusciamo a non definirci in base a ciò che possediamo e lasciamo ampio spazio al non sapere chi siamo, iniziamo a sentirci in questo spazio di profonda ignoranza, ecco che questo spazio si apre alla meraviglia, alla curiosità e non è più necessario definirsi per poter essere».

Per affrontare il viaggio dentro noi stessi la meditazione, e di questo abbiamo solide prove scientifiche, è utilissima «perché ti spoglia dell’identità, ti fa prendere confidenza col silenzio, ti permette di osservare senza giudizio e ti fa prendere consapevolezza dell’esistere».
Lumera consiglia ai giovani di sperimentare, entrare in personaggi e forme diverse, non temere il fallimento e non identificarsi in modo rigido: in quello spazio, dice, la vocazione inizia a bussare perché è lei a cercarti e non il contrario.

Siamo ormai alla fine dell’intervista e, anche se starei lì per ore a tempestarlo di domande, gli chiedo se abbia mai pensato a dove sarebbe adesso se non avesse risposto alla domanda, perdendo la possibilità di realizzare la sua vocazione. «Sarei morto o mi sarei ammalato gravemente, non scherzo. Ho rinunciato a tantissime cose perché sto davvero male fisicamente quando tradisco una chiamata. Ed è per questo che penso che la domanda più importante che i giovani debbano farsi non sia «cosa voglio dalla vita» ma «cosa la vita vuole da me».

Tempo scaduto: mentre torno a casa, nell’auto, in silenzio, ripenso al momento della vita nel quale mi trovo ora. Forse, a 40 anni suonati, sto iniziando a capire quale sia il mio svadharma. Per fortuna amo camminare, anche dove non ci sono sentieri.

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