Mario Calabresi a "Mi Prendo il Mondo"

5 minuti. È questo il tempo che l’ufficio stampa dell’ex direttore di Repubblica, la Stampa, e adesso Chora Media, mi conferma a “Mi Prendo il Mondo”. Io non ci posso credere. Quando avevo fatto richiesta per l’intervista ero sicuro che non avrebbe mai accettato, non sapevo neanche se mi sarebbe piaciuto il suo nuovo libro, e francamente, stavo pensando all’esame di Storia Medievale. Però tra il provarci e il non provarci era ovviamente meglio provarci, e adesso ne ho la prova.

Vorrei parlare con Mario Calabresi di come ci si prepara a incontrare davvero le persone, di empatia. Alzarsi all’alba, il suo ultimo libro, parla della fatica, ma anche, tantissimo, del dolore.

Come presentarmi? E come fa lui a entrare in empatia con le persone che intervista? Voglio scoprirlo.

Se penso a tutte le volte che mi sono presentato alle feste, alle ragazze, a potenziali datori di lavoro, a ristoratori a cui volevo solo strappare dei soldi per delle performance musicali discutibili, mi rendo conto che quando mi presento, o ci presentiamo, cerchiamo di definirci al volo, condensando risposte alle domande: che lavoro facciamo? cosa studiamo? siamo ambiziosi? siamo desiderati? siamo stabili o siamo poco stabili? O non abbiamo la minima idea di cosa stiamo facendo, anche se faremmo di tutto per nasconderlo?

Lo dico o non lo dico che è la mia prima intervista? Lo dico. Ma lo dico solo per sembrare più simpatico?

Alla fine il superospite entra nel palazzo, stringe la mano a un po’ di persone, ma non mi guarda negli occhi. Ci sta che non mi guardi; neanche io nel mio lavoro di cameriere guardo tutte le persone negli occhi, nemmeno il mio capo, è uno sforzo che va limitato per sopravvivenza.

L’organizzatrice mi chiama mentre sono in bagno. Mi asciugo la mano tantissimo, non voglio che sia sudaticcia quando gliela stringo, ma nemmeno bagnata.

«Per che cos’è?»

Ora Calabresi mi chiede per conto di chi lo sto per intervistare. Io sono preso dall’ansia perché non avevo previsto che avrei dovuto essere io a dirgli su quale dei tanti divanetti bianchi della stanzina in cui ci troviamo avrebbe potuto sedersi, figuriamoci chi sono e perché sono qui.

«È per il giornale dell’università di Parma, “StudentMag”».

Ok, ci siamo.

Una cosa che mi ha colpito moltissimo del tuo lavoro, del tuo spettacolo e del tuo libro è che tu incontri molte persone che ti affidano la loro storia. Ti raccontano storie personali, a volte commoventi, a volte anche strazianti, come l’ultima storia raccontata nel tuo libro.

Come ti hanno segnato questi incontri, e cosa ti hanno lasciato?

Questi incontri mi lasciano tantissimo, mi viene anche da dire che mi riempiano la vita. C’è un dato che secondo me è fondamentale, e che ho imparato nel tempo. Che per riuscire a raccogliere queste storie, e per far sì che le persone te le raccontino, si aprano, ci vuole tempo, ci vuole pazienza, e bisogna mettersi in una disposizione di ascolto. L’ascolto è nemico della fretta: se tu hai fretta e vuoi fare le cose velocemente, le persone non ti racconteranno mai delle storie importanti della loro vita. Bisogna avere la pazienza di aspettare, e allora quando hai la pazienza di aspettare arrivano cose belle. Bisogna rispettare le persone e ascoltarle, dare a loro il tempo giusto per raccontare le cose.
Tutti noi parliamo tanto, diciamo tanto, però io negli anni ho imparato a parlare un po’ meno e ascoltare un po’ di più. E funziona.

E noti che c’è un momento preciso in cui le persone iniziano a sciogliersi, ad aprirsi completamente quando le intervisti o quando ti raccontano la loro storia

Sì, quando capiscono che non vuoi rubare loro qualcosa e che sei genuinamente disponibile ad ascoltarle. E anche quando ti metti in gioco. Spesso quando faccio un’intervista, condivido anche delle mie cose, magari anche delle mie debolezze, delle mie difficoltà, perché così si crea un rapporto di confidenza.

Infatti vedo che spesso rimani anche in contatto con le persone che intervisti!

Sì tantissimo! Rimango moltissimo in contatto con le persone che intervisto, alcune di cui ho parlato in libri di anni fa continuo a sentirle, ci scriviamo, ci telefoniamo, le vado a trovare.

È un aspetto che ti mancava nel tuo lavoro prettamente da giornalista?

Nel lavoro giornalistico hai una velocità e un ritmo talmente continuo, una specie di flusso per cui difficilmente riesci a fare lo stesso. Intanto hai meno tempo, e il poco tempo non ti permette di mantenere queste relazioni.

Quand’è che ci si abitua alla fatica?

La fatica smette di essere un problema quando hai chiaro che è un motore che ti porta dei risultati. Se capisci che la fatica può essere una tua alleata, perché è il carburante per fare le cose, allora lì, in un certo senso ti diventa molto meno pesante. La fatica vera, quella insopportabile è la fatica della ripetitività, dell’alienazione, quella del lavoro meccanico in fabbrica; quella sì che è una fatica terribile, molto spesso giustificata soltanto dallo stipendio, però comunque abbastanza insopportabile. La fatica invece che tu fai per studiare, dare un esame, scrivere un libro, preparare una cena, per allenarti per una gara, è la fatica di cui vedi il risultato, vedi cos’è capace di costruire. E così non la vedi più come nemica ma come alleata.

C’ è un tuo sforzo nell’entrare a contatto con queste persone, ad esempio fatica o imbarazzo nel chiedere un’intervista?

(Che domanda del cavolo, ancora ci ripenso. Meno male che è stato gentile)

Col tempo la fatica e l’imbarazzo nel chiedere le cose non li sento più. Quello su cui bisogna essere allenati è la pazienza, la pazienza dell’ascolto.

E poi quando saluti queste persone come ti senti?

Beh gli dico grazie. Le ringrazio sempre. E’ importante dirlo, ripeterlo. Mi sento grato per quello che hanno condiviso. E poi sento che queste cose sono preziose. Io non sono un romanziere, non scrivo storie per cui la gente dice “wow, che belle storie che ha scritto”. A me interessa dare spazio a persone che possano trasmettere qualcosa agli altri. E penso di rendermi conto che questa storia possa trasmettere qualcosa e fare la differenza nella vita di chi la legge.

Come ti senti … poi ti lascio andare

No, figurati.

(E io penso: “O mio Dio, ha detto figurati, vuole continuare, questo è un ottimo segnale. Adesso lo rapisco”)

Come ti senti nell’essere un tramite tra storie molto sensibili e il tuo pubblico?

Non lo so… è quello che mi sento di fare. È un ruolo che mi piace, in un certo senso quello di chi cerca, ascolta, raccoglie e poi restituisce.

Le persone che intervisti ti dicono mai se alla fine hanno letto il libro?

Sì, sì! Certo!

E si ritrovano quando leggono le storie?

Mi colpisce che si ritrovino tutti molto bene, ogni tanto mi preoccupo. Dico “magari questa persona non è contenta, non si riconosce”, ma non capita mai. Anche perché naturalmente io poi devo fare anche dei tagli, delle sintesi, delle scelte.
Magari parlo con una persona due ore, ma non è che poi scrivo cento pagine. Faccio lo sforzo, poi quando scrivo, di concentrarmi sull’ essenza, il messaggio chiave che quella storia e che quella persona vuole trasmettere.

E come riesci a capire qual è l’essenza?

Eh ti interroghi molto. Un po’ grazie all’esperienza di lavoro, negli anni lo capisci.
Però ti chiedi, giornalisticamente: qual è il titolo? Qual è la cosa fondamentale che mi ha detto? E da lì tiri fuori tutto quello che serve per dimostrare, raccontare, dare visibilità al cuore della storia.

Lo guardo, lui mi guarda. Credo sia ora di lasciarlo andare

Ok.

Ok?

(Pausa)

Ti ringrazio tantissimo.

Grazie mille, complimenti. Grandissimo. Non avevi manco un foglietto.

E finisce così, con una sequenza di complimenti. E il bello è che ho la registrazione, potrei ascoltarli in palestra se andassi in palestra.

«Davvero, grazie per le storie che hai scritto», lo ringrazio sinceramente, alcune storie mi hanno fatto piangere.

E poi la domanda la fa lui a me

«Che cosa studi?»

Giornalismo

E lo ringrazio, di nuovo, per il suo intenso spettacolo sugli anni 70, che ho trovato un esempio di giornalismo civile. Sono al settimo cielo, mi ha fatto addirittura i complimenti.

Dovevano essere cinque minuti e sono diventati nove. Forse era riuscito a salvarsi un po’ di tempo.
A che ora avrà messo la sveglia?

Tag