• crediti Irene Guastalla

Chi può permettersi di curarsi? Chi riesce ad accedere ai servizi sanitari senza incontrare ostacoli economici, burocratici o discriminatori? E che cosa significa davvero garantire il diritto alla salute, quando le condizioni sociali possono determinare la possibilità stessa di ricevere assistenza? In che modo le istituzioni possono assistere queste persone, a volte minori, a volte senza documenti, con minima o nulla conoscenza della lingua, possono garantire l’assistenza medica?

Sono domande che riguardano l’intera collettività, ma che troppo spesso vengono affrontate come problemi individuali. È da questa contraddizione che parte il confronto Senza terra, senza cura, senza casa, promosso il 10 ottobre in Piazzale Inzani, a Parma, da Oltrecura – Laboratorio di Salute Popolare. Un incontro che ha riunito reti diverse (ma con un obiettivo comune) e persone impegnate nella cura e nella difesa dei diritti, mettendo al centro la necessità di una sanità pubblica e di pratiche capaci di raggiungere chi rischia di rimanere ai margini. Il filo rosso degli interventi è una concezione della salute che va oltre la semplice assenza di malattia: curarsi deve essere un diritto effettivo, non un privilegio subordinato al reddito, alla provenienza, all’identità o alla possibilità di orientarsi in un sistema complesso. In questa prospettiva, la prevenzione, la solidarietà e la partecipazione della comunità diventano strumenti politici, oltre che sociali.

Prima di entrare nel merito, la mediatrice Danila Giuffredi introduce agli spettatori i temi attraverso la storia di Farahi Rahim Fazal, che ha vissuto in prima persona le difficoltà di cura nel nostro Paese. Fazal ha scritto un libro di poesie, uscito da pochissimo, intitolato “Ombra in attesa del Sole”.

Chi ha detto che siamo felici qui nel mondo?
Chi ha detto che siamo vivi qui?
Chi ha detto che l’emigrante è vivo?
L’emigrante è solo un fantasma
Chi ha detto che solo i morti non tornano indietro?
A volte, anche i vivi non tornano indietro.

Oltrecura: costruire salute dal basso

Oltrecura – Laboratorio di Salute Popolare è una realtà che porta nel dibattito cittadino il rapporto tra salute, disuguaglianze e accesso ai servizi. Il nome stesso suggerisce la sua direzione: l’organizzazione nasce dal bisogno di contrastare una sistematica violenza strutturale e istituzionale.

Parlare di salute popolare significa, in questa prospettiva, sottrarre la cura a una dimensione esclusivamente individuale e riconoscerne il carattere collettivo. Informazione, prevenzione, accompagnamento e solidarietà possono contribuire a ridurre la distanza tra i diritti formalmente riconosciuti e la possibilità concreta di esercitarli.

La critica alla privatizzazione della sanità si inserisce in questo contesto. Se l’accesso alle prestazioni dipende sempre più dalla capacità di sostenere una spesa privata, il rischio è che le disuguaglianze economiche si traducano in disuguaglianze nella salute. Difendere il servizio pubblico significa quindi difendere la possibilità che il bisogno di cura, e non la disponibilità economica, determini l’accesso alle prestazioni.

La prevenzione assume un ruolo altrettanto centrale: non può essere ridotta a una responsabilità del singolo, ma richiede servizi accessibili, informazione, ascolto e interventi capaci di raggiungere anche le persone più difficili da intercettare attraverso i canali ordinari. La salute non deve escludere: le voci del territorio e del quartiere Oltretorrente portano il dialogo in Piazzale Inzani, ponendo diverse domande importanti. Chi viene effettivamente tutelato dalle istituzioni e chi, invece, rimane senza risposte, viene escluso o è vittima di negligenza medica?

Gli interventi: UDS, etnopsichiatria e la dura realtà dei PS

La presenza di Unità di Strada porta il confronto sul terreno della cura di persone tossicodipendenti e dell’ accesso ai servizi sanitari. Una prospettiva importante in un contesto nel quale la possibilità di prendersi cura di sé si intreccia con le condizioni materiali di una dipendenza, che riguarda anche le persone emarginate e con difficoltà economiche.

Il contributo di Maria Inglese richiama il tema della salute mentale ponendo l’attenzione sulle persone non bianche. In quanto etnopsichiatra, ha spiegato le necessità di considerare la persona all’interno del proprio contesto socioculturale e di percorsi di cura rivolti a persone che vivono situazioni di instabilità e marginalità.

La sua esperienza professionale si colloca in un ambito nel quale le disuguaglianze possono diventare particolarmente evidenti: la sofferenza psicologica si intreccia con precarietà, isolamento, migrazione e difficoltà di accesso ai servizi.

Per i migranti, in particolare, la possibilità di ricevere assistenza può essere condizionata da barriere linguistiche e culturali, dalla complessità delle procedure e dalla difficoltà di trovare servizi capaci di riconoscere esperienze e bisogni differenti. La cura realmente accessibile richiede quindi ascolto, strumenti di mediazione linguistica e percorsi che non riducano la persona a una diagnosi o alla sua provenienza. La salute mentale non può essere separata dalle condizioni sociali nelle quali prende forma la sofferenza.

Ha preso poi parola Giulia Chiopris, pediatra all’ospedale di Cremona, proveniente da esperienze di Medici Senza Frontiere, che ha fornito esempi pratici di discriminazioni di persone migranti da parte del personale medico, raccontando di chi sminuisce i pazienti “che hanno tutti lo stesso nome” e di chi ha bisogno di cure particolari o di mediazione linguistica. Ha anche aperto il dibattito sulle forze di polizia che vengono utilizzate per pattugliare situazioni innocue ma che vengono profilate in quanto razzializzate.

Costruire reti, condividere conoscenze e accompagnare nell’accesso alle cure significa contribuire a colmare le distanze tra i diritti e la loro concreta realizzazione. La comunità, dunque, non è soltanto la destinataria delle politiche sanitarie: può diventare protagonista della loro trasformazione, capace di individuare bisogni, mettere in comune risorse e rivendicare servizi più giusti. È in questo spazio che le realtà di attivismo cittadino acquistano importanza.

L’incontro si è concluso con un’altra poesia di Fazal:

Tempo, non ucciderci, tempo
Siamo giovani, non abbiamo visto il mondo,
Né siamo felici.
Tempo, attraversa il vicolo vecchio
Ora è il nostro turno

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