Simone Pieranni (a sinistra) intervistato da Fabrizio Cesario

Quali sono le ambizioni di uno studente universitario come me in Cina? Anche lui vorrebbe, e potrebbe, trasferirsi in città? E poi, una volta laureato troverà lavoro con più facilità? Rispondere ad alcune di queste domande è diventato più facile grazie al lavoro di Simone Pieranni con la sua rubrica di podcast Zoom Cina, all’interno di Altri Orienti, per Chora Media.

Ma queste domande toccano solo la superficie di un Paese così grande e complesso, che per capire davvero serve andare in profondità. Con il suo ultimo libro, Lo specchio americano. Lo sguardo della Cina sugli Stati Uniti, Pieranni fa questo.  La pubblicazione del volume ha riscosso molto interesse e ha incontrato la curiosità crescente, soprattutto tra noi giovani, nei confronti della Cina.

La Cina sta incuriosendo sempre di più, sui social è facile imbattersi nelle tendenze in voga qualche mese fa come il chinamaxxxing, o “mi trovi in un periodo molto cinese della mia vita”.  Qual è la tua prospettiva al riguardo?

«Secondo me ci sono due discorsi da fare su questa fascinazione. Una è una fascinazione da rossobruni, e lo vedo soprattutto su YouTube, che è tendenzialmente un ambiente rossobruno, cioè di gente filorussa e filocinese. Lo vedo perché i video critici nei confronti della Cina fanno pochi ascolti e quelli dove invece parli bene della Cina vanno benissimo.

Ecco, quella fascinazione è una questione che ha a che vedere con la nostra democrazia. È una fascinazione verso Stati autoritari che vengono immaginati come perfetti, senza conoscerli. È una forma di orientalismo, anche se questo è un po’ meno sofisticato del chinamaxxing, molto più brutale, che si basa soprattutto su un assunto, che è quello secondo cui i media occidentali non pubblicano la verità.

C’è una parte di verità in questo. Perché la Cina è molto polarizzante e tendenzialmente sui media mainstream è sempre descritta in maniera negativa, qualsiasi cosa faccia. Questa è una reazione che però riguarda più la nostra democrazia, nel senso della sfiducia che abbiamo nei confronti della democrazia.

Il fenomeno invece riconducibile al chinamaxxing, cioè un fascino meno verso l’autoritarismo quanto più verso la Cina, che però è soprattutto americano, nasce dal fatto che là hanno una presidenza che non è come quella democratica, che fa dei diritti umani il distinguo. A Trump non gliene frega niente di queste cose. E quindi le problematiche interne degli Stati Uniti, basta pensare a cosa fa l’ICE, fanno vedere agli americani il periodo che hanno passato in Cina come un periodo migliore dal loro punto di vista. E perché c’è orientalismo? Perché è una proiezione, nel senso che nasce da un sentimento totalmente occidentale. In realtà poi la conoscenza della Cina rimane vaga».

L’interesse è aumentato anche più in generale, cresce sempre di più il pubblico, principalmente composto da ragazzi, pronto a conoscere meglio la Cina.

«Io vedo che i miei podcast sono ascoltati per lo più da giovani. Un po’ grazie allo strumento: i giovani non leggono i giornali, quindi cercano forme di racconto più vicine al loro consumo di prodotti editoriali, che è più fiction e serie tv. E io nei miei podcast e libri cerco proprio di inserire tecniche narrative all’interno di un contesto geopolitico.

Il racconto presuppone poi un impegno da parte di chi ascolta, è come se io ti dessi delle chiavi di lettura ma poi l’idea te la devi fare da solo. Io ce l’ho un’idea sulle cose, magari la testimonio sulla base delle fonti che uso o della prospettiva che provo a dare a un argomento, però poi devi completare il quadro tu».

Si percepisce questo interesse, ma sembra che sfuggano le categorie per capirlo realmente. Secondo te a cosa è dovuta la difficoltà nel mettere a fuoco che cos’è la Cina oggi?

«La mancanza di messa a fuoco è dovuta al fatto che non conosciamo davvero come funziona politicamente la Cina. E questo lo capisci solo andando e stando in Cina. Bisogna viverci per capire veramente che cos’è, perché è vero che è un grande esempio di efficienza e di funzionalità, però allo stesso tempo ci sono tutta una serie di cose che capisci solo nel momento in cui stai là.

E la fascinazione c’è perché comunque bene o male l’Occidente è in crisi. L’emergere di uno Stato, come quello cinese, che ha una storia filosofica e di pensiero così imponente pur senza il soft power americano, è sicuramente qualcosa che affascina. Nel momento in cui tu hai un Paese che, anche se in realtà è sempre stato al centro del mondo, all’improvviso in qualche modo ci ritorna, col suo carico culturale, hai l’idea di avere una classe politica più preparata considerato i tempi, e probabilmente è anche così perché Xi Jinping è uno che cita sempre i classici. Poi però non puoi non vedere le storture di uno Stato autoritario.

È sempre il solito discorso, è la crisi delle nostre democrazie che crea questo fascino nei confronti della Cina, tant’è che quando le democrazie funzionavano nessuno aveva quest’ammirazione, anche se allora era un altro Paese. È una questione che dipende molto dal luogo in cui uno sta, perché se fosse una fascinazione da un punto di vista culturale allora andrebbero tutti in Cina. Invece è sempre contrapposta alle democrazie occidentali e all’Occidente in crisi. Questo, secondo me, è un limite, non aiuta a comprendere veramente».

L’ultimo libro di Simone Pieranni, pubblicato da Mondadori

E credi che l’indebolimento del soft power americano e il suo modello democratico lasci spazio al soft power cinese?

«L’indebolimento del soft power americano c’è sicuramente, ma non è dovuto tanto al fatto che non abbiamo più prodotti americani, perché continuiamo a consumarli, continuiamo a leggere più autori americani che cinesi o a vedere serie TV statunitensi. Al momento la Cina non ha prodotto quel soft power che hanno creato gli Stati Uniti, ma ne produce un altro tipo. Ad esempio, TikTok può essere considerato uno strumento di soft power cinese, che però non è un film. È tanto tempo che tra chi si occupa di Cina, ci chiediamo se arriverà un titolo cinese che diventerà un blockbuster qua, capace di essere universale».

(A proposito, consiglio il film d’animazione Na Zha, distribuito in Italia proprio l’inverno scorso)

E c’è però una volontà di esportare, immagino.

«Loro vorrebbero, però hanno un mercato interno talmente vasto che probabilmente questo fa sì che non abbiano questa necessità. Comunque, gli Stati Uniti hanno sviluppato il loro soft power anche perché prima c’è stato il piano Marshall, che è stato un ingaggio economico piuttosto forte. E in più, gli Stati Uniti non hanno avuto una guerra se non parzialmente sul proprio territorio, noi eravamo un’Europa distrutta, che quindi aveva bisogno di un sogno, che è quello che ci hanno dato gli Stati Uniti. Il sogno cinese è un sogno molto più rivolto ai cinesi che non a tutto il mondo».

Venendo ora al libro, non tratti della Cina come uno Stato isolato, a sé stante: lo descrivi essenzialmente in rapporto col suo rivale storico. Che tipo di rapporto è? Simmetricamente c’è anche uno specchio cinese?

«Sono due specchi diversi, io uso la metafora dello specchio perché la Cina, guardando gli Stati Uniti, ha tendenzialmente cercato di guardare sé stessa, cercava negli Stati Uniti quello che le mancava. All’inizio è stato appunto il sogno americano, perché la Cina comunque guarda per la prima volta a livello globale, cioè non solo il partito comunista e gli intellettuali, ma anche le persone normali. Quando arrivano le prime serie TV, i cinesi scoprono come vivono gli americani e quindi c’è una fascinazione: guardavano le case, le strade, come vivevano. Ed è un punto di partenza però molto sbilanciato, nel senso che gli Stati Uniti erano qualcosa a cui la Cina doveva aspirare a essere. Oggi gli Stati Uniti guardano la Cina come una potenza un po’ in crisi d’identità, quindi guardano al modello cinese, in particolare in questo momento con la presidenza Trump, con un interesse che forse non avevano mai manifestato. Soprattutto un interesse di tipo più ingegneristico, cioè capire come la Cina gestisce il proprio modello. Nel momento in cui Trump acquisisce come Stato federale parte di aziende o impedisce ad alcune aziende di vendere dei prodotti alla Cina, sta facendo quello che la Cina fa tutti i giorni. Quindi è uno specchio più globalizzato, se vogliamo più tecnico».

In un paragrafo parli della storia di Xi Jinping, affermi che lui rimette la politica al centro come strumento con cui agire oggi per un futuro migliore. E assomiglia un po’ al discorso che era in voga anche durante il boom economico in America. In un passo tu affermi che in America si abbandona il noi per alimentare l’io, mentre in Cina si mette al centro il noi come nazione, ma arriverà il punto in cui la Cina sarà una potenza economica che mette al centro l’individuo?

«Questa è una cosa un po’ strana perché in realtà i cinesi non sono poi così collettivisti nella loro vita quotidiana. Sono molti individualisti e lo sviluppo economico l’ha dimostrato nel senso che la crescita economica della Cina è stata dovuta anche ai tanti cinesi che sono diventati imprenditori, che sono diventati miliardari e hanno pensato ai loro interessi. Xi Jinping riportando la politica al centro ha rispolverato questo concetto di nazione, di Stato collettivo; quindi, il sogno cinese è un sogno collettivo, quasi un po’ a richiamare all’ordine il fatto che in realtà i cinesi volevano ognuno fare il cavolo che voleva. E anzi, è stata quasi più una restaurazione se vogliamo, infatti non a caso Xi parla di disordine del capitale che in qualche modo va ricondotto agli interessi nazionali.  C’è già stata quella fase di individualismo in Cina, e anzi cerca di tenerla sotto controllo. Anche l’idea che la Cina sia un paese socialista è orientalista come idea, una proiezione che abbiamo noi. C’è poco del socialismo in Cina, pochissimo».

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