
«La cosa che più mi stupisce di voi ragazzi e ragazze italiani, è che non parlate mai di politica», mi dice Kiana alla fine della nostra chiacchierata; Amirreza, accanto a lei, sogghigna. La guardo in maniera interrogativa: in che senso? A me pare non si faccia altro che discorrere di questo o quel politico, o disegno di legge, o comizio; dobbiamo ancora riprenderci dalla cacofonia che è stata la campagna elettorale per la separazione delle carriere, pensavo non ne uscissimo più. E invece questi due studenti di Architettura, dall’Iran, al parco Ducale, mi confidano tutta la loro meraviglia nel constatare la pressoché totale nostra mancanza di consumo politico quotidiano. C’è una parte di me, quella che ha studiato Scienze politiche per tre (più di tre anni, Giovanni, sei uscito fuori corso, rassegnati), che è interdetta, quasi allibita. Poi mi fermo a riflettere, e penso: ma avranno mica ragione?
A ben ponderare, infatti, le sparate di Salvini o gli istrionismi di Renzi (la par condicio, per carità del cielo) si possono qualificare come espressioni della politica? Forse sì, ma al prezzo di una strisciante disaffezione generalizzata nei confronti dei meccanismi della stessa. C’è chi sostiene che abbiamo la classe dirigente che meritiamo: può anche darsi. E allora, che scusa accampo con Kiana e Amirreza? Che soffriamo di una forma di bulimia democratica, che siamo talmente abituati a certe performance, a questi rituali dal retrogusto novecentesco, da dare il nostro relativo benessere per scontato? Che siamo, in tutta franchezza, dei viziati? Con buona pace dei due Mattei, probabilmente è questo il caso.
Credo che le parole di Kiana e Amirreza siano illuminanti per tutta una serie di ragioni, ma soprattutto perché smascherano l’ipocrisia di un Occidente che per anni ha taciuto circa le nefandezze del regime degli ayatollah. Ora che in ballo ci sono interessi spudoratamente economici, ecco prodigarci in dotte disquisizioni di diritto internazionale. Per tutto il corso dell’intervista, ho provato disagio, non lo nascondo, ma penso mi abbia permesso anche di porre gli eventi in prospettiva, di tirare le somme.
Come mai avete scelto di venire a studiare qui in Italia, a Parma?
Kiana: «Principalmente per il mio background da architetto, credo tutti sappiano quanto l’Italia abbia da insegnare in questo campo. Ma c’è anche una questione economica da considerare: rispetto ad altri Paesi, per noi Iraniani è più sostenibile optare per università italiane».
Amirreza: «Ho sempre apprezzato l’Italia: il calcio, il cibo, il caffè! Al termine del processo di selezione per ottenere le borse di studio, ho scoperto di essere stato accettato dall’Università di Parma. Non potevo che esserne felice: ho coltivato un sacco di amicizie, e amo l’atmosfera di questa città, è così tranquilla».
Credo possiate immaginare lungo quale traiettoria andrà a svilupparsi questo nostro colloquio: a fine febbraio, gli Stati Uniti e Israele hanno sferrato un attacco al vostro Paese; l’ayatollah Khamenei è stato ucciso e suo figlio è ora al potere, benché nulla si sappia sulle sue condizioni di salute. Cosa avete provato quando tutto ciò è accaduto? Rabbia, paura, o magari sollievo?
K: «Lascia che ti chieda: perché ti concentri, come molti all’estero, al momento dell’attacco, agli attimi del bombardamento, e non ti fermi a considerare tutto quello che è successo prima, ossia le proteste e le esecuzioni del governo? Perché non si parla mai di questo? È un atteggiamento che mi dà sui nervi: l’attenzione per l’Iran è venuta crescendo solo nel momento in cui sono stati toccati gli interessi economici di molti Paesi, soprattutto per quanto concerne il gas. Perché per tre anni non hanno mosso un dito, non hanno risposto alle nostre richieste d’aiuto? Per arrivare in Italia ho dovuto attendere due anni, l’ambasciata italiana non offriva garanzie. Per quale motivo gli studenti iraniani sono colpiti da tutta una serie di restrizioni? Non è giusto. Ma poi certo, vivere in guerra è brutto, ma interrogatevi sulle ragioni alla base di questo conflitto».
A: «Certo, a nessuno piace la guerra, ma noi vogliamo rovesciare il governo: abbiamo avuto bisogno di aiuto, e questa non è una novità, la storia ce lo insegna. L’anno scorso ero in Iran, avevo consegnato i miei documenti all’ambasciata italiana, e all’improvviso gli uffici hanno chiuso i battenti. È stato orribile, era anche il mio compleanno! Non puoi capire in che tipo di situazione ci siamo trovati invischiati. In realtà, che una guerra sarebbe scoppiata era già nell’aria da un po’, potevamo constatarlo dai movimenti dei militari. Il giorno prima dell’attacco, ho parlato con un amico, ed entrambi eravamo convinti dell’imminenza del conflitto. Ovviamente ero molto preoccupato per la mia famiglia e i miei compagni; una volta sinceratomi delle loro condizioni, però, guardando le news, non ti nascondo di aver provato felicità. Tieni presente che a essere colpita per prima è stata l’abitazione di Khamenei: quanto abbiamo odiato quell’uomo! Capisci ora la ragione per cui gli iraniani, anche qui a Parma, sono scesi in strada a festeggiare. Ripeto, la guerra è orribile, più di mille persone sono morte nel corso dei bombardamenti, ma questo non deve rappresentare una giustificazione per mantenere in piedi il governo iraniano».
Pensate che i media, soprattutto in Occidente, stiano raccontando gli eventi in Iran in modo corretto?
K: «In Iran siamo abituati a un sistema mediale che racconta spesso bugie, che confeziona narrazioni prive di fondamento. Mi capita a volte di spegnere il cellulare per non entrare in un loop di notizie false. Penso che ciò che viene scritto non derivi da una conoscenza diretta degli eventi, ma da fonti di seconda mano. Non puoi arrogarti il diritto di raccontare un fatto di cui non sei testimone sul campo, soprattutto in tempo di guerra. Ecco perché voglio disconnettermi: non voglio arrabbiarmi».
A: «Ho lavorato per un po’ di tempo per i media iraniani, e non posso che essere d’accordo con Kiana. Ma ciò vale anche per i giornali occidentali, che frequentemente non riportano l’altra faccia della medaglia degli eventi. Considera, per esempio, la copertura delle proteste iraniane di qualche mese fa. In quel periodo ero a casa per le vacanze, e ho visto con i miei occhi il sangue per le strade; ma questo sembrava essere di secondaria importanza per i media, che anzi tendevano a sminuirne la portata. Che ne è stato di quegli studenti? Di Minab, un ragazzo delle superiori, ammazzato a sangue freddo? Si parla spesso della resilienza del popolo iraniano, ma se, di punto in bianco, il governo italiano raddoppiasse il prezzo della carne di pollo, non protestereste anche voi? A differenza vostra, però, a Teheran si viene uccisi se si scende per strada. Insomma, credo che i media non riescano a raccontare in maniera efficace ciò che accade nel mio Paese, no. Certo, questo è anche dovuto al fatto che in Iran i giornalisti non possono entrare, ma suppongo vi sia una ragione più sottile: non sapete cosa vuol dire vivere sotto il giogo di una dittatura».
Avete accennato al fatto che in Iran avete amici e parenti: come stanno? Siete preoccupati per loro?
K: «Nei primi giorni di guerra, non avevamo alcuna notizia di loro, perché il regime aveva bloccato Internet. È stato orribile. Erano schermate anche le chiamate interne: mi è stato riferito di una ragazza che, colpita da dei proiettili ai piedi, non è riuscita ad avvertire i paramedici, men che meno la polizia, che comunque non è dalla parte del popolo. Eravamo all’oscuro di tutto. Sappiamo però che, in qualche modo, la cittadinanza è avvisata dell’arrivo delle bombe. Adesso riusciamo a metterci in contatto con le nostre famiglie. Nei momenti di sconforto, magari legato allo stress, mi capita di voler tornare a casa, ma loro mi spronano a non farlo. Tentano di rassicurarci, dicendo che, nonostante la guerra, riescono a sopravvivere. Siamo costretti ad affidarci ad app insicure, ma le conversazioni vanno e vengono».
A: «La mia famiglia e i miei amici stanno bene, tutto sommato. Mi hanno detto di aver ideato una sorta di gioco: ogni volta che passa un aereo, immaginano quale installazione militare andrà a colpire. Non pensare che il cessate il fuoco abbia reso loro la vita più semplice: l’inflazione è galoppante. C’è una rete Internet domestica, ma è fallace: molti miei conoscenti, che avevano delle attività online su Facebook o Instagram, hanno dovuto chiuderle, e ora sono disoccupati. Il futuro è davvero incerto».
Cosa sperate per il futuro del vostro Paese?
K: «Innanzitutto, spero che il regime cada, e che nessun governo tenti di intavolare delle trattative: sono persone orribili, spaventose. Inoltre, mi auguro che l’Iran si apra al mondo, che i turisti possano visitarlo, e che si possa far ritorno in patria in tutta sicurezza. Noi amiamo il nostro Paese, vogliamo vederlo crescere, prosperare».
A: «Spero in un ritorno felice, che tutti riprendano a sorridere. Sono stanco delle strade invase dagli slogan e dai canti “morte a Israele, morte agli Stati Uniti”. Mi auguro che l’Iran torni a essere un luogo vibrante di gioia, un posto d’amicizia. Voglio tornare a casa e mettere a frutto le conoscenze che ho acquisito qui. E per questo, sarò sempre grato al vostro Paese».




