
Non è stato un concerto, ma una festa. Quella di Justin Bieber al Coachella è stata un’esibizione epica, la più pagata nella storia del festival (10 milioni di dollari) e la più googlata di sempre. Justin ha finalmente spezzato le catene che lo tenevano avvinghiato all’industria discografica e si è presentato sul palco da uomo libero, dando vita a una performance minimalista e sincera, senza coreografie o ballerini da megatour: al suo concerto c’erano solo lui, il palco e altre 125.000 persone. E anche uno sgabello. E una scrivania. E un Macbook appoggiato sopra. Ma cos’è successo esattamente al Coachella? Chi ha portato la sua cameretta sul palco?
È successo che l’artista più famoso al mondo a una certa si è seduto a un tavolo come il più normale e mortale dei vlogger, con il suo bel faccione inquadrato dall’alto verso il basso, e ha digitato la parola “Baby” al computer. La folla, comprensibilmente, è impazzita. Tutti si erano chiesti: “Lo farà o non lo farà?”, e lui alla fine l’ha fatto, eccome se l’ha fatto, ma in maniera imprevedibile. Ci aspettavamo un concerto canonico; e invece Justin ha usato il suo canale YouTube per riprodurre la musica su cui ha cantato, mostrando addirittura in diretta i video dei brani, e sovrapponendosi spudoratamente alla sua stessa voce; non è stato un gigantesco karaoke, ma nemmeno un’esibizione in playback. È stato piuttosto un duetto con il sé stesso del passato.
Adesso, questa potrà sembrare pigrizia, sciatteria, degenerazione della musica moderna, e invece, col suo faccione sorridente sul megaschermo, Justin si è osservato dall’esterno e si è goduto dei classici (perché di questo parliamo) con noi. Come se quelle canzoni appartenessero alla nostra generazione tanto quanto alla sua. Ha semplicemente schiacciato “play” e ha cantato: niente di più normale, se si tralascia il fatto di essere a un festival nel deserto dove i biglietti costano circa 549 dollari.
Ha intonato Baby, Never Say Never, Beauty and a Beat, U Smile e poi ha guardato con tenerezza e un po’ d’ammirazione quel bambino che strimpellava Cry Me a River (dell’altro Justin: Timberlake) nella privacy ormai inimmaginabile della sua stanza. Bieber infatti non è mai stato un enfant prodige, nemmeno quando è uscito allo scoperto; era già un semi-adulto, pronto per il mercato.
La creatura musicale tormentata che abita in lui è quella che in Lonely denunciava: “Everybody knows my past now / Like my house was always made of glass”. È il teenager cresciuto dentro un meccanismo gigantesco, inglobato inconsapevolmente anche nell’oscuro giro di influenze di P. Diddy. Il primo essere umano la cui adolescenza sia stata completamente ripresa e trasformata in intrattenimento globale, fino a rendere la sua carriera una specie di reality show permanente. E oggi Bieber sembra finalmente aver fatto pace con tutto questo: con il ragazzino che è stato, e con l’uomo che ne è venuto fuori.
Ora si sta guardando dal nostro punto di vista: “We kind of grew up together”, parla a una generazione che è cresciuta senza poter evitare di misurarsi con la sua onnipresenza, qualcosa di talmente fuori scala che perfino lui stesso ha dovuto farci i conti.
C’è chi come me l’ha snobbato ed evitato, probabilmente per l’impossibilità di essere figo come lui: già perfetto a 13 anni, (forse il primo modello di mascolinità irraggiungibile della mia vita) con quella sua maledettissima frangia, irresistibile e romantico rispetto ai goffi e brufolosi adolescenti della sua età, incapaci di suscitare il minimo interesse nelle loro coetanee. E poi ci sono i miliardi di fangirl e di fanboy che l’hanno sostenuto fino alla raucedine. Sul serio: quando Virginia, la mia amica delle medie, mi ha fatto vedere un video di un suo concerto, pensavo si trattasse di un film horror; e invece erano soltanto ragazzi che ululavano sotto palco.
Justin ha pure mostrato la celebre figuraccia in cui sbatte contro una porta scorrevole, poi si è lamentato apertamente del Wi-Fi e ha spostato il cursore della barra di riproduzione per consentire a Big Sean di rappare nel punto giusto della canzone. È quell’amico che sembra non avere alcun piano per la serata e di cui non ti fidi, ma che ti rassicura: “Tranquillo, lo faccio io il Dj”, e tu lo lasci fare; mette le canzoni giuste e alla fine si divertono tutti. Aveva ragione lui.
Ma il vero climax è arrivato quando Hailey, moglie di Justin, ha spinto Billie Eilish a salire sul palco per la tradizionale serenata che il marito da adolescente dedicava a una ragazza che non si sarebbe mai più ripresa, scelta a caso tra la folla; per una sera Billie è diventata proprio quella fan, ma anche una fan qualunque, la One Less Lonely Girl di cui parla il pezzo.
Lei, famosa precocemente quanto lui e (a suo dire) diventata celebre solo per incontrare Bieber, in quel momento sembra la fangirl più fortunata della storia. Mentre raggiunge Justin è incredula, ammutolita, catatonica: cammina e inciampa, si rialza e arranca. Procede goffamente verso il suo idolo e si lascia cadere a terra; lui però la raccoglie e la strapazza, la abbraccia con tenerezza e con la gentilezza tipica dei canadesi sotto gli occhi di Hailey e di un pubblico oggettivamente molto meno solo, perché, in fondo, quel gesto ha scaldato il cuore di tutti.
Mostrando i suoi video, Justin non ha solo messo in scena il suo passato, ma ci ha pure scherzato sopra. Ha trasformato il proprio mito in qualcosa di umano e condiviso. Ogni canzone durava un minuto, un minuto e mezzo al massimo, prima di essere interrotta brutalmente dal tasto “pausa”. Come a dire: sì, quel ragazzo è esistito davvero, ma non devo restare intrappolato lì dentro per sempre.
Adesso il Justin di ieri non è più un fantasma imprigionato nel castello del proprio successo. È soltanto una versione precedente di sé stesso con cui, finalmente, sembra riuscire a convivere. Anche se nel frattempo si veste come uno che sta affrontando un’alluvione nel deserto. Ma lui può permetterselo: è pur sempre Justin Bieber, il principe dello swag. E questa volta è tornato per restare.




